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	<title>Democrazia Km Zero &#187; Beni comuni</title>
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	<description>Rinnoviamo insieme la democrazia dal basso</description>
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		<title>Il governo della giusta misura</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 06:30:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[Beni comuni]]></category>

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		<description><![CDATA[di PAOLO CACCIARI La scorsa settimana ho dato conto della pubblicazione del nuovo numero della rivista Multiverso della casa editrice universitaria di Udine, Forum, dedicato al tema della “misura”. Ho scritto che molti autori &#8211; chi partendo da ragioni ecologiche, chi da motivazioni sociali, chi da constatazioni storiche –  si sarebbero ritrovati d’accordo con la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/r676079_49598111.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3976" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/r676079_49598111-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>di PAOLO CACCIARI</p>
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<p>La scorsa settimana ho dato conto della pubblicazione del nuovo numero della rivista <em>Multiverso</em> della casa editrice universitaria di Udine, Forum, dedicato al tema della “misura”. Ho scritto che molti autori &#8211; chi partendo da ragioni ecologiche, chi da motivazioni sociali, chi da constatazioni storiche –  si sarebbero ritrovati d’accordo con la massima di Sofocle nell’Edipo: “Chi vive oltre il limite giusto e la misura perde la mente ed è in palese stoltezza”. Ma la questione decisiva e politicamente delicata è la seguente: chi decide qual è “il limite giusto”? Qual è l’autorità che ha il potere di stabilire la misura della sufficienza, di ciò che deve bastare a ciascuno e di ciò che supera la soglia del consentito?</p>
<p>Il sistema di mercato – come sappiamo &#8211; risolve la questione in modo stupefacentemente semplice: il limite è dato dalla solvibilità del compratore. E’ consentito produrre tutto ciò che si può consumare, ovvero non vi è alcun “limite esterno” al mercato stesso; sia pure fisico, biologico, ambientale. Esaurito un terreno fertile, una miniera, un materiale… si passa a sfruttarne un altro. Il compito di superare ogni limite naturale è affidato alla tecnoscienza, che secondo la teoria sviluppista (una vera e propria fede) sarà sempre in grado di trovare una soluzione per incrementare la produzione di nuove merci e appagare ogni tipo di umana <em>hýbris</em>.</p>
<p>Peccato che non da oggi (dal rapporto del Club di Roma dei primi anni ’70, almeno, su, su fino alle ultime osservazioni degli scienziati dell’Ipcc sui cambiamenti climatici) sappiamo bene che questa teoria non regge. Le scienze della vita ci dicono in modo inconfutabile che la logica mercantile e il meccanismo dell’accumulazione capitalistica stanno semplicemente distruggendo il pianeta. I prelievi di materiali e di energie non rinnovabili e le emissioni inquinanti non metabolizzabili stanno depauperando la Terra ad un ritmo di estinzione delle specie viventi fin qui mai raggiunto (e misurato). A dispetto delle enormi capacità di conoscenza e di previsione raggiunte dalla comunità scientifica, le scelte politiche messe in atto dalla società umana sono incredibilmente miopi e irresponsabili. Da qui la notissima  affermazione di Kenneth Boulding (tra i fondatori della bioeconomia, negli anni ’60): “Chiunque creda che una crescita esponenziale possa durare sempre, in un mondo finito, è o un folle o un economista”. Dove per “folle” si deve leggere: uomo politico di governo.</p>
<p>Come immaginare, allora, una via di rientro nei limiti della sostenibilità bio-geo-chimica delle attività antropiche? Quale deve essere il governo di una “good-enough society”?</p>
<p>A fronte delle pessime prove storicamente dimostrate dai governi nazionali e dai fallimenti degli innumerevoli tentativi di istituire una <em>governance</em> globale (pensiamo ai programmi intentati dalle agenzie dell’Onu, alla messe di Dichiarazioni sull’ambiente, alle Convenzioni tra cui quelle sulla biodiversità e sul cambiamento climatico, ai Protocolli intergovernativi tra cui quello di Kioto, e alle Agende operative), spesso si sente invocare la necessità di una “superiore autorità” capace di dettare regole e imporre limiti dall’alto. Secondo costoro, nessun governo riuscirà mai ad ottenere comportamenti e stili di vita più sobri, razionali e meno dispendiosi con il consenso delle popolazioni e con le buone maniere . Da qui l’invocazione di una “dittatura benevola “ (già vista come una necessità da Hans Jonas), di un “dispotismo tecnocratico illuminato” ( Hubert Védrine, citato da Serge Latouche in: <em>Per un’abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita</em>, Bollati e Boringhieri, 2012) di un governo guidato da <em>ecocrazie</em> autoritarie, <em>espertocrazie </em>post-democratiche, ecc., ecc. Esiste quindi una visione autoritaria della ecologia -  o una via ecologica all’autoritarismo &#8211; che fonda il suo dire su una visione pessimistica del genere umano. In altri termini, questa corrente di pensiero ritiene che le popolazioni non accetterebbero mai delle limitazioni al loro desiderio di crescita dei redditi e dei consumi. Molti anni fa Dario Paccino (<em>I colonnelli verdi</em> , Antonio Pellicani Editore, 1990) chiamava costoro “ecofascisti”, cioè, quelli che non  si curano delle reali condizioni sociali in cui vivono le persone.</p>
<p>Sono invece persuaso che vi è la possibilità di percorrere la strada della decrescita verso la sostenibilità in forme e modi democratici. Ciò può verificarsi, però, solo se si passa attraverso la presa di coscienza di ciascun individuo per diventare, via, via, un movimento di popolo. La decrescita si sostanza in innumerevoli micropratiche di cittadinanza attiva che quotidianamente sperimenta modi di produzione sociale, senza fini di lucro, di beni e servizi utili per se e per gli altri. La società della decrescita, che ha come obiettivo quello di raggiungere un equilibrio con la biosfera, è necessariamente una  società autogovernata (Cornelius Castoriadis, <em>La rivoluzione democratica</em>, 1990) con un più alto – non più basso – tasso di democrazia.</p>
<p>L’unica “autorità”, quindi, che può decidere quanto prelevare, quanto consumare, quanto restituire all’ambiente naturale esterno è la comunità dei produttori e dei consumatori che abitano i loro territori, ne conoscono le potenzialità e ne rispettano i limiti. Solo seguendo metodi e procedure democratiche, solo instaurando forme di autogoverno e autogestione comunitaria sarà possibile iniziare il cammino della decrescita. Decrescita ed equità sono due facce della stessa medaglia: solo la capacità di condividere tutto ciò di cui disponiamo ci fa imparare a produrre ciò di cui abbiamo bisogno con ciò che abbiamo a disposizione, senza sottrarlo ad altri, senza danneggiare altri e senza generare iniquità. Solo il riconoscimento di vincoli etici intra e infraspecifici e intergenerazionali ci permette di autolimitare i nostri potenzialmente sconfinati desideri. Equità sociale e conversione ecologica del sistema economico sono indissolubilmente legati.</p>
<p>In una tale società, allora, sarà persino privo di senso porre il problema di quale deve essere e come poter calcolare la “misura giusta”, equilibrata, né insufficiente, né smisurata. La moderazione e la temperanza, il rispetto dei modi e dei tempi di riproduzione dei cicli della vita verranno introiettati “automaticamente” nei comportamenti abituali. E’ solo una visione dei rapporti sociali individualista, utilitaristica e competitiva che ha generato una rincorsa emulativa al possesso esclusivo. E’ solo una cultura predatoria che, pensando la natura come “avara matrigna”, ha portato ad uccidere la “madre-nutrice”. E’ solo l’economia di mercato capitalista che ha inventato il concetto di “scarsità” e né ha fatto il cardine attorno cui ruota tutta l’economia politica e la società contemporanea.</p>
