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	<title>Democrazia Km Zero</title>
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	<description>Rinnoviamo insieme la democrazia dal basso</description>
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		<title>Chi governa l&#8217;Europa?</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 08:50:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[Informazione]]></category>
		<category><![CDATA[cover]]></category>

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		<description><![CDATA[di FRANCO RUSSO Questo articolo viene pubblicato dalla rivista &#8220;Alternative per il socialismo&#8221;, n. 21. &#160; 1. È consolidato nei Trattati europei il principio di attribuzione delle competenze, e il Trattato sull’Unione Europea, quello di Lisbona, lo riprende all’articolo 5: «La delimitazione delle competenze dell’Unione si fonda sul principio di attribuzione […] l’Unione agisce esclusivamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/monti_merkel_getty_02.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4004" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/monti_merkel_getty_02-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" /></a>di FRANCO RUSSO</p>
<p>Questo articolo viene pubblicato dalla rivista &#8220;Alternative per il socialismo&#8221;, n. 21.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>1.</p>
<p>È consolidato nei Trattati europei il principio di attribuzione delle competenze, e il Trattato sull’Unione Europea, quello di Lisbona, lo riprende all’articolo 5: «La delimitazione delle competenze dell’Unione si fonda sul principio di attribuzione […] l’Unione agisce esclusivamente nei limiti delle competenze che le sono state attribuite dagli Stati membri nei Trattati per realizzare gli obiettivi da questi stabiliti. Qualsiasi competenza non attribuita all’Unione nei Trattati appartiene agli Stati membri». Ho voluto ricordare questo perché è ripresa, in occasione del  Patto Fiscale, una polemica sulla cessione di sovranità e sul ruolo degli Stati nazionali. Non ho intenzione di riaprire la vecchia questione sollevata da Dieter Grimm se una costituzione per essere tale debba sia disciplinare l’organizzazione dei poteri, sia attribuire la <em>competenza</em> <em>delle competenze</em>, mentre l’UE continua a non esserne dotata. I Trattati, sostiene Grimm, sono espressione della ‘volontà’ degli Stati, che decidono di autolimitarsi trasferendo proprie competenze in campi definiti a un nuovo organo sovranazionale. L’UE non sarebbe sovrana perché non potrebbe auto-attribuirsele<sup>1</sup>.</p>
<p>Nei fatti avviene, però, Trattato dopo Trattato, un continua cessione di sovranità, in campi sempre più decisivi, come da ultimo in quello fiscale: pur senza esercitare la competenza delle competenze, quelle dell’UE si ampliano sempre di più, senza che parallelamente si istituiscano processi decisionali democratici di livello sovranazionale.</p>
<p>Non voglio neppure riaprire l’altra questione, sulla legittimità democratica dell’attribuzione di ‘poteri impliciti’, secondo cui l’UE può esercitare poteri non previsti dai Trattati se essi sono necessari per il raggiungimento degli scopi dell’Unione (art. 352 del TFUE).</p>
<p>Si sono scritti volumi per decifrare la natura delle Comunità europee, e ora dell’UE, rimanendo essa per lo più oscura perché si sono utilizzate categorie quali ‘sovranità nazionale’ e ‘ordinamento internazionale’, incapaci di dar conto di una ‘creazione sui generis’, come ebbe a sostenere Walter Hallstein che definì la Comunità Economica Europea come una ‘comunità di diritto’, sorta per un atto di diritto e fonte a sua volta di diritto. In questo modo Hallstein − esponente della CDU, negoziatore del Trattato di Parigi per conto di Konrad Adenauer e poi, dal 1958 al 1967, Presidente della Commissione CEE − assimilava i Trattati a una Costituzione, attribuendo alla Comunità una personalità giuridica nei rapporti con gli Stati membri e con i suoi cittadini, così come nei rapporti internazionali verso gli altri Stati. Hallstein, senza perdersi in disquisizioni metafisiche sull’<em>essenza della cosa</em>, descriveva questa ‘strana’ quanto reale creatura che era la Comunità come un organismo sopranazionale, costruita mediante una cessione di competenze sovrane da parte degli Stati membri, che però «trovano una compensazione della perdita nel fatto che prendono parte alla gestione comune di quanto hanno ceduto attraverso gli organi della Comunità». A più riprese, poi, Hallstein affermò la natura ‘politica’ della Comunità, chiamandola ‘zoon politikon’ perché essa è ‘un insieme di attività statali economiche e politico-sociali’. Con fine ironia disse: «Gli organi della Comunità non producono beni materiali […] Essi fanno politica, politica economica e sociale». E stabilì quale indice fondamentale per stabilire dove risieda la sovranità quello di individuare ‘who runs this country’ – ‘chi governa questo paese’. E non ebbe dubbi, già negli anni Sessanta del Novecento, a individuare nella Comunità un organo politico sovrano, in quanto sia pure in delimitati campi non soffriva limitazioni da parte degli Stati nazionali membri<sup>2</sup>.</p>
<p>Si può affermare, seguendo l’interpretazione di Hallstein, che gli Stati nazionali con la costruzione europea operano un ‘trasferimento di sovranità’ con l’effetto di sottrarsi ai controlli dei parlamenti nazionali e all’ottemperanza delle norme costituzionali, visto che, sia pure nelle ‘competenze attribuite ed enumerate’, il diritto europeo si applica direttamente, gode della prevalenza e i giudici stessi sono chiamati ad applicarlo quand’anche in contrasto con il diritto nazionale. Che gli Stati nazionali siano i ‘signori dei Trattati’ sta a significare che essi esercitano un potere liberato dalla responsabilità e dai controlli democratici, e liberi di perseguire la costruzione dell’<em>ordine giuridico di un  mercato sovranazionale</em>, così come stabilito nei Trattati che hanno posto come obiettivo prima il mercato comune, a Roma nel 1957, e poi il mercato unico, a Maastricht nel 1992 .</p>
<p>Anche in questi anni di crisi le élites dirigenti hanno teso sempre alla salvaguardia del mercato unico, ridisegnando a questo fine l’alleanza tra mercati e governi tramite le politiche dell’Unione Europea.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>2.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Who runs this country</em>? A questa domanda si può rispondere che negli Stati membri dell’UE a governare sono organi sovranazionali, composti dai poteri esecutivi e dalla tecnocrazia. Il Patto Fiscale è un altro pilastro della <em>governance europea</em>, sempre più isolata dai processi democratici e immunizzata da qualsiasi influenza delle rappresentanze parlamentari.</p>
<p>Con il Patto Fiscale, dopo che con il Trattato di Maastricht si sono gettate le fondamenta della BCE quale organo sovrano della moneta, si delegano all’UE i poteri fiscali attraverso il controllo delle politiche di bilancio.</p>
<p>Con il Patto Fiscale si completa  la costruzione di un ‘centro di governo’, come lo ha chiamato C.A. Ciampi: «I responsabili politici che decisero la costituzione della moneta unica erano consapevoli che il sistema avrebbe potuto operare correttamente solo se integrato con la creazione di un centro di governo della politica economica dell’Eurozona, con compiti di supervisione delle politiche di bilancio degli Stati membri, al fine di assicurare il rispetto dell’equilibrio dei rispettivi conti pubblici, presupposto per la crescita economica dei singoli Stati dell’Eurozona nel suo complesso»<sup>3</sup>.</p>
<p>Con il Patto Fiscale il centro di governo ha trovato una più compiuta espressione perché ora in esso confluiscono sia le decisioni di politica monetaria sia quelle di politica fiscale. Questo centro di governo si articola in strutture formate da governi e da organi ‘tecnici’, come la BCE: un’oligarchia esercita il potere economico-fiscale nell’UE.</p>
<p>Con il Patto Fiscale, un trattato internazionale, si giunge a manomettere le stesse Costituzioni. Si afferma all’art. 3, comma 2, che le regole del pareggio di bilancio: «devono avere effetto nelle leggi nazionali delle Parti contraenti al massimo entro un anno dall’entrata in vigore del Trattato attraverso previsioni con forza vincolante e di carattere permanente, preferibilmente costituzionale».</p>
<p>La necessità di introdurre in costituzione il vincolo del pareggio di bilancio e di stabilire maggioranze qualificate nelle decisioni di spesa è stata, molti anni fa, riproposta da esponenti della scuola della <em>public choice</em>, da coloro cioè che esaltano senza infingimenti la superiorità del mercato di fronte ai ‘fallimenti’ della democrazia − fallimenti prodotti di una ‘democrazia in deficit’, come scrissero Buchanan e Wagner<sup>4</sup>.</p>
<p>Oltre al pareggio di bilancio Alan Peacock, altro esponente della scuola, giunse a proporre anche vincoli quantitativi al deficit e al debito pubblici, per quanto potessero risultare ‘rozzi’ e ‘approssimati’, in modo da stabilire comunque un limite certo all’intervento della ‘mano pubblica’. Il Trattato di Maastricht fissò il deficit al 3%, e il debito al 60% rispetto al PIL<sup>5</sup>.</p>
<p>Ora riprendendo la più radicale delle tradizioni liberiste, quella appunto della public choice, con un Trattato di carattere internazionale si interviene per modificare le Costituzioni così da legittimare nella legge fondamentale, la prima nella gerarchia delle fonti, il liberismo con le sue politiche dell’offerta tese all’espansione del mercato e dell’impresa privata. Il Parlamento italiano ha già votato la modifica dell’articolo 81 per imporre una camicia di forza alle politiche di bilancio. Sarà la Corte di Giustizia dell’UE a verificare l’avvenuto inserimento e a comminare eventuali sanzioni (art. 8): la Costituzione è resa vassalla delle esigenze di bilancio dettate dai mercati finanziari.</p>
<p>Per spingere gli Stati a ratificare questo Trattato si afferma, in un ‘considerando’, che il sostegno finanziario previsto dal Meccanismo europeo di Stabilità (noto con la sigla inglese ESM) scatterà solo se sarà approvato dai rispettivi Parlamenti.</p>
<p>L’articolo 4 impone l’abbattimento del debito pubblico, per la quota che eccede il 60% del PIL, un ventesimo all’anno. Per l’Italia ciò significa un abbattimento di circa 47 miliardi l’anno, quasi il 3% del PIL!</p>
<p>L’articolo 5 prevede l’attuazione, in partnership con l’UE, di un  programma relativo sia al bilancio sia alla politica economica che ‘includa una descrizione dettagliata di riforme strutturali’.  Intendendo con ‘riforme strutturali’ quelle del mercato del lavoro, dei servizi pubblici, della previdenza.  È il programma che sta realizzando il governo Monti: prima il taglio alla previdenza con l’allungamento della stessa età pensionabile, poi le liberalizzazioni e privatizzazione dei servizi a partire da quelli a rete, poi il mercato del lavoro, per facilitare ancor di più licenziamenti e flessibilità.</p>
<p>L’articolo 6 stabilisce che la stessa programmazione della collocazione dei titoli di debito pubblico deve essere comunicata <em>ex ante</em> all’UE per coordinarla a livello europeo. Inutile ricordare che l’emissione dei titoli è una delle ‘prerogative’ più incisive dei ministeri del Tesoro, che ora di fatto viene spostata a Bruxelles.</p>