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		<title>Roma difende la sua acqua</title>
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		<pubDate>Sat, 05 May 2012 07:05:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[Beni comuni]]></category>

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		<description><![CDATA[di SANDRO MEDICI Dal manifesto di sabato 5 maggio 2012. Roma oggi scende in piazza. Per difendersi da una vera e propria mascalzonata che si sta perpetrando ai suoi danni, ai danni di uno dei suoi beni più preziosi, quell&#8217;acqua che da secoli scorre e l&#8217;attraversa lungo un sistema sanguigno chiaro e trasparente. Non è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/maifestazine-acea.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3929" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/maifestazine-acea-300x216.jpg" alt="" width="300" height="216" /></a>di SANDRO MEDICI</p>
<p>Dal manifesto di sabato 5 maggio 2012.</p>
<p>Roma oggi scende in piazza. Per difendersi da una vera e propria mascalzonata che si sta perpetrando ai suoi danni, ai danni di uno dei suoi beni più preziosi, quell&#8217;acqua che da secoli scorre e l&#8217;attraversa lungo un sistema sanguigno chiaro e trasparente. Non è retorica, a Roma è proprio così: acquedotti e cisterne, fontane e fontanelle sono parte insostituibile del suo paesaggio. La storia come immaginario identitario: meraviglia artistica, tocchi di grazia assoluta, contrappunto simbolico di piazze e cortili, garbo morfologico di strade e quartieri.</p>
<p>È così che la città vive il suo legame con l&#8217;acqua, con la sua architettura spumeggiante. Ed è proprio questo patrimonio sentimentale che Roma vuole preservare e continuare a custodire. Ancor più delle delibere comunali e dei pacchetti azionari, in questa battaglia contro la svendita dell&#8217;Acea si rivendica il diritto alla propria storia, alla propria cultura, alla propria città, solida o liquida che sia. Ecco perché c&#8217;è stata una reazione tanto estesa contro Alemanno. Un sindaco con l&#8217;acqua alla gola che, prima d&#8217;andarsene dal Campidoglio, vorrebbe privatizzare l&#8217;azienda comunale che gestisce il sistema idrico romano. Riducendo del 21% la quota comunale, attualmente maggioritaria al 51%, per trasferirla ai restanti soci privati affinché compongano un nuovo assetto di controllo gestionale, definitivamente svincolato dalla proprietà pubblica.</p>
<p>Un&#8217;operazione scellerata che, proprio ieri mattina, nell&#8217;annuale assemblea dei soci, è stata entusiasticamente confermata dai dirigenti aziendali, desiderosi di accreditarsi con quelli che dovrebbero diventare i nuovi padroni. Con il presidente Giancarlo Cremonesi a sostenere che con questo passaggio di quote non ci saranno rischi né per gli azionisti, né per la città. E con l&#8217;amministratore delegato Marco Staderini a rammaricarsi per l&#8217;esito del referendum di giugno e a indignarsi per tutte queste polemiche, il cui effetto sarebbe l&#8217;indebolimento dei titoli in Borsa. Invece d&#8217;insistere sulla privatizzazione, forse i due dirigenti avrebbero dovuto spiegare le ragioni per cui le quotazioni di quei titoli che dichiarano di voler difendere nell&#8217;ultimo anno hanno perso il 50% del loro valore e il 70% negli ultimi tre.</p>
<p>Sarebbe da chiedersi come sia possibile che una dirigenza aziendale porti in assemblea risultati tanto deludenti e l&#8217;azionista di riferimento, cioè il Comune di Roma, non abbia nulla da dire, anzi plauda a una gestione tanto fallimentare. Hanno invece da dire i due principali soci di minoranza, Caltagirone e Gdf-Suez. Il primo l&#8217;ha fatto qualche giorno fa, la multinazionale francese ieri in assemblea: entrambi hanno sollecitato a far presto, a vendere quel che loro sono disponibili ad acquistare a prezzi stracciati, in modo da consentire all&#8217;azienda di riprendersi e rilanciarsi con i nuovi assetti proprietari, cioè essi stessi, finalmente liberati dalle zavorre pubbliche.</p>
<p>E una di queste zavorre, il sindaco Alemanno, con una compiacenza imbarazzante, è più che disponibile a farsi da parte. Certo, qualche remora comincia a pungerlo. Ha capito che la città non è d&#8217;accordo con questa svendita. Perfino tra i suoi commilitoni affiora più d&#8217;una perplessità; e non sempre in Consiglio comunale ha potuto contare sulla compattezza della destra, soprattutto ora che i consiglieri d&#8217;opposizione, inaspettatamente combattivi, si stanno impegnando in un tenace ostruzionismo. Ma l&#8217;impressione è che voglia procedere in quest&#8217;opera di smantellamento dell&#8217;Acea. Del resto, cos&#8217;ha da perdere, considerato che ormai anch&#8217;egli s&#8217;è infine reso conto d&#8217;aver concluso la sua modestissima avventura in Campidoglio?</p>
<p>Un milione e duecentoventisettemilaottantanove. Tanti sono stati i voti che a Roma, poco meno di un anno fa, hanno (avrebbero) deciso che l&#8217;acqua è un bene comune e quindi deve restare di proprietà pubblica. S&#8217;è trattato di un pronunciamento solenne, esito di una consultazione referendaria, cioè la forma più alta con cui si esprime la democrazia diretta. A tutti costoro, così come ai restanti venticinque milioni sparsi per il paese, si manda a dire che la loro volontà non conta nulla, che tutte quelle bandiere hanno sventolato invano, e che insomma l&#8217;acqua continuerà a essere considerata una merce, a essere venduta e svenduta come al mercato conviene e alla politica pure.</p>
<p>Eppure, oggi pomeriggio quelle bandiere torneranno in piazza. Perché è proprio dalla capitale che sta partendo la controffensiva di un&#8217;economia in crisi che con arroganza vuole impadronirsi di quel che resta del patrimonio pubblico, con la complicità di una politica subalterna. Si torna quindi a lottare per fermarli. Si sperava che non sarebbe stato più necessario, e invece non è così, la lotta continua.</p>
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		<title>Perché non cambiamo energia</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Apr 2012 07:45:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[Beni comuni]]></category>

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		<description><![CDATA[di MARIO AGOSTINELLI 1. PREMESSA Come afferma nel suo ultimo libro Hermann Scheer “la conversione alle rinnovabili, la riduzione dei consumi energetici e la conseguente riorganizzazione della società sono importanti per la storia della civiltà”. Il cammino sembra intrapreso: una manifesta spinta dal basso ha portato già nel 2011 all’installazione sul pianeta di una potenza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/04/vigil1-5001.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3855" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/04/vigil1-5001-300x210.jpg" alt="" width="300" height="210" /></a>di MARIO AGOSTINELLI</p>
<p>1. PREMESSA</p>
<p>Come afferma nel suo ultimo libro Hermann Scheer “la conversione alle rinnovabili, la riduzione dei consumi energetici e la conseguente riorganizzazione della società sono importanti per la storia della civiltà”. Il cammino sembra intrapreso: una manifesta spinta dal basso ha portato già nel 2011 all’installazione sul pianeta di una potenza elettrica da fonti naturali superiore a quella fornita  da nuovi impianti fossili e quello del nostro paese è risultato addirittura il primo mercato al mondo per il fotovoltaico.</p>