<p>Il Patto Fiscale usa come meccanismi operativi quelli messi a punto con il Semestre Europeo, il Patto Euro Plus e il Six Pack, strutturati da quattro Regolamenti emanati nel novembre 2011. Le procedure di governance, previste dal Titolo V del Trattato, sono la razionalizzazione di tutto questo insieme di disposizioni. Queste consentono una più stretta sorveglianza economica per garantire la stabilità dell’area dell’euro e più in generale dell’intera UE. La governance economica si snoda secondo un agenda annuale per cui:</p>
<ul>
<li>a gennaio, la Commissione pubblica il ‘quadro della crescita annuale’, in cui stabilisce le priorità economiche;</li>
<li>a marzo, il Consiglio Europeo, formato dai Capi di Stato e di governo, definisce le linee-guida delle politiche nazionali;</li>
<li>ad aprile, gli Stati membri sottopongono all’esame europeo i propri piani per le finanze pubbliche con il Programmi di Stabilità e Convergenza, e quelli per le riforme con il Piano di Riforma Nazionale;</li>
<li>in giugno, la Commissione valuta questi documenti ed emana le sue Raccomandazioni, rafforzate dai giudizi dell’ECOFIN e del Consiglio Europeo;</li>
<li>in luglio, il Consiglio adotta le Raccomandazioni che vengono pubblicate nella Gazzetta Ufficiale dell’UE;</li>
<li>in autunno, sulla base di queste Raccomandazioni, gli Stati membri varano le leggi di bilancio.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Who runs this country</em>? I governi e la tecnocrazia dell’UE. Il loro ruolo sarà inoltre rafforzato, perché la Commissione, con il proposito di vararli il prossimo giugno, ha predisposto altri due Regolamenti – denominati per questo ‘Two Pack’ – per rendere più stringente la sorveglianza economica nell’area dell’euro. Il primo Regolamento si indirizza agli Stati sottoposti alla Procedura di Deficit Eccessivo, il secondo a quei paesi che soffrono di instabilità finanziaria.</p>
<p>Il nucleo delle disposizioni completa anche temporalmente le scadenze del Semestre Europeo, perché si predispone che gli Stati membri in autunno sottopongano un <em>draft</em> del loro bilancio alla Commissione che verifica se le sue ‘poste’ corrispondono alle Raccomandazioni pubblicate a luglio nella Gazzetta Ufficiale. Questo consente l’intervento dell’Eurogruppo, che può così avanzare proposte di modifica e operare il coordinamento tra i bilanci dell’intera area dell’euro.</p>
<p>Le disposizioni del secondo Regolamento mirano a rafforzare la sorveglianza dei paesi che presentano un’instabilità finanziaria, consentendo alla Commissione di intervenire in qualsiasi momento e su qualsiasi misura fiscale: un commissariamento permanente come sta sperimentando la Grecia.</p>
<p>La Commissione, formalmente non può cambiare il bilancio, può nondimeno esercitare le pressioni e comminare le sanzioni previste dalle procedure dei deficit eccessivi, del Patto Euro Plus e del Six Pack. Le politiche di bilancio e quelle macroeconomiche degli Stati membri sono finalizzate a garantire, al pari della politica monetaria, la stabilità dell’euro e il consolidamento fiscale. La ‘crescita’ è affidata alle libere determinazioni delle forze del mercato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>3.</p>
<p>L’attribuzione di competenze sovrane in campo fiscale segna una nuova tappa nella costruzione di una governance europea oligarchica, che esautora gli stessi parlamenti, nazionali ed europeo. Alla rappresentanza politica viene sottratto il potere sulle entrate e le spese, stretto com’è tra i vincoli del pareggio di bilancio e le decisioni degli organi dell’UE. Si afferma, lo ha fatto Carlo Bastasin, che questa governance sarebbe un potere di natura tecnica, neutrale politicamente perché non portatrice di interessi di parte, mentre la <em>verità effettuale delle cose </em>è che, in nome del rientro del debito e del consolidamento fiscale, si impongono politiche di austerità, riforme di struttura come quelle della previdenza e del mercato del lavoro (a vantaggio delle imprese), e interventi pubblici di sostegno delle banche<sup>6</sup>.</p>
<p>L’affermazione di Angela Merkel – serve più Unione politica ‘per avere i mezzi necessari a realizzare l’Unione economica’<sup>7</sup> − potrebbe apparire in contraddizione con l’ispirazione dei ‘padri fondatori’ secondo cui dall’integrazione economica sarebbe scaturita l’Unione politica. In realtà la pluridecennale costruzione europea è la creazione dell’<em>ordine giuridico del mercato</em>: ‘ordine giuridico’ perché senza istituzioni pubbliche e diritto dei contratti il mercato non può né esistere né funzionare; ‘del mercato’ perché essi sono organizzate con il fine specifico di creare il mercato unico europeo come regolatore dell’insieme della vita sociale. La libera circolazione dei beni, delle persone, dei servizi e dei capitali è da sempre  lo scopo della costruzione europea, e ad essa sono state adattate tutte le scelte politico-istituzionali – dall’organizzazione delle istituzioni  e delle loro procedure decisionali al diritto del lavoro. Oggi l’integrazione politica serve a far funzionare il mercato unico nell’era della globalizzazione capitalistica. Il mercato è il supremo ordinatore dell’Unione. Non a caso esso è  posto in cima all’agenda dei governi. Alla formulazione di questa agenda ha contribuito il governo Monti sia con la ‘lettera dei 12’  sia con l’incontro con Angela Merkel il 13 marzo. Alla sua conclusione ha detto Monti: «Servizi, innovazione, mobilità del lavoro e industrie di reti: su questi settori intendiamo cooperare strettamente» con la Germania. Mercato, dunque, anche in tutti quegli ambiti in cui non è ancora libero di operare. Il mercato, come ben sapeva Hallstein, non è economia, è <em>politica</em>.</p>
<p>In parallelo al processo di ratifica del Patto Fiscale, si pensa di nuovo a un progetto di Costituzione europea patrocinato dal ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle. A favore di questa prospettiva si sono pronunciate molte personalità europee con un Appello − primi firmatari Giuliano Amato, Ulrick Beck ed Emma Bonino – in cui si chiede la convocazione di una Convenzione costituente per un progetto che affianchi al rigore fiscale la <em>crescita</em> a livello europeo, per perseguire lo sviluppo sostenibile con un nuovo mix di fonti energetiche, una politica aperta all’immigrazione, misure per la disoccupazione giovanile, la lotta alla povertà, e una più incisiva politica internazionale. Si propone, per attuare tali propositi, più ampi trasferimenti di sovranità con un potenziamento della democrazia dell’UE<sup>8</sup>.</p>
<p>Poiché, per fortuna, sono ormai rare le posizioni ‘sovraniste’, non è certo da temere lo slittamento dei poteri sovrani verso sedi sovranazionali, ma verso quali sedi? Se con il Patto Fiscale si impedisce qualsiasi intervento pubblico per stimolare l’economia anche se in recessione, come si potranno attuare ‘misure per la crescita’? La risposta dell’UE e dei governi è che la crescita deve essere affidata alle politiche dell’offerta e alle ‘riforme di struttura’, volte a rendere più flessibili i fattori produttivi e ad aumentare la produttività. Come si contrastano le forze di mercato? Questa la domanda se si vuole intraprendere la via di un’altra economia.</p>
<p>Per quanto riguarda specificamente la questione della democrazia: gli organismi e le procedure decisionali dell’UE sono conformati secondo la logica del ‘dittatore benevolo’− non le istituzioni democratiche, viziate dai compromessi tra gruppi sociali e lobbies (la ‘democrazia in deficit’ di Buchanan e Wagner), ma solo i governi se immunizzati dall’influenza delle rappresentanze e delle forze sociali, e ancor di più gli ‘esperti’ possono rispondere agli interessi di lungo periodo della società. Il ‘dittatore  benevole’ dell’UE è costituito da Consiglio Europeo, Commissione, ECOFIN, BCE<sup>9</sup>. Sono poteri opachi e irresponsabili nei confronti dei cittadini, chiamati a rispondere solo ai mercati. Altrimenti come potrebbe il banchiere dei banchieri, Mario Draghi, dichiarare morto il modello sociale europeo e chiedere rigore economico e disciplina fiscale ai governi, che immediatamente obbediscono? Accettare i Trattati, e da ultimo, il Patto Fiscale, chiedendone addirittura una rapida ratifica (come fanno i firmatari dell’Appello), significa riconoscere come sovrano il mercato, e legittimare un’oligarchia politica che si fa garante del suo funzionamento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Franco Russo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>NOTE</strong></p>
<p>1. <em>Die Zeit</em>, 16 aprile 2003;</p>
<p>2. Walter Hallstein, <em>Europäische Reden</em>,<em> </em>Stuttgart 1979; in particolare v. i discorsi: <em>Europäische Integration als Verfassungsproblem, </em>29 luglio 1958; <em>Die</em><strong> </strong><em>EWG − Eine Rechtsgemeinschaft</em>,<em> </em>12 marzo 1962; <em>Die EGW – ein Element einer Weltordnung, </em>22 luglio 1962;<strong> </strong></p>
<p>3. <em>Il Sole 24 Ore</em>, 11 gennaio 2012;</p>
<p>4. J. M. Buchanan and R. E. Wagner, <em>Democracy in Deficit: The Political Legacy of Lord Keynes,</em> London 1977;</p>
<p>5. Alan Peacock, <em>Public Choice Analysis in Historical Perspective</em>, Raffaele Mattioli Lectures, Cambridge, 1992, pp.106-07, e p. 110;</p>
<p>6. <em>Il Sole 24 Ore</em>,<em> </em>16 febbraio 2012;</p>
<p>7. <em>Conferenza stampa</em>, Roma 13 marzo 2012;</p>
<p>8. <em>Corriere della Sera</em>, 10 marzo 2012.</p>
<p>9. Non in maniera troppo dissimile Michele Prospero ha parlato di plutocrazia: «Si realizza un immenso blocco sociale, che comprende istituzioni della proprietà, grandi dirigenti di impresa, esponenti dell’alta finanza, strati della classe politica, gestori dei media, che oltre al monopolio del denaro vanta anche il monopolio della narrazione e racconta che in questi tempi alla politica non tocca che assumere le vesti dimesse di una tecnica che incentiva la concorrenza, riduce il debito, spezza le sacche del conservatorismo (ossia taglio dei diritti e prestazioni sociali)» (<em>Filosofia del diritto di proprietà</em>, Milano 2009, vol. II, pp. 665-66).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Blockupy Francoforte (e la Bce)</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 17:18:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[Indignati e ribelli]]></category>

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		<description><![CDATA[di FRANCESCO RAPARELLI Dal 16 al 19 maggio, a Francoforte, sede della Banca centrale europea, si tiene BlockupyFrankfurt, mobilitazione di movimenti tedeschi e provenienti da molti paesi europei, compresa l&#8217;Italia, contro la politica dell&#8217;&#8221;austerità&#8221;. Notizie si trovano momento per momento nel sito www.globalproject.info e su riseupglobalmay.org/, da cui abbiamo tratto questo articolo di Francesco Raparelli. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/frank.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4000" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/frank-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a>di FRANCESCO RAPARELLI</p>
<p>Dal 16 al 19 maggio, a Francoforte, sede della Banca centrale europea, si tiene BlockupyFrankfurt, mobilitazione di movimenti tedeschi e provenienti da molti paesi europei, compresa l&#8217;Italia, contro la politica dell&#8217;&#8221;austerità&#8221;. Notizie si trovano momento per momento nel sito www.globalproject.info e su riseupglobalmay.org/, da cui abbiamo tratto questo articolo di Francesco Raparelli. Già il primo giorno, la polziia ha sgomberato l&#8217;accampamento che da mesi era stato organizzato davanti alla Bce. Ecco l&#8217;articolo.</p>
<p>Mentre Repubblica consacra buona parte della sua apertura domenicale al pericolo terrorismo, De Benedetti pensa alle cose serie. Con un editoriale sul <em>Sole 24 Ore</em> chiarisce le paure che ormai segnano una parte consistente delle élite europee: la virata deflattiva imposta dalle politiche di austerity ha probabilmente raggiunto un punto di non ritorno. In queste ore Tsipras, il leader di Syriza, parla di un accordo tra Neo Dimokratia, Pasok e Dimar, ma Dimar ha già smentito. Un fatto è certo: non sono gli elettori greci a decidere il governo, ma le compatibilità di bilancio imposte dalla <em>Troika</em>. E anche un altro fatto è davvero certo: anche se Papoulias dovesse riuscire ad imporre l’accordo tra i partiti del rigore, la Grecia uscirà dall’Eurozona. Questa certezza spaventa mortalmente De Benedetti e con lui Amato, e molti altri editorialisti del <em>Sole</em>.</p>
<p>Proprio Amato, sempre sul <em>Sole 24 Ore</em> di oggi (domenica 13 maggio), indica alcuni scenari possibili, qualora la Grecia fosse effettivamente sbattuta fuori dall’Eurozona. Tra i più verosimili, c’è quello che insiste sull’interesse che Russia, Cina o Turchia potrebbero avere nel garantire sostegno economico alla Grecia alternativo agli aiuti concessi dalla <em>Troika</em>. Sostegno che imporrebbe una contropartita inequivocabile: il saccheggio della penisola ellenica (saccheggio già largamente in corso) da parte di una nuova linea geo-strategica. L’effetto domino poi, lo stesso di cui parla George Soros, determinerebbe non solo l’indebolimento degli istituti di credito di mezzo mondo, ma soprattutto, con la fuga dei capitali verso i <em>bund</em> tedeschi o, peggio, lontano dall’Eurozona, il possibile <em>default</em> di Spagna e Italia, paesi che non possono essere salvati né con l’esile <em>firewall</em> (EFSF) predisposto dall’Unione e dal Fmi né dalle timide politiche espansive di Draghi (acquisto sul mercato secondario dei titoli di Stato).</p>
<p>Il grido disperato dei neo-keynesiani non accenna a quietarsi, ma la Deutsche Bank e i cristiano-democratici tedeschi sembrano non avere orecchie per sentire. Cosa manca al riformismo occidentale per imporre una battuta d’arresto alla violenza neoliberale? Perché ciò che è stato possibile con Roosevelt nel ’33 sembra oggi impossibile? Siamo destinati alla catastrofe bellica, come paventa Krugman nel suo <em>j’accuse</em> contro il delirio deflattivo, o il nostro futuro può ancora essere scritto?</p>
<p>La differenza con la Grande Depressione è una sola: la minaccia. Minaccia proletaria, dal ’17 sovietico al ’26 inglese, alla ripresa delle lotte in America, agli inizi degli anni ’30. Oggi questa minaccia si chiama democrazia«insorgente» o «tumultuaria». Parliamo di una democrazia che non ha più nulla a che fare con la modernità, che non trova sollievo nelle scadenze elettorali, che si esprime nella potenza della rete, nello stile biopolitico della militanza e nella dimensione orizzontale e policentrica della decisione politica. Il «vero stato di eccezione», direbbe Benjamin (che non è Schmitt), lo spazio di reversibilità tra regole e fatti. La democrazia che fa impazzire Scalfari, quella che non si riduce in partito, pur non facendo a meno delle istituzioni. Pensiamo alla Spagna: in queste ore migliaia di persone riconquistano la piazza, nonostante il tracollo elettorale della sinistra socialista. Una minaccia vera, che non ha bisogno di proiettili per spaventare (quelli non spaventano nessuno, semmai attizzano gli eserciti e chiudono spazi di libertà per tutti), ma che pensa, con Jefferson, che ogni generazione merita la sua costituzione (e anche le sue forme di organizzazione). E oggi di costituzione europea abbiamo bisogno, una costituente sociale transnazionale che bagni l’Europa nel mediterraneo e provi a fare in pezzi la malinconia protestante della Merkel e dei suoi soci.</p>
<p>La democrazia oggi può e deve presentarsi come nuova minaccia proletaria. Stiamo parlando dei nuovi poveri, di una forza-lavoro qualificata, e sempre immersa in una fitta trama cooperativa, umiliata dal mercato del lavoro. Poveri sono i metalmeccanici violentati da Marchionne, poveri sono gli studenti e i precari della ricerca, poveri sono le partite Iva e i lavoratori della conoscenza: non è detto che tra questi mondi emergano solidi i ponti della relazione, ma è solo lo spirito della coalizione che può salvare ciascuno dal disastro imminente. In Italia la Fiom questa cosa l’ha capita, in Spagna lo sciopero generale è stato sorprendente e non mancano segnali positivi in Inghilterra: è ancora troppo poco o lo è a maggior ragione se l’Ig Metal scambia aumenti salariali del 7% con l’abbandono della zavorra ellenica. Ma è da qui si parte, dalla necessità della coalizione, tra nuove e vecchie figure proletarie, del <em>networking</em> europeo, ostile ad ogni ripiegamento identitario e territoriale.</p>
<p>Adorno diceva che la «libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta». Oggi la libertà per esser tale ha bisogno di uno sforzo in più: oltre la sottrazione, l’eccedenza deve saper creare.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La politica della mitezza</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 17:06:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di MARCO REVELLI Dal manifesto di mercoledì 16 maggio 2012. «Una sinistra senza popolo e un populismo senza sinistra». Con all&#8217;orizzonte «più la disgregazione greca che l&#8217;alternativa francese». Non poteva dir meglio Ida Dominijanni, nell&#8217;indicare la prospettiva aperta dal voto italiano della scorsa settimana, così diverso da quello tedesco. L&#8217;impressione che offrono i risultati, a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/elezioni-2012.jpeg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3997" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/elezioni-2012-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" /></a>di MARCO REVELLI</p>
<p>Dal manifesto di mercoledì 16 maggio 2012.</p>
<p>«Una sinistra senza popolo e un populismo senza sinistra». Con all&#8217;orizzonte «più la disgregazione greca che l&#8217;alternativa francese». Non poteva dir meglio Ida Dominijanni, nell&#8217;indicare la prospettiva aperta dal voto italiano della scorsa settimana, così diverso da quello tedesco. L&#8217;impressione che offrono i risultati, a volerli guardare con lo sguardo freddo della matematica, è che qui i grandi contenitori messi su alla bell&#8217;e meglio nell&#8217;ultimo quinquennio intorno alla folle idea di un maggioritario egemonico e bipolare (per usare il linguaggio veltroniano) si stiano rompendo, o pesantemente incrinando, lasciando fuoriuscire il proprio contenuto in un (ancora asimmetrico) processo di liquefazione del corpo elettorale.</p>
<p>La cosa è particolarmente evidente nell&#8217;implosione catastrofica del centrodestra, che vede in molti casi letteralmente polverizzato il proprio consenso nelle sue stesse roccaforti. È il caso della «Brianza del mobile» (detta anche «il Mugello del centrodestra») dove ancora nel 2010 «il Pdl viaggiava tra il 30 e il 38% e la Lega tra il 25 e il 35% mentre oggi sono crollati rispettivamente tra il 7-15 e l&#8217;11-20» (cito da La Stampa). O del Gallaratese (distretto dell&#8217;abbigliamento) dove a Cassano Magnago, il paese di Bossi, il leghista Morniroli non va nemmeno al ballottaggio con la Lega quasi dimezzata dal 32,2 al 19,3%. Ma &#8211; e qui il gioco si fa duro &#8211; lo smottamento in corso non risparmia neanche il centrosinistra e in particolare il Pd, che pure a caldo si era affrettato a cantare vittoria e che comunque porta a casa un buon numero di scrutini vinti al primo colpo o di buone posizioni nei ballottaggi.</p>
<p>Sarebbe infatti un errore fermarsi alle bandierine che il centrosinistra può piantare sull&#8217;ipotetica mappa di Emilio Fede di tanti anni fa. E anche limitare il conto ai soli dati in percentuale, che favoriscono l&#8217;illusione ottica (quando tutti scendono, chi perde di meno appare vincitore). Se, più correttamente, facciamo il conto in valori assoluti, confrontando i voti ricevuti nel 2012 con quelli del 2007, vediamo che anche nel caso del Pd l&#8217;emorragia è in corso. E spesso in misura massiccia.</p>
<p>Così è nelle grandi città, lo sappiamo: a Palermo in modo quasi grottesco, a Parma, a Piacenza e persino a Genova e ad Alessandria, dove pure il centrosinistra si presenta con ottimi candidati. Né la situazione migliora &#8211; per il Pd &#8211; nei piccoli centri, in particolare nei distretti dove la crisi morde di più, e mina l&#8217;insediamento leghista e berlusconiano. A Omegna, per esempio, capitale del «distretto dei casalinghi», dove l&#8217;amministrazione di centrodestra in carica è crollata miseramente (la Lega dal 13,9 all&#8217;8,1 e il Pdl dal 30,5 al 17,3%), la candidata del centro-sinistra vince, ma con un numero di voti inferiore a quello con cui cinque anni prima aveva perso (3.900 contro 4.100).</p>
<p>O nel «distretto del prosecco» &#8211; la terra di Zaia e dei suicidi &#8211; dove il partito di Bossi cade dal 36,9% del 2010 al 5,6 di oggi, e il Pdl perde una quindicina di punti, e tuttavia il Pd resta comunque in debito di qualche migliaio di voti rispetto alla precedente somma di Ds e Margherita. E d&#8217;altra parte non sarà senza significato se nelle aree della Toscana, suoi tradizionali territori d&#8217;insediamento, come il «distretto orafo» dell&#8217;aretino, il Pd preferisca mimetizzarsi dietro una miriade di liste civiche, vincenti, certo, ma eloquenti.</p>
<p>La verità è che, del travolgente flusso di suffragi in uscita dal centrodestra in crisi, né il centro di Casini né tantomeno il Pd hanno intercettato anche solo una minima frazione. Anzi, quest&#8217;ultimo ha contribuito all&#8217;emorragia senza che, a sua volta, la cosiddetta sinistra radicale sia riuscita a raccoglierne i rivoli, che si sono riversati direttamente altrove. Nell&#8217;astensione, in grande quantità. E nelle liste del Movimento 5 stelle che, a leggere l&#8217;analisi dei flussi disponibile, dal Pd avrebbe raccolto più del 24% del proprio elettorato, un 16% dalla Lega nord, un 13,5% dal Pdl e un buon 30% dall&#8217;astensione.</p>
<p>Il messaggio sembra fin troppo chiaro. Il processo di liquefazione del sistema dei partiti attuale è massicciamente in corso, e sembra destinato a proseguire. Non sappiamo quale dimensione avrà questa «massa liquida» alla vigilia delle elezioni del 2013: una delle più importanti scadenze elettorali della storia dell&#8217;Italia Repubblicana, quella in cui dovrebbe manifestarsi la riscossa della politica dopo la resa al governo dei tecnici. Ma certamente l&#8217;intreccio perverso tra crisi economica e crisi politica è destinato a virulentizzarne le componenti, ed il rischio che quella sostanza liquida possa solidificarsi e produrre &#8220;mostri&#8221; è evidente. Né vale ripetere l&#8217;ormai insopportabile esorcismo dell&#8217;invito liturgico ai partiti, nella loro attuale configurazione, a «rigenerarsi» o comunque ad «auto-riformarsi».</p>