<p>Ma, nonostante una lenta maturazione di movimenti in ogni continente &#8211; fino allo strepitoso successo del referendum antinucleare a livello nazionale &#8211; non si può certo affermare che il cambio di paradigma energetico, reclamato a gran voce dagli scienziati più autorevoli e assurto a pieno titolo a priorità nell’attenzione dell’opinione pubblica, sia all’ordine del giorno della politica e rivesta l’urgenza reclamata dagli scenari climatici previsti e puntualmente confermati. Anzi, le leadership mondiali nei loro frequenti incontri si preoccupano di fissare insuperabili scadenze e maniacali road map pluriennali lungo le quali abbattere i diritti del lavoro e lo stato sociale. O decidono in summit urgenti le date ravvicinate per spostare enormi risorse a salvataggio del sistema finanziario. Tuttavia, non trovano accordo alcuno sui tempi e i provvedimenti per limitare il riscaldamento terrestre e salvare la terra.</p>
<p>Credo si misuri qui la più drammatica divaricazione tra politica, economia e società: Nonostante sprazi e segnali confortanti (Occupy Wall Street è giunto fino a Milano!), sembrerebbe che la crisi mondiale e la gestione della recessione in corso siano riusciti a colpire in modo particolare la speranza di “un mondo diverso possibile” e che i  movimenti anche più attenti manifestino difficoltà sia a prendere voce, sia a ricomporre un discorso organico di alternativa, rimanendo frammentati per temi, confinati in spazi territoriali separati e stentando perfino a disegnare un quadro complessivamente più efficace sul terreno dei beni comuni.  Una difficoltà poco riconosciuta, ma evidenziata da una realtà in cui la distanza anche negli obiettivi rivendicativi tra “acqua, terra, vento e fuoco” rimane nella pratica incolmabile.</p>
<p>Proprio perché è di aspetti di oggettiva debolezza che occorre trattare, provo a prendere di seguito in considerazione <em>tre domande</em> con cui facciamo fatica a cimentarci e da cui provengono, a mio parere, alcuni dei nostri insuccessi; proverò successivamente a ragionare su <em>tre equivoci</em> di fondo, la cui permanenza consente al sistema attuale di produrre una cosciente resistenza al cambiamento. In conclusione accennerò ad una <em>struttura propositiva</em> che reinserisca a pieno titolo la battaglia per l’energia nel contesto potenzialmente assai fertile dei beni comuni, inseparabile dalla buona politica.</p>
<p>2. LE DOMANDE</p>
<p>A)  SOPRAVVIVE  ALLA CRISI UN IMMAGINARIO COLLETTIVO ALTERNATIVO?</p>
<p>Fino al 2008 – l’inizio di una crisi che si avvita in maniera sempre più inestricabile – percepivamo le “fratture” che andavano caratterizzando un’epoca in cui le trasformazioni sono spesso più profonde delle nostre radici politico-culturali, come centri e luoghi di un conflitto che avrebbe aperto le porte al cambiamento e per la cui gestione occorreva un salto di partecipazione, una lotta di controinformazione, l’esplicita messa in crisi del sistema di rappresentanza ormai ridotto ad apparati autoreferenziali.  Ci sembrava cioè, che l’efferatezza del capitalismo industriale globale e l’anonimia della finanziarizzazione, con il loro portato di spreco di lavoro e natura,  si sarebbero scontrati con l’irriducibilità della vita, l’autonomia delle persone, la dignità del lavoro, la sopravvivenza della specie, rilanciando il ruolo della politica. Sarebbe bastato che i conflitti assumessero una configurazione omogenea dentro gli spazi e i tempi della globalizzazione liberista e il profilo della civiltà avrebbe assunto il corso progressista e cosmopolita della convergenza delle diversità, della non violenza, della democratizzazione dei poteri, di un socialismo del XXI secolo in formazione. Avevamo addirittura sintetizzato in parole chiave la trasformazione e individuato i processi che avrebbero dato vita ad <em>un nuovo immaginario per “un mondo diverso e possibile”</em>.</p>
<p>Non chiacchiere, ma movimenti reali in cammino su pace, multiculturalità, cittadinanza universale, sovranità attiva; beni comuni, naturali e sociali, materiali e culturali, mantenimento della biosfera, clima, “ben vivere”, rinnovabilità, giusta misura; riconversione produttiva e  senso del lavoro , saperi, giustizia sociale e futuro equo, riappropriazione e dono del tempo; valore territoriale, approccio locale, reti corte,  neo agricoltura, rigenerazione di città e spazi aperti, consumo di suolo; rappresentanza democratica e legalità, autogoverno,  informazione, comunicazione, etica, convivialità.</p>
<p>In un seminario a Verona nel 2009 un gruppo di intellettuali e di rappresentanti di movimenti aveva prodotto una sintesi ulteriore: “A fronte dell’attuale crisi di civiltà, il territorio è un superluogo;  la riappropriazione del lavoro e i diritti dei lavoratori sono il passaggio cruciale per sostenere il conflitto per un mondo diverso;  l’abbandono della crescita costituisce la direzione univoca verso cui procedere;  la ricostruzione della rappresentanza il nodo politico da risolvere”. C’era, insomma, una cassetta degli attrezzi in approntamento e la certezza di produrre un’idea di futuro che viveva l’inizio della crisi come una opportunità. Mi sembra di dover affermare pessimisticamente che, almeno in Europa, il discrimine posto dal “risanamento del debito” ad opera della “troika” è riuscito, almeno a breve,  a bloccare quella costruzione in atto ed ha ribaltato il giudizio inappellabile delle nuove generazioni sul  liberismo e sui disvalori del sistema capitalista (voi l’1%, noi il 99%) in una recriminazione nei confronti delle conquiste, e dei diritti – giudicati  eccessivi e  pregiudizievoli per una estensione ai giovani &#8211; che gli strati popolari avevano tradotto in potere in base alle Costituzioni di democrazia sociale nate nel dopoguerra.</p>
<p>In questa operazione di rovesciamento che non abbiamo saputo combattere con successo, si è distinto lo stesso presidente Napolitano, a cui va sì riconosciuto il merito di una straordinaria tenuta contro il degrado delle istituzioni, ma anche attribuita la responsabilità  di aver appiattito sulla conservazione del sistema la risposta alla degenerazione del berlusconismo. Lo sforzo nazionale, da un semestre ad oggi, si è concentrato sul presupposto del superamento della crisi con il vecchio modello rimesso in carreggiata, secondo il tradizionale approccio dei due tempi e la convinzione che il male minore fosse l’orizzonte massimo a cui potessimo accedere. Si è così messa fuori gioco la rappresentanza del sindacato (dove sta scritto che il capo dello stato ha il potere di intimare &#8220;alle parti sociali di far prevalere interessi diversi da quelli sociali&#8221; che rappresentano?) e non è stata valorizzata adeguatamente  la funzione democratica e autonoma del mondo del lavoro. Il caso italiano, con il passaggio, sostenuto dalla maggioranza parlamentare e suggellato dai governi moderati dell’Ue, da democrazia sociale avanzata a democrazia regressiva (modifica di fatto dell’art. 81 e 41 della Costituzione e dello Statuto dei Lavoratori) illustra bene come possa ridursi un immaginario collettivo in formazione alla opposizione velleitaria di una minoranza attiva. Niente stupore quindi, se a distanza di pochi mesi dal voto di 27 milioni può partire un attacco robusto alle energie rinnovabili e si progetta per il nostro Paese il ruolo di “hub del gas per l’Europa”</p>
<p>B)  BENI COMUNI: BASTA LA PAROLA?</p>
<p>Non tutto è riconducibile alla categoria dei beni comuni. Ma, nelle difficoltà del passaggio di fase attuale, a questo concetto si sono affidate aspettative a volte eccessive, quasi fossero un campo sconfinato. Quando ci si imbatte con beni e valori che non possono essere ridotti a merce e perciò privatizzati e consumati al ritmo imposto dalle leggi del mercato, si arriva al nodo costituito dal rapporto conflittuale tra individui possessivi e i beni che escludono il possesso individuale. Niente di più attuale, vista la fase che attraversiamo.</p>
<p>Proprio i beni comuni – che sono tali perché essenziali e insostituibili per la vita e la riproduzione, a cominciare dall’Acqua e dal Sole &#8211; sono oggetto di appropriazione e di uso al servizio del capitale, che si presenta con le forme meno arcigne di una “Green Economy” cui si vanno convertendo le stesse multinazionali. Bisogna però, a mio parere, approfondire una strategia prima di allargarne a dismisura il campo di applicazione. Non basta proclamare una politica generica e onnicomprensiva dei beni comuni, coniugandola poi in parte solo per l’acqua, senza andare più a fondo dell’approccio complessivo alla natura – e quindi al lavoro e alla vita intera – che il capitale impone, esulando dai suoi confini tradizionali della geopolitica e invadendo quelli della biosfera. E’ inevitabile, al punto in cui siamo, <em>integra</em><em>re autentiche piattaforme rivendicative</em> &#8211; a livello locale, nazionale ed europeo &#8211; sulle risorse e i consumi energetici, sulla disponibilità e sulla destinazione della risorsa acqua, sulla salubrità dell’aria, sul consumo e sulla fertilità della terra,  facendone il tratto conduttore di un programma sociale e politico che si alimenta di democrazia diretta e rinnova la democrazia delegata.</p>
<p>Continuo a rimanere deluso di una organizzazione post-referendum in cui i singoli movimenti permangono organizzati come se dovessero procedere <em>“confederati”.</em></p>
<p>Il rapporto energia-acqua-cibo-territorio dovrebbe essere così pensato nella sua complessità e indissolubilità e nell’ambito innanzitutto dell’autogoverno comunale e con la partecipazione della popolazione locale, e poi su su con concretezza, fino a contrastare la requisizione ad opera di un mercato che si organizza su scala continentale e mondiale.</p>
<p>Dal punto di vista di queste note il risparmio energetico e le fonti rinnovabili non sono un tema a se stante, ma rappresentano un contributo per realizzare una <em>organizzazione </em><em>democratica </em><em>della società ecosostenibile</em>, ossia una società che soddisfa i propri bisogni senza alterare i complessi meccanismi che reggono il clima, che non preleva dalla natura più risorse di quanto essa possa rigenerare nel tempo, che non spreca e distrugge il territorio nella sua componente sociale e naturale.</p>
<p>Già un programma così ampio costituisce un coerente punto di riferimento: se invece si volesse far confluire tutto l’antagonismo sotto il “cappello” dei beni comuni, anziché porlo in adeguata relazione ad essi, si compirebbe un’accelerazione a discapito di una maturazione che deve prescindere dalle appartenenze.</p>
<p>C)  GLOBALIZZAZIONE E CLIMA: SONO COMPATIBILI?</p>
<p>Il riscaldamento globale non è più una minaccia filosofica né una minaccia per il futuro. È la realtà in cui viviamo, che richiede, in assenza di una governance mondiale, una risposta immediata a livello di comunità locali interconnesse,<em> </em>più capaci di resistere agli scossoni nelle infrastrutture ed alle interruzioni dei flussi. <em>Non tutto si riduce solo allo stampo liberista della globalizzazione:</em> sono l’annullamento delle specificità territoriali e culturali dovuto al consumismo, la distruzione della biodiversità connaturata alla crescita, l’affanno competitivo del sistema d’impresa, che mettono a rischio la nostra civiltà. Comincio a pensare che il liberismo corrisponda certamente ad una micidiale accelerazione, ma che, comunque, sia la concezione di spazio e di tempo che la cultura occidentale ha imposto al resto del pianeta a rendere irreversibile la corsa verso il disastro.  Partendo da questa constatazione preoccupata e quasi prepolitica, Leonardo Boff invita a abbandonare l’era “tecnozoica” per passare a quella “ecozoica”, che considera la terra nella sua evoluzione e a cui le culture produttiviste non sono per nulla preparate.</p>
<p>Siamo da oltre un mese dentro al vortice di indici di borsa a picco, spread sui titoli di stato che fanno sussultare i governi, rapporti debito/Pil che preoccupano, un frullatore di notizie da cui usciremo più confusi di prima e forse più poveri. I Governi più pragmatici cercano dei rimedi, quelli arruffoni rischiano di trascinare nel baratro un paese. Gli uni e gli altri però non ci dicono chi è il vero “mandante” di tutto questo e ci assicurano che se ne uscirà. Così si distoglie l’opinione pubblica dalla ricerca delle soluzioni necessarie per affrontare i più concreti e urgenti bisogni e per preparare la società alle future sfide economiche, sociali e alla scarsità delle risorse: in una parola sola, al rischio della povertà diffusa. Questa non sembra certo una visione peregrina, se si pensa a come in tutte le società industrializzate la ricchezza si stia ormai concentrando in pochissime mani e a quanto la classe media tenda ad evaporare e l’indigenza a crescere.</p>
<p>Ci dobbiamo preoccupare di aspetti chiave del prossimo futuro: occupazione, cibo, sanità, abitazioni, sicurezza, educazione, trasporti, coesione sociale, comunicazione e cultura, assetto dei trasporti e dell’edilizia, picco del petrolio. E come potremmo reperire risorse a tal fine, se il modello energivoro e il cambiamento climatico assorbiranno la maggior parte della ricchezza resa disponibile dall’attività umana organizzata su scala globale come risulta oggi? Bisogna  rivendicare i &#8220;beni comuni&#8221; non separati dai servizi e il sociale non subalterno al sistema dell&#8217;economia capitalistica e d&#8217;impresa, lottando per mantenere un controllo<em> </em>sociale e statale sull&#8217;impresa privata (l’art.18!) e sulle finalità della produzione.<em> </em></p>
<p>Oggi siamo ben lontani dall’obiettivo. Alcuni ricercatori dell’Università di Losanna hanno svolto una ricerca su 43.000 imprese transnazionali ed hanno concluso che, meno del 1% delle compagnie controlla il 40% dell’interscambio mondiale. In queste “corporation” i settori dell’acqua e dell’energia, con le banche e le assicurazioni correlate, hanno un peso rilevantissimo. Come il mondo ha potuto constatare durante la crisi del  2008, queste reti sono molto instabili: basta che un nodo abbia un problema serio perchè questo si propaghi automaticamente a tutta la rete, trascinando con sè l&#8217;economia mondiale come un tutto. <em>Il cambiamento climatico è considerato il fattore di maggior instabilità nel prossimo futuro</em>. Riancorare al territorio, alle popolazioni e al lavoro l’economia, articolandone le forme e sottoponendola al controllo democratico, è diventata una necessità improrogabile.</p>
<p>3. LA RESISTENZA AL CAMBIAMENTO</p>
<p>A)  INDIVIDUI E MEDIA SCETTICI SUL MUTAMENTO EPOCALE</p>
<p>Dovremmo chiederci perchè si faccia fatica a capire il pericolo del cambiamento climatico ed ancora di più a definire priorità nell’azione conseguente a bloccarne gli effetti. Il problema dei cambiamenti climatici si è rivelato negli anni particolarmente difficile da affrontare per molteplici fattori. I tentativi di risoluzione attraverso trattati internazionali sulle emissioni sono risultati finora inefficaci, e non sono riusciti ad <em>arrivare all’individuo</em>, ad abbattere i dubbi, a realizzare un cambiamento comportamentale. L’urgenza di porre rimedio a una situazione che si avvia ad essere irreparabile, si scontra con una diffusa inerzia da parte delle persone, che parzialmente deriva dall’idea che il problema debba essere risolto “dall’alto”: l’azione individuale inoltre viene percepita come inefficace al cospetto delle urgenze poste dalla crisi economica. Questo è un prodotto dell’esasperato individualismo dei nostri tempi e del mancato richiamo che la politica avrebbe dovuto esercitare, venendo meno anche ai suoi compiti etico- educativi.</p>