<p>All&#8217;auto-riforma di questi soggetti politici penso che ormai non creda più nessuno. Neppure chi, dai massimi livelli istituzionali, continua un po&#8217; meccanicamente a ripetere l&#8217;appello. Troppi tentativi. Troppi «nuovi inizi» mancati. Troppi girotondi traditi. Senza una «soluzione di continuità» &#8211; senza una cesura netta, di metodo, con le pratiche e con gli stili di comportamento politico e istituzionale attuali &#8211; il meccanismo infernale dell&#8217;entropia politica e della delegittimazione istituzionale andrà avanti. Non è anti-politica denunciarlo. È antipolitica continuare ad alimentarlo da parte di chi, ai vertici delle attuali forze politiche, insulta ogni giorno il buon senso dei propri elettori con una retorica del conforme ormai stucchevole.</p>
<p>Per questo sono in totale disaccordo con l&#8217;amica Rossana Rossanda quando snobba i discorsi sul «metodo». E confida che quel rassemblement di macerie possa seguire l&#8217;esempio francese di Francois Hollande. Intanto perché l&#8217;aver ignorato le questioni di metodo è stato il peccato capitale del vetero-comunismo novecentesco (un termine che la fa imbestialire, lo so, ma che bisogna pur pronunciare). E poi perché proprio dal modo di concepire e di fare la politica &#8211; dallo «stile» e da un suo salto di paradigma &#8211; può partire una possibile speranza di rinascita. Poi si potrà discutere dei contenuti, ma con (e all&#8217;interno di) contenitori diversi. Qualitativamente diversi. Si potrà parlare dell&#8217;Europa, in primo luogo: a quali condizioni starci dentro. Con quali prezzi. E sul che fare se la Germania continuerà a stringere il cappio al collo dei suoi partner comunitari fino a provocarne l&#8217;asfissia (asfissiare? Forzare sull&#8217;asse francese mettendo in conto anche la rottura con i tedeschi? Immaginare un&#8217;area monetaria ampia ma diversa, con baricentro sul Mediterraneo?). Di tutto questo si può parlare, ma sapendo che con l&#8217;attuale ceto politico, irrimediabilmente abituato a guardare «dall&#8217;alto», inseparabilmente intrecciato con le tecnocrazie comunitarie e con i sensi (non solo la vista, anche l&#8217;udito e l&#8217;odorato) affinati unilateralmente sulla interazione con i poteri forti o fortissimi, c&#8217;è poco da sperare in un&#8217;alzata d&#8217;ingegno. O in un approccio «creativo». O anche solo smarcato rispetto al mainstream globale.</p>
<p>Allo stesso modo si potrà ragionare di finanziamento pubblico della politica. Ma sapendo che tutto è inutile se non si taglia alle radici l&#8217;attuale tossico intreccio tra politica e denaro: l&#8217;innervarsi del flusso monetario nelle strutture portanti della rappresentanza politica come sono oggi. Non per questioni di moralismo. Ma per un problema strutturale: perché la potenza trasformante della forma denaro è irresistibile, se ci si lascia possedere. E la «forma denaro», oggi, è la forma del mondo che vogliamo combattere.</p>
<p>Così come si dovrà scavare a fondo nell&#8217;analisi delle classi, e sulle forme del loro conflitto. Ma sapendo che la geografia sociale dell&#8217;universo post-fordista è mutata radicalmente. Che se ci si vuole sintonizzare con il lavoro come esso si pone, occorre fare i conti con tutte le sue figure &#8211; con l&#8217;intero ventaglio di soggetti che l&#8217;esplosione del «diamante del lavoro» ha disperso, non più solo con i suoi protagonisti (materiali e simbolici) centrali. E che termini come comunità o territorio hanno cessato di appartenere al lessico maledetto per una sinistra pura, ma s&#8217;intrecciano sempre più con i precedenti concetti di classe e di nazione, in un quadro molto complesso, e tutto da capire.</p>
<p>Per questo nel «Manifesto per un soggetto politico nuovo» diamo tanto peso al tema della mitezza. Non perché si sia rinunciato alla lotta (come si diceva una volta). O perché ci si sia votati a una concezione idilliaca di un mondo conciliato. Esattamente per la ragione opposta: perché crediamo che oggi le condizioni del conflitto siano così profonde, estese, radicali ed estreme (vertano su questioni ultime, per così dire, come la sopravvivenza delle società e degli individui), che se esso non viene condotto con linguaggi e con metodi non distruttivi, auto-sorvegliati e radicalmente rispettosi dell&#8217;altro, le possibilità di precipitare in una situazione di conflittualità devastante (contrassegnata, appunto, dal termine «guerra») siano drammaticamente presenti. E che se si vuole che la politica sopravviva come arte della costruzione di una società condivisa, dall&#8217;antropologia del mite, e non da quella del guerriero, si debba partire.</p>
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		<title>Armi di costruzione di massa</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 13:12:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di PIERLUIGI SULLO &#160; Da decenni conservo gelosamente un librino che comprai a Parigi subito dopo il 68: ha il formato dei fumetti di una volta, larghi e stretti come una “strip”, e contiene una raccolta di scritte sui muri del Maggio. Letti di seguito, sono un discorso. Ora qualcuno ha fatto lo stesso lavoro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/piensa.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3986" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/piensa-300x255.jpg" alt="" width="300" height="255" /></a>di PIERLUIGI SULLO</p>
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<p>Da decenni conservo gelosamente un librino che comprai a Parigi subito dopo il 68: ha il formato dei fumetti di una volta, larghi e stretti come una “strip”, e contiene una raccolta di scritte sui muri del Maggio. Letti di seguito, sono un discorso. Ora qualcuno ha fatto lo stesso lavoro – rintracciabile su Facebook – con i cartelli delle manifestazioni degli indignados spagnoli, fino sabato scorso. Il loro discorso, come quarant’anni fa in Francia, è venato di ironia e di giochi di parole, di creatività, di poesia, come ha scritto El Pais, e insieme mostra una coerenza stupefacente, per un movimento che, a differenza di quello degli studenti di allora, è composito, plurale. <a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/prisa.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3987" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/prisa-300x255.jpg" alt="" width="300" height="255" /></a>Come dice uno di quei cartelli, “Ora siamo di più e meglio disorganizzati”. Vorrei elencarne un po’, senza commenti, tralasciando le virgolette e in qualche caso in spagnolo, per vedere l’effetto che fa.</p>
<p>Quando noi pazzi saremo di più, i pazzi saranno loro / Bisognava che cominciasse da qualche parte in qualche momento: quale luogo meglio di questo e quale momento meglio di ora? / E io che pensavo di essere l’unico a pensarlo / No somos antisistema, es el sistema que es antinosotros / Error 404: democrazia no found / Voti coca cola o voti pepsi? / Liberté egalité indignaté / Se non ci lascerete sognare noi non vi lasceremo dormire / Dov’è la sinistra? In fondo a destra / Solo un bacio mi chiuderà la bocca / Il potere ha due mani: la destra e la sinistra / Per quanto tu possa giocare bene al Monopoli, il denaro torna sempre alla cassa / Non siamo né di destra né di sinistra: siamo quelli da basso che se la prendono con quelli di sopra / La rivoluzione è dove stiamo / Siamo incinti di un futuro migliore</p>
<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/voto.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3988" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/voto-300x255.jpg" alt="" width="300" height="255" /></a>/ La testa è rotonda perché il pensiero possa cambiare direzione / (Due fumetti) “Si vede la luce in fondo al tunnel”. “Siamo in un pozzo, idiota!” / Siamo spiacenti, qui non c’è un leader per poterci sconfiggere / Se i politici fanno il pagliaccio a noi pagliacci toccherà fare politica / (Finestra di Office) Che cosa vuoi fare con la politica spagnola? Sospendere. Spegnere. Riavviare / Voglio avere una bambina e chiamarla Islanda / Se votare cambiasse qualcosa, il voto sarebbe illegale / I quattro stati sono: 1. Solido 2. Liquido 3. Gassoso. 4. Poliziesco / Revolucion, te amo porque eres ardente y pacifica /  Non abbiamo nome, non abbiamo leader e tanto meno abbiamo fretta / Non ho un iPad, né un iMac, né un iPhone, perché non ho iDenaro / Non c’è futuro, fattelo da te / No es que seamos muchos: somos TODOS / Siamo armi di costruzione di massa / Siamo stati figli del benessere ma non saremo padri del conformismo / Il sonno della banca produce mostri / Bancos sì, pero publicos y para sentarse (gioco sulla parola “banco”: banca e panchina) / Per un inferno più tiepido / Curati da solo! La tua malattia danneggia il nostro sistema sanitario.</p>
<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/ciudadanos.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3989" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/ciudadanos-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" /></a>A voler essere prosaici, si vede: dichiarazione di secessione dalla politica, citata in altri momenti come PPSOE (Pp più Psoe); indipendenza individuale e legame con gli altri che è una dichiarazione d’amore; convinzione che il futuro si costruisce facendolo; felicità di partecipare a una rivoluzione, senza fretta e senza violenza.</p>
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		<title>Sinistra, conflitto, beni comuni</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 14:42:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di GUIDO VIALE Dal manifesto di venerdì 11 maggio 2012. Propongo di non usare mai più il termine “benecomunista”: è orribile, ridicolo, equivoco e neogotico. Sembra il nome di una congregazione iniziatica fantasy. Poi, per evitare disquisizioni dotte ma superflue, chiamando magari in causa persino san Tommaso, propongo una distinzione netta tra il concetto di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/indignados_spagna-400x300.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3981" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/indignados_spagna-400x300-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>di GUIDO VIALE</p>
<p>Dal manifesto di venerdì 11 maggio 2012.</p>
<p>Propongo di non usare mai più il termine “benecomunista”: è orribile, ridicolo, equivoco e neogotico. Sembra il nome di una congregazione iniziatica fantasy. Poi, per evitare disquisizioni dotte ma superflue, chiamando magari in causa persino san Tommaso, propongo una distinzione netta tra il concetto di bene comune, senza ulteriori determinazioni, e quello di beni comuni; che può anche essere declinato al singolare come bene comune, ma solo se riferito a entità specifiche e circoscritte, anche se globali e diffuse: come lo sono per esempio l’acqua, l’atmosfera, l’informazione, i saperi, la scuola.  Bene comune rinvia a una concezione armonica e unitaria della società, dei suoi fini ultimi, dei suoi interessi, della convivenza. Il tema dei beni comuni rimanda invece al conflitto: contro l’appropriazione, o il tentativo di appropriarsi, di qualcosa che viene sottratto alla fruizione di una comunità di riferimento. Una comunità che non include mai tutti, perché si contrappone comunque a chi – singolo privato o articolazione dello Stato – da quel bene intende trarre vantaggi particolari, escludendone altri. In questa accezione il rapporto con i beni comuni comporta, sia nella rivendicazione che nell’esercizio di un diritto acquisito, forme di controllo diffuso e di partecipazione democratica alla loro gestione o ai relativi indirizzi che integrino le forme ormai sclerotizzate della democrazia rappresentativa.</p>