<p>Tuttavia, i dati mostrano che, ad esempio, le emissioni pro-capite legati ai consumi residenziali hanno un peso notevole nel bilancio complessivo della produzione di CO2. L’azione individuale avrebbe quindi un’enorme potenzialità nel modificare il drammatico scenario climatico. Ma cercare nelle azioni delle persone una consequenzialità razionale –afferma il sito di <em>“<a href="http://climalteranti.it/">climalteranti.it</a>”</em> &#8211; significa fraintendere alcuni aspetti fondamentali dell’agire umano, che è per definizione difficile da prevedere e non segue sempre una concatenazione di ragionamenti facilmente rintracciabile. Si dimostra quindi fondamentale cercare di risalire agli snodi del processo decisionale in cui si inseriscono determinati fattori problematici che fanno perdere di vista agli esseri umani non solo ciò che rappresenta un bene per l’ambiente naturale, ma anche per loro stessi in quanto creature che in tale ambiente vivono.</p>
<p>Gli individui si smarriscono, in qualche modo, nella serie di concatenazioni causali che portano al riscaldamento globale. Un altro punto problematico riguarda la distanza temporale che intercorre tra la causa e il verificarsi dell’effetto: l’impatto sull’ambiente di determinati comportamenti avviene in un lasso di tempo così dilatato che il legame causa-effetto si assottiglia progressivamente, sino a non essere più visibile. Inoltre, la causa e l’effetto si trovano su due dimensioni diverse, ovvero, da una parte c’è il soggetto che agisce a livello personale, mentre gli effetti delle sue azioni, oltre a essere lontani nel tempo, concorrono su una dimensione globale, non riguardano cioè lui in prima persona.</p>
<p><em>I media</em> potrebbero avere un ruolo determinante nell’indurre comportamenti responsabili verso le future generazioni, ma finora non hanno corrisposto “alla bisogna”. Alcuni studenti della Scuola Superiore di Comunicazione di Trieste hanno esaminato come i  quattro principali quotidiani nazionali (Repubblica, Corriere della Sera, Sole 24 Ore e Stampa) e la blogosfera hanno seguito la conferenza di Durban, un passaggio fondamentale per capire com’è affrontato il problema dei cambiamenti climatici e quale sia l’impressione che viene trasmessa all’opinione pubblica. La ricerca ha rilevato un ruolo decisivo sull’indirizzo dell’informazione dovuto alla posizione ideologica della testata a cui i singoli corrispondenti inviavano i resoconti. Al punto da non pubblicare alcuni pezzi su argomenti ritenuti scomodi o da offrire agli editorialisti più autorevoli rimasti in redazione il compito di correggere le notizie più scomode inviate dall’altro emisfero.</p>
<p>Ad un esame consuntivo<em> Il Sole 24 Ore </em>esprime uno scetticismo di fondo<em> </em>riguardo alla possibilità di invertire a favore del collasso ambientale le priorità assegnate alle questioni finanziarie; <em> Repubblica</em>, invece, in questa fase di appoggio al governo tecnico, preferisce dedicarsi agli aspetti di politica interna della vicenda, come risulta dalle numerose interviste al ministro Clini. <em>La Stampa </em>risulta la testata che dedica maggiore attenzione al summit, cercando di segnalare possibili progressi. Nel <em>Corriere </em>si verifica un vero e proprio corto circuito: il fallimento del vertice viene dichiarato prima della sua effettiva conclusione, mentre la posizione demolitoria nei confronti delle richieste degli scienziati dell’Onu, assunta con un editoriale di Battista nel giorno della conclusione del vertice, irride alle preoccupazioni per il clima, esibendo una posizione che potremmo definire negazionista. Al contrario, se si confronta il trattamento della notizia da parte dei blogger e dei commenti sui forum, la comunità che anima la rete digitale è sembrata attentissima alle questioni discusse a Durban, approfondendone ogni dettaglio in maniera rigorosa e informata. Se si vuole, siamo di fronte ad un ulteriore segnale di supplenza della società civile a fronte dello scarso interesse dell’apparato “ufficiale”.</p>
<p>B)  L’EQUIVOCO DELLA GREEN ECONOMY</p>
<p>Ad ogni iniziativa pubblica, gli esecutivi in carica non hanno mai mancato di sottolineare la necessità di una transizione ad un nuovo sistema energetico, che richiederebbe  una politica industriale “virtuosa” in grado di intervenire sulla crisi in corso. Ma quale è la politica energetica effettiva che sottostà a questa considerazione condivisa da più parti? E come si concilia il cambiamento necessario proclamato a voce con la difesa strenua dell’esistente agita nei fatti?</p>
<p>Per quanto ci riguarda il problema della transizione ha un connotato  molto preciso: il ricorso alle fonti rinnovabili manterrebbe il quadro di crisi energetica, ambientale, democratica e sociale a cui ci hanno condotto le fonti tradizionali  o ci fornirebbe una occasione di cambio autentico di paradigma, non per via tecnica, ma per via politica? La risposta è si, come risultato di un processo conflittuale e di presa di coscienza orientato alla giustizia sociale ed a superare le distorsioni dell’attuale modello di produzione e di consumo. Un processo che non si fa illusioni sulle difficoltà da affrontare, sulla destinazione critica delle risorse, sullo sviluppo  e sul declino di professionalità, conoscenze e settori da riconvertire profondamente.</p>
<p>Per l’utilizzazione diretta dell’energia solare c’è un elevata richiesta di materia e questo aspetto va considerato con grande attenzione. Il difetto principale dell’energia solare è la bassa intensità con cui raggiunge la terra e la<em> </em>difficoltà di qualsiasi possibilità di autoconservazione: con le energie rinnovabili non saremmo in grado di mantenere la corrispondente struttura materiale e, necessariamente, la specie umana, se non alla condizione di una grande <em>riduzione dei</em> <em>consumi</em>. Ma non basta: mentre l’uomo nel caso di carbone e petrolio possedeva il controllo degli stock fossili, non  è invece in grado di determinare quello dei flussi solari e non può disporre che del flusso presente. Quindi, deve <em>riorganizzare i propri tempi ed i propri spazi</em> sulla base del suo rapporto con la biosfera, riportando l’economia di una scala globale – che ha ridotto per via capitalistica, ma anche grazie alla disponibilità dei fossili, le persone a quantità e i lavoratori a merci – ad una scala inferiore e ponendo prima di tutto attenzione alla valorizzazione della dimensione locale, con il suo portato di risorse naturali, specificità territoriali, conoscenze e capacità di creare valore sociale all’interno dello stesso gioco economico. Nel contempo, preservando, mantenendo e sottraendo al mercato i beni comuni e in particolare proprio l’acqua e l’energia.</p>
<p>Se questo diventa il contesto di riferimento, il rilancio di una “economia verde” in chiave puramente imitativa di quella attuale, non corrisponde affatto al traguardo che si vuole raggiungere. Anzi, così come  è stata impostata finora, <em>la green economy è diventata un greenwashing di quella tradizionale.</em> Qui prendo a riferimento un’analisi molto incisiva svolta da Claudia Bettiol. Le energie rinnovabili sono ancora in una fase transitoria e non tutte hanno raggiunto una maturità tecnologica tale da poterle considerare come totalmente sostitutive dei sistemi attuali. Senonchè, per favorire gli investimenti privati in ricerca e sviluppo (finanziate in maniera risibile dagli stati nazionali e dalle grandi compagnie energetiche), si è privilegiata l&#8217;installazione di grandi impianti rinnovabili utilizzando la stessa logica distributiva dell&#8217;energia tradizionale. Anche tutti i meccanismi di incentivo alla produzione sono stati messi a punto utilizzando meccanismi finanziari legati alle tradizionali logiche delle borse. La green economy, a questo punto, è soltanto il rilancio dell&#8217;economia tradizionale, ma con prodotti ecologici.</p>