<p>Per me il concetto di beni comuni ha relativamente poco a che fare anche con il “Comune” di cui scrivono Negri e Hardt. Quel “Comune” non è che l’ultima versione di una soggettivazione totalizzante del reale che ha attraversato una successione di figure: Classe Operaia, “operaio massa”, “operaio sociale”, “moltitudine”, per approdare, per ora, al “Comune”. È un’entità che “gioca con se stessa”, producendo il proprio antagonista (la Classe Operaia “sviluppa” il Capitale; la moltitudine “crea” l’Impero, ecc.) per poi riassorbirlo in un movimento dialettico dall’esito precostituito. Le lotte per i beni comuni, invece, non hanno esiti certi e meno che mai predeterminati: anzi, il rischio a cui sono esposte – e insieme ad esse, coloro che se ne fanno protagonisti e l’umanità tutta – è di giorno in giorno maggiore.</p>
<p>In entrambe queste accezioni “comune” non è comunque la stessa cosa di “pubblico”: soprattutto se per pubblico si intende “statuale”. Il che inevitabilmente succede se si ritiene che il rapporto degli umani con un bene non possa assumere altra forma che quella del diritto di proprietà. Ma questa concezione non ha alcun fondamento storico, risponde a un approccio giuridico tradizionale e sbarra la strada a qualsiasi percorso alternativo allo stato di cose presente.</p>
<p>In realtà sono le modalità di esercizio del potere su un bene, del controllo sul suo uso e sulla ripartizione, attuale e nel tempo, dei vantaggi che può procurare, a definire le forme, anche giuridiche, esplicite o sottintese, secondo cui si dispone di esso. Per questo la connotazione di una risorsa come bene comune è indissolubilmente legata a forme di democrazia partecipativa che lo sottraggano tanto alla disponibilità di un privato quanto a quella di un apparato statale o di una sua articolazione. Il degrado e la rapacità delle imprese di Stato, o delle società a partecipazione pubblica (dall’Iri a Finmeccanica, da Fs alle ex municipalizzate), sottratte a qualsiasi forma di controllo popolare, dimostra in modo inconfutabile la divaricazione tra pubblico, nel senso di statale, e comune. Peggio ancora se si pensa di affidare a poteri più centralizzati (Regione o Stato), come propone Asor Rosa, il compito di rimediare ai guasti perpetrati dai livelli decentrati dell’amministrazione.</p>
<p>Quei guasti possono essere evitati o corretti solo in un regime di trasparenza integrale, con forme di coinvolgimento e di consultazione popolare: che non sono però riducibili a un referendum, e meno che mai a un sondaggio; perché devono essere precedute e accompagnate da confronti pubblici, effettivi e approfonditi, sui problemi in campo. Per questo ho molte riserve anche sulla proposta di Luciano Gallino di un’agenzia nazionale per il lavoro che finanzi progetti locali. Queste agenzie ci sono già: si chiamano Invitalia (già Sviluppo Italia e prima ancora Gepi) e Italia Lavoro. Sono due baracconi che conosco personalmente, dove si concentra la quintessenza del degrado clientelare. Non sono mancate loro in passato risorse finanziarie ingenti, anche se non nella misura proposta da Gallino, e hanno quasi sempre operato su progetti locali: messi però a punto da poteri pubblici statuali, al di fuori di qualsiasi coinvolgimento partecipativo delle comunità beneficiarie. I risultati sono stati devastanti. Per questo ritengo la democrazia partecipativa condizione irrinunciabile anche della lotta per il lavoro.</p>
<p>Che rapporto passa allora tra il conflitto sociale che ha una delle sue leve nelle mobilitazioni per dei beni comuni e la lotta di classe tra lavoro e capitale? La lotta di classe, come ancora recentemente ha ben documentato Luciano Gallino (se mai ce ne fosse stato bisogno), è ben viva e oramai estesa su tutto il pianeta. È soprattutto la lotta contro i lavoratori sferrata dal capitale finanziario, commerciale e industriale, a cui la globalizzazione ha messo in mano (oltre alle forme tradizionali di spolpamento dei lavoratori dalla testa in giù) anche l’arma delle delocalizzazioni: per poter tagliare loro l’erba sotto i piedi in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. È difficile anche solo immaginare che i lavoratori di tutto il mondo possano ricostituire in tempi adeguati collegamenti, organizzazioni o reti sufficientemente estese per contrastare, al suo stesso livello, questo attacco globale. Da tempo le lotte dei lavoratori hanno per lo più una dimensione ristretta, aziendale o di categoria, quando non di reparto; raramente nazionale e mai transnazionale. E anche quando assumono forme offensive, il che non succede spesso, difficilmente riescono, soprattutto nei paesi di consolidata industrializzazione come il nostro, a spuntare risultati che non siano di mero contenimento dell’aggressione alle proprie condizioni di lavoro, di reddito e di vita.</p>
<p>Secondo me quella corsa al ribasso che costituisce la sostanza e il motore della globalizzazione liberista può essere fermata solo sottraendo il lavoro – a pezzi e bocconi – ai diktat di una competizione senza limiti: con un processo, o una serie di processi, di conversione ecologica del sistema produttivo che rimetta al centro, insieme alla sopravvivenza del pianeta, produzioni orientate alla soddisfazione dei bisogni basilari e al miglioramento delle forme di convivenza delle comunità di riferimento: cioè i beni comuni. Per questo il conflitto sociale per i beni comuni costituisce il supporto e lo sbocco indispensabile di un ripresa offensiva della lotta contro lo sfruttamento del lavoro.</p>
<p>È ovvio, per me, che a un movimento che si batte per i beni comuni, l’ambiente, il lavoro e l’accoglienza ciascuno deve essere libero di portare il bagaglio di idee e di ideali che si è costruito nel tempo e che ha deciso di traghettare fino a qui, magari attraversando mari in burrasca e bonacce snervanti. Benvenuti! Senza quel bagaglio – quei bagagli, perché sono tanti e differenti – dovremmo partire da zero; e non è così. Ma a me sembra sbagliato sostenere – come temono alcuni – che «se non ci si dichiara di sinistra, si apre alle idee della destra». Milioni di persone oggi non riescono a considerarsi di destra o di sinistra e provano disgusto tanto per il cinismo e il carrierismo che contraddistingue la destra quanto per l’acquiescenza e la corsa all’emulazione di cui in tanti anni ha dato prova chi ha rappresentato la sinistra agli occhi di un’opinione pubblica poco impegnata e aliena dai troppi distinguo.</p>
<p>Ma c’è di più: Bossi e Berlusconi, che fin dai loro esordi hanno messo in scena, promosso e cavalcato la cosiddetta antipolitica (altro che Beppe Grillo!), hanno diffuso tra i più sprovveduti, ma soprattutto tra milioni di giovani che si sono affacciati alla vita adulta in quel contesto, una identificazione pressoché totale tra sinistra e politica nella sua accezione peggiore, che è quella che tutti hanno da tempo sotto gli occhi. Loro, invece, proprio perché antipolitici, da quei vizi si erano chiamati fuori. Questa costruzione si sta sfaldando sotto il peso delle inchieste giudiziarie (assai più che per circostanziate denunce politiche), ma resta un dato di fatto da cui non si può prescindere. Dichiararsi oggi di sinistra in forma pregiudiziale, e non qualificarsi invece per i contenuti e le battaglie che si sostengono, vuol dire probabilmente erigere steccati nei confronti di un pubblico che è un interlocutore diretto del discorso sul beni comuni. Il successo dei referendum contro la privatizzazione dell’acqua e il nucleare ne è, a contrario, la riprova.</p>
<p>Il soggetto politico nuovo oggi si chiama Alba; e noi “albigesi”. È una liberazione. Ritengo – e con me molti altri; e alcuni lo hanno fatto notare – che la lotta politica che ci vede impegnati non abbia, e non abbia bisogno, di un “soggetto” (anche e soprattutto nel senso etimologico del termine, che significa «chi sta sotto»). La ricerca o la promozione del soggetto che si fa carico di un processo storico, o di una transizione radicale – e di questo stiamo parlando, credo – comporta effetti totalizzanti che contraddicono le premesse che ci hanno fatto convergere verso questo impegno. Invece, gli attori dei processi all’interno del quale vogliamo operare sono, e saranno sempre di più, molteplici e plurali. E anche aleatori: oggi ci sono e domani possono scomparire, insieme a noi, sia come individui che come forza organizzata. Tutto ciò alcuni di noi lo hanno già sperimentato più volte. L’importante è che il processo vada avanti comunque, magari correggendo la rotta nel corso del tempo; e che ci sia sempre posto per nuovi ingressi e soprattutto per nuovi protagonismi: specie delle nuove generazioni e di un punto di vista di genere elaborato e trasmesso dalle donne. Sulla loro partecipazione si gioca l’esito di questa iniziativa.</p>
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		<title>Il governo della giusta misura</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 06:30:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[Beni comuni]]></category>

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		<description><![CDATA[di PAOLO CACCIARI La scorsa settimana ho dato conto della pubblicazione del nuovo numero della rivista Multiverso della casa editrice universitaria di Udine, Forum, dedicato al tema della “misura”. Ho scritto che molti autori &#8211; chi partendo da ragioni ecologiche, chi da motivazioni sociali, chi da constatazioni storiche –  si sarebbero ritrovati d’accordo con la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/r676079_49598111.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3976" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/r676079_49598111-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>di PAOLO CACCIARI</p>
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<p>La scorsa settimana ho dato conto della pubblicazione del nuovo numero della rivista <em>Multiverso</em> della casa editrice universitaria di Udine, Forum, dedicato al tema della “misura”. Ho scritto che molti autori &#8211; chi partendo da ragioni ecologiche, chi da motivazioni sociali, chi da constatazioni storiche –  si sarebbero ritrovati d’accordo con la massima di Sofocle nell’Edipo: “Chi vive oltre il limite giusto e la misura perde la mente ed è in palese stoltezza”. Ma la questione decisiva e politicamente delicata è la seguente: chi decide qual è “il limite giusto”? Qual è l’autorità che ha il potere di stabilire la misura della sufficienza, di ciò che deve bastare a ciascuno e di ciò che supera la soglia del consentito?</p>
<p>Il sistema di mercato – come sappiamo &#8211; risolve la questione in modo stupefacentemente semplice: il limite è dato dalla solvibilità del compratore. E’ consentito produrre tutto ciò che si può consumare, ovvero non vi è alcun “limite esterno” al mercato stesso; sia pure fisico, biologico, ambientale. Esaurito un terreno fertile, una miniera, un materiale… si passa a sfruttarne un altro. Il compito di superare ogni limite naturale è affidato alla tecnoscienza, che secondo la teoria sviluppista (una vera e propria fede) sarà sempre in grado di trovare una soluzione per incrementare la produzione di nuove merci e appagare ogni tipo di umana <em>hýbris</em>.</p>