<p>Diverso è il caso se giudichiamo la green economy da una prospettiva coerente con quanto finora affermato. Intanto, non ha senso separare il concetto di energia rinnovabile da quello di efficienza energetica. Infatti non si può pensare di produrre energia da impianti a bassa densità energetica (ad esempio il fotovoltaico) e immetterla in vecchie linee di distribuzione monodirezionali che la dissipano. Unendo i due concetti (energia rinnovabile ed efficienza energetica), invece, si tenderebbe a realizzare piccoli sistemi indipendenti in cui l&#8217;energia viene prodotta, utilizzata, recuperata e ancora utilizzata. Ma per realizzare questa distribuzione occorre elaborare nuovi concetti industriali legati ad una conoscenza diffusa (università e aggiornamento professionale dei lavoratori), alle politiche industriali (industrie manifatturiere legate alle piccole taglie e alla installazione e gestione di questi piccoli sistemi energetici), alla fiscalità (oggi le maggiori entrate nei bilanci di una nazione provengono dal petrolio e dalle automobili).</p>
<p>Come si può constatare, quindi, la green economy non è il finanziamento agevolato di alcune tecnologie a basso impatto ambientale, ma è una visione globale. Una visione che riporta la politica al centro del dibattito. Una politica con basi diverse e che la Bettiol definisce &#8220;green politicy&#8221;. Una politica che l’attuale governo proprio non persegue, dato che, con il paravento del debito pubblico, scarica sul debito naturale l’imprevidenza di un modello di sviluppo ormai inadeguato.</p>
<p>C) LA POLITICA DEI “TECNICI”</p>
<p>L’intervento di Corrado Passera a fine marzo rappresenta uno dei primi segnali della volontà del governo di affrontare la tematica energetica nella sua complessità. Il Ministro ha annesso grande importanza, come è giusto, all’efficienza energetica. Su questo fronte occorrerà una seria riflessione perché i risultati, specie in questa fase, potranno essere molto rilevanti. Passera si è detto molto preoccupato per il peso sulle bollette delle fonti rinnovabili. Timore comprensibile, in particolare per il fotovoltaico sfuggito di controllo in un periodo in cui mancava addirittura il ministro allo Sviluppo Economico.</p>
<p>Ma riflettiamo un attimo. Intanto, l’impatto dell’energia solare sulla formazione dei prezzi toglierà 1 miliardo alle bollette. Vanno poi conteggiate le riduzioni delle importazioni di gas grazie al boom dell’elettricità verde (3 miliardi di metri cubi in meno nel periodo 2008-11 e 7 miliardi di CO2 non emessa, con un risparmio per il Paese di 1,5 miliardi di euro). Inoltre, i costi del Cip6, già calati dai 3,6 miliardi del 2006 a 1,2 miliardi, continueranno a ridursi. Un altro paio di miliardi verranno, infine, tolti dalle bollette grazie alla liberalizzazione del mercato del gas. Come si vede, il fardello delle rinnovabili risulterà più che dimezzato. E diventerà ancor più leggero considerando tutte le entrate per lo Stato in termini di Iva e di tasse pagate dalle migliaia di aziende che sono sorte.</p>
<p>Ma l’aspetto più rilevante non sta nella sottolineatura, ovvia, sull’efficienza e nemmeno sulla tiepidezza, scontata, sulle rinnovabili: viene qui lanciata la proposta di raddoppiare la produzione nazionale di idrocarburi. Questa propensione a fare dell’Italia <em>l’hub del gas in Europa  e a mantenere il sistema dei trasporti inalterato</em>, può venire dal fatto che in una situazione di esposizione dl bilancio pubblico si perderebbero le tasse sui prodotti petroliferi (si calcola che per ogni centesimo di euro di aumento del carburante, lo Stato incassi in un anno 400 milioni di euro) e sull&#8217;inquinamento da combustione di carbone (accise, prelievi fiscali fissi, carbon tax , gabelle varie) e che gli enormi guadagni dei petrolieri e di Eni ed Enel verrebbero ridimensionati.</p>
<p>Ma il rischio vero è sul lungo termine ed è quello che, purtroppo, i “tecnici”al governo condividono  una vocazione che il mondo finanziario ha sempre riservato al nostro paese nella<em> divisione</em> <em>internazionale</em> <em>della produzione e del lavoro:</em> diventare , con il sostegno del fondo per la sicurezza energetica messo a disposizione dalla Ue, il punto di transito di gas e petrolio e  di concentrazione della logistica per le merci di passaggio dai nuovi centri di produzione globali (il progetto della TAV Torino-Lione è del tutto coerente con questa logica). Da tempo il ruolo assegnato al nostro Paese (purtroppo non contrastato ai tempi del centrosinistra di Prodi-Bersani) sembrerebbe quello di diventare il terminale di grandi interconnessioni per i flussi di petrolio e di metano dalla Turchia (progetto ITGI), dalla Algeria (progetto GALSI), dalla Russia, dall’Albania e sede di rigassificatori<em> </em>che ne farebbero la piattaforma di transito e di stoccaggio per l’Europa. Una politica energetica “low carbon” verrebbe così compromessa e la spinta referendaria metabolizzata dal freddo calcolo dei banchieri al Governo.</p>
<p>4.  L’ALTERNATIVA SI PUO’ COSTRUIRE  DAL BASSO</p>
<p>Gli Indignati, gli “Occupanti&#8221;, i manifestanti della Primavera Araba non si organizzano in forma verticale, dall&#8217;alto in basso: è in forma orizzontale, dai lati, nella immediatezza della comunicazione, che si esprime la loro alterità. Questo modo rappresenta il tempo nuovo che stiamo vivendo, con la positività della scoperta della soggettività relazionale, dell&#8217;emergenza di una coscienza di specie. Una democrazia dal basso, si usa ripetere, trasparente nei suoi procedimenti e non più corrotta, caratterizzata per il suo collegare la giustizia sociale con la giustizia ecologica.</p>
<p>I potenti del mondo non sono affatto su questa lunghezza d’onda. Ma incominciano a sintonizzarsi <em>le autonomie locali</em> più aperte e avvedute, che costruiscono coi cittadini, le associazioni ed i movimenti riassetti territoriali e piani regolatori partecipati, sistemi di mobilità sostenibile, progetti energetici innovativi per le loro città o i loro comuni. Il patto dei Sindaci, previsto dalla Ue per i piani di azione per l’energia sostenibile <em>(PAES), </em>dispone direttamente fondi e sostegni  alle comunità che in modo condiviso rendono virtuose le loro abitazioni, i loro stili di vita, l’approvvigionamento dalle fonti rinnovabili. Sulla scorta di queste pratiche ormai diffuse, perché non avanzare in sede Ue una richiesta per <em>ottenere dalla Bce  300 &#8211; 400 miliardi di euro </em>(in fondo ne sono stati elargiti assai di più al sistema bancario) ad un interesse dello 0.50%, da affidare agli enti locali per promuovere dal basso una rivoluzione verde, prima che le grandi concentrazioni  e le multinazionali dell’acqua e dell’energia si impossessino anche del decentramento promosso dal ricorso alle fonti naturali? Se il cambio di paradigma non diventa diffuso e radicale, si accetta una impossibile coesistenza tra il sistema delle rinnovabili e quello dei fossili, tra loro incompatibili.</p>
<p>In effetti, l’incompatibilità è tra un approccio al debito pubblico che accetta la dittatura dei mercati e la preoccupazione del debito ecologico, che si viene accumulando sulla scia di scelte mai rimesse in discussione.  La stessa proposta che gira in questi mesi sulle scrivanie di sindaci di grandi città, di creare una grande <em>“multiutility del nord”</em> si inserisce nel quadro desolante della coazione a ripetere. Ripercorre la strada dei fallimenti testimoniati dai bilanci in debito di A2A, Iren, Hera,  rimanda all&#8217;idea di vendere servizi essenziali per coprire buchi di bilancio, puntando a superare i debiti delle aziende attraverso economie di scala.</p>
<p>Ma, al di là di questo aspetto già di per sé preoccupante, si tratterebbe di un’operazione che taglierebbe fuori le città interessate dalla rivoluzione più profonda a disposizione sul terreno della riprogettazione urbanistica, della ristrutturazione e della riduzione del traffico, dell’approvvigionamento di risorse dal territorio. Con un rinnovato e insostituibile ruolo delle municipalizzate pubbliche, da avvicinare ancora di più al territorio anziché lanciare in avventure finanziarie che espropriano i consigli comunali dei loro poteri e allontanano le decisioni dal controllo democratico.</p>