<p>Peccato che non da oggi (dal rapporto del Club di Roma dei primi anni ’70, almeno, su, su fino alle ultime osservazioni degli scienziati dell’Ipcc sui cambiamenti climatici) sappiamo bene che questa teoria non regge. Le scienze della vita ci dicono in modo inconfutabile che la logica mercantile e il meccanismo dell’accumulazione capitalistica stanno semplicemente distruggendo il pianeta. I prelievi di materiali e di energie non rinnovabili e le emissioni inquinanti non metabolizzabili stanno depauperando la Terra ad un ritmo di estinzione delle specie viventi fin qui mai raggiunto (e misurato). A dispetto delle enormi capacità di conoscenza e di previsione raggiunte dalla comunità scientifica, le scelte politiche messe in atto dalla società umana sono incredibilmente miopi e irresponsabili. Da qui la notissima  affermazione di Kenneth Boulding (tra i fondatori della bioeconomia, negli anni ’60): “Chiunque creda che una crescita esponenziale possa durare sempre, in un mondo finito, è o un folle o un economista”. Dove per “folle” si deve leggere: uomo politico di governo.</p>
<p>Come immaginare, allora, una via di rientro nei limiti della sostenibilità bio-geo-chimica delle attività antropiche? Quale deve essere il governo di una “good-enough society”?</p>
<p>A fronte delle pessime prove storicamente dimostrate dai governi nazionali e dai fallimenti degli innumerevoli tentativi di istituire una <em>governance</em> globale (pensiamo ai programmi intentati dalle agenzie dell’Onu, alla messe di Dichiarazioni sull’ambiente, alle Convenzioni tra cui quelle sulla biodiversità e sul cambiamento climatico, ai Protocolli intergovernativi tra cui quello di Kioto, e alle Agende operative), spesso si sente invocare la necessità di una “superiore autorità” capace di dettare regole e imporre limiti dall’alto. Secondo costoro, nessun governo riuscirà mai ad ottenere comportamenti e stili di vita più sobri, razionali e meno dispendiosi con il consenso delle popolazioni e con le buone maniere . Da qui l’invocazione di una “dittatura benevola “ (già vista come una necessità da Hans Jonas), di un “dispotismo tecnocratico illuminato” ( Hubert Védrine, citato da Serge Latouche in: <em>Per un’abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita</em>, Bollati e Boringhieri, 2012) di un governo guidato da <em>ecocrazie</em> autoritarie, <em>espertocrazie </em>post-democratiche, ecc., ecc. Esiste quindi una visione autoritaria della ecologia -  o una via ecologica all’autoritarismo &#8211; che fonda il suo dire su una visione pessimistica del genere umano. In altri termini, questa corrente di pensiero ritiene che le popolazioni non accetterebbero mai delle limitazioni al loro desiderio di crescita dei redditi e dei consumi. Molti anni fa Dario Paccino (<em>I colonnelli verdi</em> , Antonio Pellicani Editore, 1990) chiamava costoro “ecofascisti”, cioè, quelli che non  si curano delle reali condizioni sociali in cui vivono le persone.</p>
<p>Sono invece persuaso che vi è la possibilità di percorrere la strada della decrescita verso la sostenibilità in forme e modi democratici. Ciò può verificarsi, però, solo se si passa attraverso la presa di coscienza di ciascun individuo per diventare, via, via, un movimento di popolo. La decrescita si sostanza in innumerevoli micropratiche di cittadinanza attiva che quotidianamente sperimenta modi di produzione sociale, senza fini di lucro, di beni e servizi utili per se e per gli altri. La società della decrescita, che ha come obiettivo quello di raggiungere un equilibrio con la biosfera, è necessariamente una  società autogovernata (Cornelius Castoriadis, <em>La rivoluzione democratica</em>, 1990) con un più alto – non più basso – tasso di democrazia.</p>
<p>L’unica “autorità”, quindi, che può decidere quanto prelevare, quanto consumare, quanto restituire all’ambiente naturale esterno è la comunità dei produttori e dei consumatori che abitano i loro territori, ne conoscono le potenzialità e ne rispettano i limiti. Solo seguendo metodi e procedure democratiche, solo instaurando forme di autogoverno e autogestione comunitaria sarà possibile iniziare il cammino della decrescita. Decrescita ed equità sono due facce della stessa medaglia: solo la capacità di condividere tutto ciò di cui disponiamo ci fa imparare a produrre ciò di cui abbiamo bisogno con ciò che abbiamo a disposizione, senza sottrarlo ad altri, senza danneggiare altri e senza generare iniquità. Solo il riconoscimento di vincoli etici intra e infraspecifici e intergenerazionali ci permette di autolimitare i nostri potenzialmente sconfinati desideri. Equità sociale e conversione ecologica del sistema economico sono indissolubilmente legati.</p>
<p>In una tale società, allora, sarà persino privo di senso porre il problema di quale deve essere e come poter calcolare la “misura giusta”, equilibrata, né insufficiente, né smisurata. La moderazione e la temperanza, il rispetto dei modi e dei tempi di riproduzione dei cicli della vita verranno introiettati “automaticamente” nei comportamenti abituali. E’ solo una visione dei rapporti sociali individualista, utilitaristica e competitiva che ha generato una rincorsa emulativa al possesso esclusivo. E’ solo una cultura predatoria che, pensando la natura come “avara matrigna”, ha portato ad uccidere la “madre-nutrice”. E’ solo l’economia di mercato capitalista che ha inventato il concetto di “scarsità” e né ha fatto il cardine attorno cui ruota tutta l’economia politica e la società contemporanea.</p>
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		<title>Ma non era spariti, gli indignatos?</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 10:01:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[Informazione]]></category>
		<category><![CDATA[cover]]></category>

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		<description><![CDATA[di MANUEL CASTELLS Madrid, 12-M: Centinaia di migliaia di persone nelle strade, come in altre 80 città in Spagna, e in 50 paesi nel resto del mondo. Decine di migliaia a Madrid, ancora di più a Barcellona, grandi manifestazioni ovunque, in Spagna, ma anche a Berlino e Tel Aviv, in Brasile e negli Stati uniti, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/grito.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3968" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/grito-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p>di MANUEL CASTELLS</p>
<p>Madrid, 12-M: Centinaia di migliaia di persone nelle strade, come in altre 80 città in Spagna, e in 50 paesi nel resto del mondo. Decine di migliaia a Madrid, ancora di più a Barcellona, grandi manifestazioni ovunque, in Spagna, ma anche a Berlino e Tel Aviv, in Brasile e negli Stati uniti, a Londra&#8230; All&#8217;alba di domenica, la polizia ha sgomberato centinaia di persone dalla Puerta del Sol, a Madrid, culla del movimento degli &#8220;Indignados&#8221;, e lo stesso è accaduto in molte altre città. Per questo, domenica pomeriggio, alle 17, sono previste altre manifestazioni: l&#8217;idea è di occupare le piazze per tre giorni, fino al 15 maggio, data di nacita del movimento spagnolo, il 15-M. Il giorno prima della giornata globale, Manuel Castells, sciologo e studioso di internet, catalano che insegna anche negli Usa, ha pubblicato questo articolo che discute dei pericoli e delle prospettive del movimento, L&#8217;aerticolo è stato tradotto da DKm0 dal portoghese: era stato pubblicato, tradotto dallo spagnolo da Antonio Martins, nel sito di San Paolo del Brasile www.outraspalavras.net. Ecco l&#8217;articolo di Castells.</p>
<p>Ma&#8230; non era morto e sepolto il 15-M? Non era degenerato in violenza di strada, problema per il quale abbiamo la polizia? Non erano diventati, i più sensati, una associazione legaòe, Democrazia real ya!, debitamente registrata presso il ministero degli interni? Cosa rimane del movimento spontaneo, di massa e creativo, che ha potuto contare, per mesi, sul supporto morale di tre cittadini su quattro?</p>
<p>Lo sapremo presto. Nelle reti sociali già circola l&#8217;appello per una manifestazione locale e globale, il 12 maggio. Migliaia di persone in tutto il mondo, con lo slogan &#8220;Uniti per un cambiamento globale&#8221;. Fa ripartire proteste che hanno mobilitato milioni di persone in 951 città e 82 paesi il 15 ottobre 2011. E questo movimento rizomatico, con multipli nodi autonomi e mutanti, che vive sulle reti sociali in internet e nelle persone, tiene acceso il fuoco dell’indignazione, mentre le cose restano come sono.</p>
<p>Appare, scompare e riappare nello spazio pubblico per riaffermare la sua esistenza ed elaborare un progetto di cambiamento sociale. Per essere un movimento senza leader, basato sull’orizzontalità e la partecipazione, senza norme o programma, supera ogni ostacolo. Non si crea né si distrugge: si trasforma. Sopravvive allo stesso pericolo più comune per i movimenti sociali: l&#8217;autodistruzione causata da dispute interne.</p>
<p>Alcune pratiche usuali della sinistra non incidono sul 15-M. Quando, pochi giorni fa, Fabio Gandara (un veterano del movimento) e altre persone divennero impazienti e crearono un&#8217;associazione DRY [Democracia real ya], per agire per conto del movimento, suonò l&#8217;allarme nei social network. Questa decisione, presa in un modo poco chiaro e minoritaria, secondo la maggior parte del movimento, contraddiceva i principi della democrazia assembleare su cui poggia il 15-M. Ma dopo un primo momento di irritazione, è stato adottato l&#8217;atteggiamento per cui ognuno fa quello che vuole e non cade per questo mondo. La dichiarazione del movimento di Valencia, il 25 aprile, che si opponeva all&#8217;idea dell&#8217;associazione era firmata da &#8220;Democrazia Real Ya (l&#8217;obiettivo, non il marchio)”, perché non c&#8217;è nessun marchio, nessuno può appropriarsi di ciò che non ha un proprietario. Il 15-M è delle persone che scendono per le strade e dibattono sulla rete in ogni momento, ognuno con le proprie ragioni, le rivendicazioni, gli ideali e le manie. Perciò non è e non sarà un partito o qualcosa del genere. Quindi non è un problema se persone in buona fede scelgono di seguire un altro percorso per obiettivi ampiamente condivisi. Si tratta di una rete aperta, non di una burocrazia chiusa.</p>
<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/barcelona.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-3969" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/barcelona-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Molto più grave è un altro pericolo che il 15-M affronta: il tentativo di delegittimarlo agli occhi cittadini e di criminalizzarlo associandolo ai &#8220;violenti&#8221;. Chi sono questi? Non si sa molto bene, tranne che sono molto pochi e sono respinti dalla stragrande maggioranza del movimento. Poiché il 15-M è, dalla sua origine, esplicitamente non-violento. Questa opzione l’ha mostrata nella pratica, quando è stato attaccato dalla polizia e non ha risposto con una violenza che avrebbe potuto generalizzarsi. E&#8217; essenziale che questo atteggiamento venga mantenuto, perché la strategia più astuta di staccare il movimento dal suo ancoraggio al 99% è di provocarlo finché la televisione non sarà in grado di offrire immagini di caos, violenza, distruzioni e sangue, capaci di dividere la società da chi osa scendere in piazza dicendo quello che molti pensano.</p>
<p>Non sarà facile evitarlo. Perché la polizia sembra incapace di fare qualcosa di molto semplice, come intervenire in modo selettivo quando brucia il primo contenitore della spazzatura o danneggia la prima banca: preferisce pescare con rete e arrestare tutti quelli che passano da quelle parti.</p>