<p>In definitiva, servirebbe superare anche nei fatti una inspiegabile e profonda passività sociale. Se oggi si continua a parlare a sproposito di riforme, ricominciamo da quelle vere, che rappresentano la via d’uscita dalla crisi economica, sociale e culturale in cui ci stiamo dissolvendo come in un acido corrosivo. Altrimenti non ci salveranno né i manifestanti di Wall Street né i camionisti della Sicilia.</p>
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		<title>L&#8217;energia della Fiom</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2012 10:26:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[Beni comuni]]></category>
		<category><![CDATA[energia]]></category>

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		<description><![CDATA[UN COMUNICATO della Fiom nazionale sulla minaccia, da parte del governo, di azzerare gli incentivi alle fonti energetiche pulite. NON SONO LE FONTI RINNOVABILI CHE AUMENTANO IL COSTO DELL’ENERGIA, MA UN VECCHIO MODELLO ENERGETICO CHE VA RESO PIÙ EFFICIENTE Gli oneri che ricadono nella bolletta elettrica per gli incentivi al fotovoltaico sono poca cosa (meno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/04/fotovoltaico.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3804" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/04/fotovoltaico-300x221.jpg" alt="" width="300" height="221" /></a>UN COMUNICATO della Fiom nazionale sulla minaccia, da parte del governo, di azzerare gli incentivi alle fonti energetiche pulite.</p>
<p>NON SONO LE FONTI RINNOVABILI CHE AUMENTANO IL COSTO DELL’ENERGIA, MA UN VECCHIO MODELLO ENERGETICO CHE VA RESO PIÙ EFFICIENTE</p>
<p>Gli oneri che ricadono nella bolletta elettrica per gli incentivi al fotovoltaico sono poca cosa (meno di un quarto) rispetto al complesso degli oneri caricati su di essa per diverse ragioni (incentivi per le cosiddette “assimilabili”, Cip6, dismissione nucleare, ecc.).</p>
<p>D’altra parte, le fonti rinnovabili, che non sono solo fotovoltaico, ma anche solare termico, idroelettrico, eolico, biomasse, ecc., nel 2011 hanno prodotto circa il 24% del fabbisogno elettrico nazionale. Hanno promosso uno sviluppo economico e occupazionale in settori innovativi; contribuiscono a rispettare i vincoli europei per il clima (20-20-20), la cui mancata osservanza comporterebbe il pagamento di specifiche penali; hanno un ritorno dal punto di vista fiscale per le casse pubbliche; migliorano la bilancia commerciale grazie a minori importazioni di idrocarburi; diminuiscono, infine, il costo dell’energia nel picco diurno della domanda elettrica.</p>
<p>L’annunciata nuova revisione del conto energia (il 5°), più che ad abbassare gli incentivi al fotovoltaico – previsione comunque già contenuta dalle normative vigenti – ci pare punti a contingentare lo sviluppo delle varie fonti rinnovabili per non disturbare e non fare concorrenza ai grandi produttori tradizionali, che oggi controllano il sistema energetico del paese. Oltretutto, l’ennesima revisione in corso d’opera produrrà ulteriore incertezza e difficoltà alle aziende e agli investimenti programmati, con possibili problemi anche per i lavoratori.</p>
<p>Lo stesso Ministero dello Sviluppo Economico ammette che il costo medio dell’energia in Italia è più alto perché paghiamo il gas di più che altri paesi, per effetto di contratti legati all’andamento del petrolio, e perché c’è una sovracapacità produttiva degli impianti energetici convenzionali, e quindi una efficienza inferiore. Allora, cosa c’entrano le rinnovabili?</p>
<p>Una risposta sarebbe che, in assenza di un piano energetico nazionale, lo sviluppo caotico delle rinnovabili ha creato problemi di “dispacciamento” dell’energia. Certo, questo è un problema da affrontare: è il vecchio modello energetico basato sulle grandi centrali che deve essere modernizzato. Occorre transitare verso un nuovo modello energetico basato sull’efficienza, le fonti rinnovabili e la generazione distribuita, meno dipendente dalle importazioni di petrolio e delle fonti fossili in generale.</p>
<p>Per questo serve una riconversione della rete elettrica, oggi poco adeguata ad assorbire le fonti rinnovabili, in buona parte discontinue. Serve lo sviluppo delle cosiddette Smart Grid, serve investire in sistemi di accumulo energetico, a partire dai pompaggi idroelettrici (oggi contrastati dai grandi produttori, a partire da Enel). Ma serve anche dare corso a uno sviluppo equilibrato delle altre fonti rinnovabili. Ad esempio, siamo ancora in attesa dei decreti attuativi previsti sul solare termico e sull’efficienza energetica degli edifici. Inoltre, ancora tanto ci sarebbe da fare per quanto riguarda i trasporti.</p>
<p>Tutto questo serve per progettare un nuovo modello energetico mirato alla qualità della vita, dell’ambiente, del clima, e allo sviluppo di tanti settori industriali indotti. Prevedendo, in un sistema complessivo più efficiente, anche le forniture energetiche, a costi compatibili nel rispetto delle regole comunitarie, ai settori produttivi più energivori e di base, e pertanto indispensabili per mantenere un sistema industriale moderno.</p>
<p>Per realizzare il nuovo sistema sostenibile, però, le regole del mercato liberalizzato non bastano: serve una programmazione. Serve un piano energetico nazionale e, contemporaneamente, servono piani articolati a livello di territorio che utilizzino, nel modo più razionale e meno impattante, tutte le risorse e le fonti energetiche disponibili nel territorio stesso.</p>
<p>Su queste basi, la Fiom intende aprire un confronto con il sistema delle imprese di tutti i comparti interessati, con la Conferenza delle Regioni e con i Ministeri competenti.</p>
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		<title>Cosa vuol dire No Tem</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 12:31:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[Beni comuni]]></category>

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		<description><![CDATA[Nei comuni ad est di Milano è nato un movimento che si oppone alla costruzione di una seconda Tangenziale est (la cui sigla è Tem, tangenziale est Milano). E&#8217; solo uno dei tratti autostradali in programma in Lombardia, la regione più inquinata e asfaltata d&#8217;Europa: tar gli altri, la Pedemontana, contro cui è partita una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/notem.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-3767" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/notem.jpeg" alt="" width="300" height="168" /></a>Nei comuni ad est di Milano è nato un movimento che si oppone alla costruzione di una seconda Tangenziale est (la cui sigla è Tem, tangenziale est Milano). E&#8217; solo uno dei tratti autostradali in programma in Lombardia, la regione più inquinata e asfaltata d&#8217;Europa: tar gli altri, la Pedemontana, contro cui è partita una campagna, e la Brebemi, ossia Brescia-Bergamo Milano, che inreraltà correrebbe tra Milano e Brescia nella parte meridionale della province di Milano, Bergamo e Brescia. Tutti i progetti insieme in pratica raddoppierebbero le autostrade ora esistenti nella regione. Per capire meglio cosa sia la Tem, ecco alcuni dati a cura dei No Tem (che hanno scelto come simbolo bandiere identiche a quelel dei No Tav valsusini, con la scritta in Rosso NO TEM e un camion al posto del treno nel simbolo). Il 30 marzo venerdì alle ore 21, presso la Sala consigliare di Casalmaiocco, si terrà un nuovo incontro sul tema No Tem. Un presidio è stato costruito nel comune di Pessago con Bornago. Ecco il testo.</p>
<p><strong>Bre.Be.Mi. e Tem</strong></p>