<p>Ma, soprattutto, non sarà facile contenere la rabbia della gente, perché i mesi passano, la situazione peggiora e i governi restano indifferenti alla protesta, applicando in maniera arrogante le ricette dell’&#8221;austerità&#8221; e costringendo le persone a pagare per una crisi che, nella visione degli indignati, è una faccenda di banchieri e di politici – che subito hanno salvato se stessi. Il percorso istituzionale per un dibattito cittadino è bloccato. La sottomissione dei parlamentari ai partiti parlamentari si applica automaticamente. Il partito &#8220;socialista&#8221; (Psoe), dopo aver iniziato il pasticcio, continua ad essere in uno stato di morte cerebrale. I sindacati abbaiano ma non mordono, o forse non hanno più denti. I media sono mediatizzati e cercano dei compratori. Ministeri e amministrazioni locali si dedicano ai tagli creativi, per vedere quali nuovi sacrifici umani possono offrire al dio dei mercati &#8211; che anche così non crede nel debito spagnolo, sia pubblico che privato.</p>
<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/MiguelBrieva.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-3970" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/MiguelBrieva-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" /></a>Poiché non c&#8217;è alternativa, migliaia di persone scenderanno per le strade il 12 maggio. E mentre continuiamo a cercare nuove forme di democrazia, ci si propone di deliberare, per tre giorni, nelle piazze occupate. Ecco dove le autorità li attendono. Proibito occupare qualsiasi spazio pubblico. L&#8217;alternativa, allora, è tra tornare a casa e tutto continua uguale o riaffermare il diritto di riunione e di dibattito, fino a quando non producano scontri violenti, permettendo così criminalizzare il movimento.</p>
<p>Se esistesse una vocazione democratica tra i politici, potrebbero lasciare che i cittadini si incontrino nelle agorà in questi tre giorni per deliberare e elaborare proposte. Sarebbe un modo per ristabilire il contatto tra le istituzioni e la società. Ma i partiti e i governi sono visceralmente contrari a un movimento che nega loro legittimità. O si entra nei canali prestabiliti &#8211; proprio quelli che il movimento denuncia per le sue carte truccate &#8211; o si condannano le proteste alla marginalità seguita dalla repressione.</p>
<p>L&#8217;indignazione deve essere creativa, per uscire da questo dilemma. C’è bisogno di definire le forme di disobbedienza civile protetta dalla legge. Bisogna dar prova di flessibilità nei tempi e spazi della decisione assembleare. Essi devono costruire i loro canali di comunicazione diretta con i cittadini. Ci si deve ricordare che ogni giorno in cui ci dissolviamo nella crisi, abbiamo più ragione.</p>
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		<title>Folla immensa alla Puerta del Sol</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 20:11:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[Indignati e ribelli]]></category>

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		<description><![CDATA[ORE 22 DI SABATO 12 MAGGIO, scade il termien fissato dalle autorità madrilene per la manifestazione degli “indignados”: tutti dovrebbero tornare a casa. Ma alla Puerta del Sol, luogo simbolico del movimento del 15-M, vi è una folla tanto immensa (nella foto) che anche le piazze vicine sono piene di persone che si siedono per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/sol.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3964" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/sol-300x195.jpg" alt="" width="300" height="195" /></a></p>
<p>ORE 22 DI SABATO 12 MAGGIO, scade il termien fissato dalle autorità madrilene per la manifestazione degli “indignados”: tutti dovrebbero tornare a casa. Ma alla Puerta del Sol, luogo simbolico del movimento del 15-M, vi è una folla tanto immensa (nella foto) che anche le piazze vicine sono piene di persone che si siedono per terra. Si possono vedere le immagini in diretta sia sul sito di Occupy Wall Street (<a href="http://www.occupywallst.org">www.occupywallst.org</a>) che su quello di El Pais (<a href="http://www.elpais.com">www.elpais.com</a>) o ancora su quelli del movimento. Il quotidiano madrileno intitola: “Il movimento cittadino rinasce in piena ondata di tagli”.</p>
<p>A Barcellona, secondo la polizia, hanno marciato in 45 mila, 200 mila secondo gli organizzatori, e in questo momento una gisantesca assemblea si sta tenendo in Plaza Catalunya. Manifestazioni del 12-M, giornata mondiale di protesta, il “global spring”, la primavera globale, si sono tenute in ottanta città spagnole, e in cinquanta paesi in tutto il mondo. A Tel Aviv, per esempio, in Brasile, a Mosca, in molte città degli Stati uniti, a cominciare da New York. Molte informazioni e una mappa sulle mobilitazioni in giro per il mondo sono su www.may12.net/</p>
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		<title>La Repubblica del 99%</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 12:02:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[La crisi della democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[cover]]></category>

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		<description><![CDATA[di AMADOR FERNANDEZ-SAVATER * &#8220;Più legna, è la guerra!&#8221;. Il treno dei Fratelli Marx (citazione dal film &#8220;Go West!&#8221; e alla scena in cui i fratelli Marx alimentano la locomotiva del treno con il legname dei vagoni, ndt) è oggi l&#8217;immagine più esatta del capitalismo. Lanciato a capofitto in una fuga in avanti, smantella se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3919" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/Indignados_MadridR400-300x206.jpg" alt="" width="300" height="206" /></p>
<p>di AMADOR FERNANDEZ-SAVATER *</p>
<p>&#8220;Più legna, è la guerra!&#8221;. Il treno dei Fratelli Marx (citazione dal film &#8220;Go West!&#8221; e alla scena in cui i fratelli Marx alimentano la locomotiva del treno con il legname dei vagoni, ndt) è oggi l&#8217;immagine più esatta del capitalismo. Lanciato a capofitto in una fuga in avanti, smantella se stesso per continuare ad alimentare il fuoco della macchina. Diritti, garanzie, vite, ricchezze, risorse, cautele, legami, l&#8217;intero edificio della civiltà sociale moderna. La folle corsa del capitalismo minaccia di divorare tutto. Non vi è alcun piano complessivo né a lungo termine: basta prendere tutto il legname necessario perché la macchina continui a funzionare. Il capitalismo è diventato completamente punk:<em>&#8220;no future&#8221;.</em></p>
<p>Qualcosa di molto profondo è rotto. Facciamo finta di niente, ma lo sappiamo. La sensazione generale è: &#8220;tutto è possibile&#8221;. Che l&#8217;Unione europea cacci la Spagna dall&#8217;euro, un <em>corralito</em> (una crisi alla argentina, ndt) o un&#8217;insurrezione. Qualsiasi cosa. Ma ci aggrappiamo alla possibilità più remota: che le cose rimangono le stesse, che si ritorna alla &#8220;normalità&#8221;. Il capitalismo improvvisa, ma anche i movimenti che gli si oppongono. Non c&#8217;è bussola che valga, le mappe che abbiamo ci cadono dalle mani, non sappiamo dove andiamo. E&#8217; come se nonc i resti che seguire gli avvenimenti del giorno: ieri le faccende del re (una polemica recente sulle spese della famiglia reale spagnola, ndt), oggi quella di Repsol (multinazionale spagnola, la cui filiale argentina è stata nazionalizzata dal governo della presidenta Kirchner, ndt), domani si vedrà. <em>The time is out of joint </em>(citazione dall&#8217;Amleto di Shakespeare, tradotto in genere con &#8220;il tempo si è spezzato&#8221;, ndt)<em>.</em></p>
<p>Protestare sembra inutile. I greci hanno già fatto più di dieci scioperi generali senza riuscire a rallentare rallentare di una briciola la velocità assurda della locomotiva, o a diminuire il suo potere terribile di devastazione. È come se i poteri si fosse de.connessi dalla società e non ci sia il modo di colpirli. Fa paura. Il ritmo di distruzione del capitalismo si è accelerato per mille dal 2008. Divora in pochi secondi conquiste che hanno richiesrto decenni di lavoro e di lotte. E non sappiamo come fermarlo.</p>
<p>Se tutto va a fondo, almeno partecipiamo al naufragio. Un amico di Barcellona mi ha detto che la tolleranza verso la violenza di strada, durante l&#8217;ultimo sciopero generale, era enorme,: &#8220;tu taglia, io brucio&#8221;. Una risposta legittima. Cosa sarà, bruciare un cassonetto, a confronto con milioni di vite bruciate? Più legname è la guerra: tagli, repressione, menzogne. Ciò che è normale, è ovvio, è la rabbia, l&#8217;odio, la violenza. Legittimo, ma inutile. Gran testate contro il muro, ogni volta sempre più furiosi, ciechi e disperati. Ma il muro e non cede.</p>
<p><em>Loro scelgono i temi.</em><br />
<em>Loro stabiliscono i tempi.</em><br />
<em>Loro creano gli scenari.</em><br />
<em>Noi reagiamo.</em></p>
<p>Qualcuno da queste parti ha visto <a href="http://translate.google.com/translate?hl=it&amp;prev=_t&amp;sl=es&amp;tl=it&amp;u=http://www.youtube.com/watch%3Fv%3DXE-4YaMgUr4%26feature%3Drelated"><em>Michael Collins</em></a>? Il film, sulla vita del leader rivoluzionario irlandese, inizia con l&#8217;insurrezione di Pasqua del 1916. L&#8217;Ira prende un edificio amministrativo, ma gli inglesi li sconfiggono. Non è la prima volta: seguendo le regole della guerra convenzionale, l&#8217;Ira ha sempre perso. Nell&#8217;organizzazione ci sono quelli che pensano che il continuo &#8220;sacrificio di sangue&#8221; aiuta la nascita della nazione irlandese: la repressione provocherà nuove adesioni causa alla causa e nuove insurrezioni. Tanto peggio tanto meglio.</p>
<p>Michael Collins non pensa affatto questo. In carcere riflette e propone un cambiamento strategico radicale: &#8220;da oggi agiremo come se la Repubblica d&#8217;Irlanda sia una realtà. Combatteremo l&#8217;impero britannico ignorandolo. Non seguiremo le loro regole, inventeremo le nostre&#8221;. Iniziò così una guerra di guerriglia storica, che ha fatto impazzire per anni gli inglesi e, infine, li ha costretti a negoziare il primo trattato di pace e di indipendenza con gli irlandesi</p>
<p>Quel che Michael Collins decide è smettere di dare testate al muro. Non vuole semplicemente aver ragione, né sacrificare qualcuno in nome di un futuro migliore. Vuoi vivere e vincere. E questo significa: creare la realtà. <em>Il vero contrattacco è creare nuova realtà..</em> Perciò propone paradossalmente una finzione: facciamo &#8220;come se&#8221; la Repubblica irlandese sia un fatto.</p>
<p>Le finzioni sono cose serie. I rivoluzionari francesi del Settecento hanno deciso di &#8220;agire come se&#8221; non fossero più i sudditi del vecchio regime, ma cittadini in grado di pensare e di scrivere una Costituzione. I proletari dell&#8217;Ottocento secolo hanno deciso di &#8220;agire come se&#8221; non fossero i muli da lavoro che la realtà li costringeva ad essere, ma persone uguali a tutti gli altri, in grado di leggere, scrivere, parlare e auto-organizzarsi. E hanno cambiato il mondo. La finzione è una forza materiale dal momento in cui ci crediamo e ci organizziamo di conseguenza.</p>
<p>Non indignarsi, reagire o chiedere, ma agire come se la <em>Repubblica del 99%</em> sia una realtà, combattere il potere ignorandolo, non obbedire alle loro regole, ma inventare le nostre. Che cosa potrebbe significare, questo?</p>
<p>Immagino per prima cosa, in tutte le piazze, una dichiarazione di massa di rottura con la realtà marcia della monarchia, dell&#8217;economia e della politica. Un gesto sereno, tranquillo: &#8220;siete licenziati, noi ce ne andiamo&#8221;. Il nostro giuramento della Pallacordas (episodio chiave della rivoluzione francese di fine Settecento, ndt). Poi dovremmo trarre tutte le possibili conseguenze <em>pratiche</em> possibili di una cosa impossibile: la Repubblica del 99% è una realtà, cosa ne consegue? Decidere i nostri tempi, temi e scenari. Farli esistere e rispettare e durare e crescere. Abitare già un altro paese: reale e immaginario, visibile e invisibile, intermittente e continuo.</p>
<p><em>Il modo migliore per difendere qualcosa è reinventare tutto.</em><br />
<em>Non per te e i tuoi, ma per il 99% (viaggiamo tutti sullo stesso treno).</em><br />
<em>La nostra vendetta è essere felici.</em></p>
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<p>*Articolo scritto per il periodico madrileno <a href="http://translate.google.com/translate?hl=it&amp;prev=_t&amp;sl=es&amp;tl=it&amp;u=http://www.diagonalperiodico.net/">Diagonal</a> (www.diagonalperiodico.org). <a href="http://www.rebelion.org/mostrar.php?tipo=5&amp;id=Amador%20Fern%C3%A1ndez-Savater&amp;inicio=0">Amador Fernández-Savater</a>, saggista e attivista sociale, è redattore della casa editrice Acuarela Libros, ha diretto per anni la rivista Archipiélago e ha partecipato attivamente a vari movimenti di base a Madrid (studenteschi, anti-globalizzazione, copyleft, &#8220;no guerra&#8221;, V Housing , 15-M). Ha scritto libri sul movimento degli &#8220;indignados&#8221;.</p>
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		<title>Senigallia si autocostruisce</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 09:54:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di SERGIO SINIGAGLIA &#160; Il Cesano è un quartiere popolare della zona Nord di Senigallia. Lo si incontra percorrendo la Statale Adriatica. Le palazzine in costruzione sono a sinistra del conducente. Per chi non ne conosce la storia il cantiere è simili ai tanti che si possono vedere nelle nostre città. Invece quei quattro piccoli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/foto-centrostorico-senigallia-g.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3960" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/foto-centrostorico-senigallia-g-300x220.jpg" alt="" width="300" height="220" /></a>di SERGIO SINIGAGLIA</p>
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<p>Il Cesano è un quartiere popolare della zona Nord di Senigallia. Lo si incontra percorrendo la Statale Adriatica. Le palazzine in costruzione sono a sinistra del conducente. Per chi non ne conosce la storia il cantiere è simili ai tanti che si possono vedere nelle nostre città. Invece quei quattro piccoli edifici, ormai quasi ultimati, hanno una storia particolare. Quando entriamo nell’area il capo cantiere ci saluta cordialmente e ci dà subito un caschetto bianco. Lucio Cimarelli e Marco Gargiulo ci vengono incontro. Sono loro che ci racconteranno questa bella esperienza nell’Italia di Monti e della Fornero. Lucio è il responsabile del Consorzio di Solidarietà di Senigallia, una delle realtà sociali che ha reso possibile dare vita a questo percorso.</p>
<p>“La storia inizia nel 2007 quando il ministero della Solidarietà Sociale, allora c’era il Governo Prodi e ministro era Paolo Ferrero, ha fatto un bando sulle politiche di integrazione rivolto alla popolazione migrante. La Provincia di Ancona decide di partecipare e  ottiene le risorse necessarie”. La relativa gara di assegnazione viene vinta dal Consorzio di Solidarietà e dall’altro partner del progetto, il Consorzio A.B.N. di Perugia.  “Il Comune di Senigallia già da tempo aveva individuato questo terreno per un progetto di autocostruzione. Per cui dopo avere scritto il bando, i due enti locali coinvolti e i due consorzi hanno iniziato a cercare, sempre tramite bando pubblico, i cittadini interessati alla proposta”.  Il primo problema da superare è stato quello di individuare un istituto di credito disponibile a erogare i mutui. L’unica banca a rispondere affermativamente è Banca Etica. L’assegnazione prevede un 50% di cittadini comunitari e l’altra metà extracomunitari. “Queste persone dovevano avere certi requisiti: non essere proprietari di case, avere la residenza da 10 anni in Italia o da 5 nelle Marche”. Una volta individuate le persone il cantiere è partito il 20 agosto del 2011. L’obiettivo era di consegnare le case a novembre di quest’anno, ma le tappe sono state bruciate e le palazzine verranno ultimate tra agosto e settembre. A fare la differenza l’incredibile voglia di partecipazione  dei protagonisti. “Nel cantiere lavora un gruppo di esperti, di tecnici che affianca la cooperativa di autocostruttori che si è formata ad hoc.  Ogni giorno è all’opera una squadra di  4/5 muratori. Il tutto è coordinato dall’equipe di mediazione sociale che gestisce i turni. Si lavora dal lunedì al sabato. Ogni nucleo famigliare ha 750 ore totali a testa. Inizialmente il monte ore complessivo per costruire le case era di 900 ore, ma quando ci siamo resi conto che stavamo andando veloci lo abbiamo ridotto”. In uno dei gabbiotti del cantiere ci fanno vedere il programma informatico che coordina il lavoro. Ogni famiglia ha una scheda con le ore effettuate. La quantità del lavoro viene monitorata avendo l’obiettivo finale di 750 ore. Un esempio per tutti a conferma che ci troviamo di fronte ad un progetto dove la solidarietà e la cooperazione sono dominanti. “Alcuni per ragioni di lavoro si sono resi conto strada facendo che non ce la facevano a raggiungere il monte ore stabilito. Allora altri con più tempo a disposizione si sono offerti di coprire il loro “buco”.</p>
<p>Mario Gargiulo del Consorzione ABN Network Sociale di Perugia ripercorre brevemente la storia dell’autocostruzione in Italia e sottolinea l’importanza del progetto senigalliese. “L’autocostruzione nasce tra gli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta. Non fa altro che riprendere una vecchia tradizione visto che nel nostro Paese c’era da sempre la pratica di costruirsi da soli la casa. Naturalmente nelle località periferiche e rurali. Se il ritorno di questa tendenza inizialmente assume i caratteri di una prassi un po’ naif, con le normative sulla sicurezza e l’importanza del fattore energetico cresce la consapevolezza che questi progetti non possono essere affidati alla semplice autogestione”.  Aspetti decisivi dei progetti di autocostruzione sono i tempi e i costi. “Analizzando le esperienze degli ultimi venti anni possiamo verificare come i fallimenti sono dovuti proprio a questi due elementi fondamentali”. Già perché se la casa deve costare un tot ed essere realizzata in una fascia precisa di tempo, se non vengono rispettare queste prerogative il tutto va in fumo. “Noi siamo partiti dal presupposto che questo modello si rivolge a cittadini con determinate caratteristiche. Non hanno la fortuna di avere ereditato case dai genitori, lavorano ma il loro stipendio non gli permette di comprare casa a prezzo di mercato. Dunque si tratta di persone che si possono accollare una rata di mutuo di 500/600 euro, cioè quanto un affitto, per circa 20/30 anni. Questi cittadini devono avere chiaro quanto gli costa e quanto gli dura una operazione del genere, e la banca gli deve cucire un vestito preciso, perché se l’importo sale improvvisamente di diecimila euro il progetto fallisce”.</p>
<p>E l’esperienza di Senigallia ha seguito proprio questi criteri. In questo caso è addirittura il Consorzio che si è preso le responsabilità del contratto e nel caso non avesse funzionato avrebbe pagato una penale di diecimila euro al mese. I risultati si sono visti e le quattro palazzine sono quasi ultimate. In ognuna ci sono tre appartamenti grandi da 116 mq, uno medio da 103 e uno piccolo da 65/68 mq. Per un totale di 20 appartamenti. Sono case costruite in muratura con il vecchio mattone di argilla cotta, non in cemento, un materiale naturale, biosostenibile, ora si chiama poroton, e garantisce un’efficienza energetica all’avanguardia che sarà catalogata nella categoria B, con un protocollo di efficienza ambientale, che nelle Marche si chiama Itaca, di 2.2, quindi uno standard elevato. Il costo finale per l’appartamento più grande è di  138.000 euro. “Sopra di noi – indica con il dito Gargiulo . stanno costruendo della case a 4.000 euro a mq. Quindi una casa come la nostra da 116 mq viene a costare più di 400.000 euro”. Ecco perché non sarà un caso se oltre ai controlli delle Asl e del Gruppo paritetico che hanno verificato il rispetto delle norme, qualche giorno fa il cantiere è stato visitato anche dai carabinieri. “Il motivo è semplice: queste case nella zona stanno facendo il prezzo e dunque è inevitabile che qualcuno vada dal costruttore  e gli chieda perché gli faccia pagare tre volte il prezzo delle nostre case”. Ma chi sono i protagonisti di questa bella storia?</p>
<p>Alcuni li incontriamo girando il cantiere. Giovanni sta portando una carriola con dentro vario materiale. E’ operaio metalmeccanico in una azienda di Senigallia. È sposato e ha un figlio di 8 anni. “Sto vivendo una esperienza bellissima, siamo partiti da un campo e in poco più di otto mesi le case sono in piedi”. Giovanni si alza all’alba e fa il turno in fabbrica dalle 6 alle 14. Poi si toglie la tuta da metalmeccanico e indossa quello da muratore. “Certamente è dura ma so che i sacrifici fatti verranno ripagati. Tra di noi c’è un bel clima e molta fiducia reciproca. Spero che questa possibilità venga data ad altre persone. In fabbrica ne ho parlato e sono un po’ invidiosi”. Ludmilla è una simpatica signora ucraina, in Italia da 9 anni. “Ho letto di questa possibilità su un giornaletto locale, ho vinto, insieme a mio marito e ai figli, le perplessità ed eccomi qui”. Ludmilla, come il marito, fa assistenza agli anziani. “In questi giorni mi sono laureata in infermieristica. Nelle ultime tre settimane non sono venuta perché impegnata con gli studi, ma ora lavorerò tutti i giorni”. Due testimonianze che dimostrano come gli autocostruttori siano pienamente coinvolti.</p>
<p>“C’è una bellissima coesione – conferma Gargiulo – si è creata una comunità sociale pur tra gente molto diversa. Ci sono marocchini, ucraini, iraniani, polacchi, e gli italiani sono in maggior parte anche loro di immigrazione. Così come sono diversi i mestieri  visto che sono presenti operai, artigiani, poliziotti, carabinieri.  Ma ad unirli è non solo il progetto specifico ma la consapevolezza di costruire una comunità. Lavorando a fianco ci si conosce. Costruendo si costruisce socialità. Si mettono  in discussione anche tutte quelle sciocchezze sulla sicurezza. La sicurezza si fa creando relazioni di fiducia, di stima reciproca, di conoscenza tra le persone. Questo sarà un quartiere sicuro ma non perché ci metteremo un presidio di polizia, ma perché gli abitanti hanno creato delle relazioni umane. Quando facciamo le riunioni partecipano tutti i vari membri delle famiglie, mogli,  figli, si sta insieme  e si condivide quello che si sta facendo. Per noi progetti simili hanno l’obiettivo non di fare profitto ma di fare lavoro, cioè di portare a casa occupazione e socialità”. E’ proprio il caso di dirlo: l’altro mondo possibile in costruzione.</p>
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