<p>Le due opere sono strettamente connesse sul piano funzionale: l’operatività dell’una dipende dall’altra. Infatti la Brebemi caricherà molto traffico, che dovrà confluire sul resto della rete autostradale, in particolare sull’A4 e sull’A1 attraverso la Tem, nonché verso Milano attraverso la realizzazione dei due tronchi terminali (trasformazione in autostrade delle attuali strade statali Cassanese e Rivoltana). In caso contrario il traffico che giungerà da Brescia determinerà il collasso della viabilità dell&#8217;area milanese.</p>
<p><strong>I numeri di Bre.Be.Mi.:  </strong></p>
<p>- 62,1 km di lunghezza complessiva + 35 km di viabilità ordinaria</p>
<p>- 43 comuni e 5 province interessate: Bergamo, Brescia, Cremona, Lodi, Milano</p>
<p>- 5 parchi interessati: Parco Oglio Nord, Parco del Serio, Parco Agricolo Sud Milano, Parco Adda Nord, Parco Adda Sud</p>
<p>- 4 corsi d’acqua attraversati: Fiume Oglio, Fiume Serio, Fiume Adda, Canale della Muzza</p>
<p>- 2 barriere di esazione e 6 caselli</p>
<p><strong>I numeri di Tem (la cui società controlla al 57% Tangenziale Esterna Spa):</strong></p>
<p>- 34 km di autostrade + 32 km di strade extraurbane</p>
<p>- 75.000 veicoli al giorno previsti (stime di Tem Spa)</p>
<p><strong>Azionisti di Bre.Be.Mi Spa:</strong></p>
<p>Autostrade Lombarde SpA 89,650% (39,7% Intesa Sanpaolo, principale azionista; Autostrade Centro Padane 14,1%; Serenissima 12,8%: Serravalle 7,3%; Gavio 6,9%)</p>
<p>Impresa Pizzarotti &amp; C. SpA 3,100%</p>
<p>Unieco Società Cooperativa 2,200%</p>
<p>Autostrade Centro Padane SpA 2,075%</p>
<p><strong>Azionisti di Tem Spa:</strong></p>
<p>Autostrade per l’Italia S.p.A. (Benetton) 25%</p>
<p>Milano Serravalle Milano Tangenziali S.p.A. 32% (52% Provincia di Milano, 18% Comune di Milano)</p>
<p>ASAM S.p.A. 14,99% (Provincia di Milano)</p>
<p>Società Autostrada Torino-Alessandria Piacenza S.p.A. 8%</p>
<p>Autostrade Lombarde S.p.A. 8% (39,7% Intesa Sanpaolo, principale azionista; Autostrade Centro Padane 14,1%; Serenissima 12,8%: Serravalle 7,3%; Gavio 6,9%)</p>
<p>Intesa Sanpaolo S.p.A. 5%</p>
<p>Provincia di Milano 0.01%</p>
<p><strong>Per avere una idea del tracciato si può andare sul sito  <a href="http://tangenziale.esterna.it/">http://tangenziale.esterna.it/</a></strong></p>
<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/tang_est_milano.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-3768" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/tang_est_milano-300x245.jpg" alt="" width="300" height="245" /></a></p>
<p>Intanto il 3 agosto 2011 è arrivato il via libera del Cipe alla realizzazione della Tem. Così il giorno dopo commentava la Coldiretti: “Quasi duecento famiglie di agricoltori con il fiato sospeso per il via libera che il Cipe ha dato ieri alla Tem, la nuova tangenziale esterna di Milano che collegherà l’A1 con l’A4 Milano-Venezia su un percorso di 32 chilometri fra Melegnano e Agrate Brianza (più altri 38 chilometri per le strade secondarie e 15 chilometri di viabilità esistente da potenziare). ‘Se il progetto rimane quello che ci hanno presentato – spiega Carlo Greco, Direttore della Coldiretti di Milano e Lodi – l’impatto sul territorio sarà fortissimo: con campi tagliati in due e problemi per la gestione delle colture e per la sopravvivenza stessa delle aziende agricole’”. (Coldiretti Milano, Lodi, Monza, Brianza, 04.08.2011)</p>
<p><strong>Per la Brebemi, aggiunge Coldiretti Lombardia, “saranno toccate almeno 60 aziende agricole in provincia di Milano, 150 in provincia di Bergano (con 140 ettari di terreno) e 200 in quella di Brescia dove ai circa due milioni di metri quadri espropriati se ne devono aggiungere altrettanti per la viabilità secondaria a supporto e per la logistica. Alcune azienda agricole saranno costrette a chiudere l’attività”. (Comunicato Coldiretti Lombardia</strong>, 14.09.2010).</p>
<p>Il 21 dicembre è arrivata l’approvazione del Ministero dell’Economia, a cui dovrà seguirà quello della Corte dei Conti. (Mf, 22.12.11). Il 7 febbraio 2012 il Consiglio di Amministrazione di Tangenziale Est Spa ha approvato a maggioranza il testo del contratto per l’affidamento dei lavori  per il tratto di 32 km al Consorzio CCT, costituito dai costruttori soci della concessionaria: Impregilo 15,5%, Pizzarotti 7,9%, Coopsette 4,1%, Unieco 4%, Cmb 4%, Cmc 3,2%, Itinera 1%, Pavimental 1%. I soli lavori valgono oltre 970 milioni di euro.</p>
<p>Al Contraente Generale Cct verranno affidati <em>in house</em> anche la progettazione esecutiva, il coordinamento per la sicurezza, la direzione lavori, la risoluzione delle interferenze e lo svolgimento delle attività tecnico-amministrative occorrenti per gli espropri.</p>
<p>Il Contratto potrà essere firmato dopo la conclusione dell’iter di approvazione del Progetto Definitivo, dopo la registrazione da parte della Corte dei Conti &#8211; avvenuta il 24 febbraio 2012 &#8211; e dopo il via libera dell’Assemblea dei Soci di TE, che esaminerà anche la situazione finanziaria (C.S. Te Spa, 07.02.2012, C.S. Te Spa, 27.02.2012).</p>
<p><em>Il testo che segue è tratto da un documento curato dal Comitato Interprovinciale per la Mobilità sostenibile <a href="http://digilander.libero.it/astrovgorgonzola">http://digilander.libero.it/astrovgorgonzola</a>, <a href="http://cpm3.splinder.com/">http://cpm3.splinder.com/</a></em></p>
<p>Un&#8217;occhiata veloce alle proiezioni di traffico elaborate per conto di Regione Lombardia per &#8216;giustificare&#8217; la realizzazione di TEM e BreBeMi è più che sufficiente a capire che non stiamo parlando di una soluzione, ma di una gragnuola di nuovi e pesanti problemi, in salsa di capannoni (quelli che sorgeranno in tutta la campagna che sarà solcata dalle nuove autostrade).</p>
<p>I dati forniti dalla Regione Lombardia dimostrano infatti che la Tangenziale Est Esterna e la Brebemi aggraveranno la congestione del traffico, aumenteranno l’inquinamento e peggioreranno la salute e la qualità della vita degli abitanti dell’Est Milanese. Inoltre ci costeranno: Brebemi 1.580 milioni di €, Tangenziale 1.742 milioni di €.</p>
<p>La ricerca regionale, commissionata per valutare gli scenari futuri (al 2012) di evoluzione del traffico sulla viabilità locale e autostradale in seguito alla realizzazione della Tangenziale Est Esterna e della Bre.Be.Mi., indica che</p>
<p>- La Cassanese, nel tratto tra Melzo, Pioltello e Segrate, riceverà un’iniezione di nuovo traffico da parte della Bre.Be.Mi. pari a + 58%</p>
<p>- La Rivoltana + 45%</p>
<p>- La Paullese, la Strada Padana, la Cerca avranno un calo di traffico, ma non tale da compensare il pesante aumento di Cassanese e Rivoltana, strade che già oggi sono al limite del collasso e che, nel caso della Cassanese, tranciano interi paesi. I tanto declamati benefici su autostrada A4 e tangenziale Est saranno molto limitati (-16% sull&#8217;autostrada, &#8211; 6% sulla tangenziale), tanto da essere riassorbiti in 3-4 anni da quello che viene considerato un &#8216;fisiologico&#8217; aumento medio di traffico del 2% annuo, e non è detto nemmeno che qualcuno se ne accorga, dal momento che sul nodo più problematico, quello di Agrate, la TEM non produrrà alcuna riduzione di traffico, ma semmai un aumento.</p>
<p>I benefici saranno irrisori e di breve durata, e sarà sempre più difficile raggiungere Milano ed i Comuni di prima cintura. I veri beneficiari saranno altri.</p>
<p><strong>E l&#8217;accordo su ferrovie e metropolitane?</strong></p>
<p>L’Accordo di programma che ha prodotto il parere favorevole dei sindaci alla realizzazione di Brebemi, prevedeva <strong>la condizione che alla realizzazione dell&#8217;opera corrispondesse un robusto rafforzamento delle infrastrutture e dei servizi ferroviari e metropolitani, prevedendo tra l&#8217;altro il prolungamento di M3 a Paullo e di M2 a Vimercate.</strong> Nonostante le continue sollecitazioni di comuni e associazioni, il trasporto pubblico resta al palo e si vedono solo i cantieri di BreBeMi. Le soluzioni da sempre prospettate dalle associazioni, ma anche dai sindaci del milanese riuniti in associazione, sono da sempre quelle di ridurre la quantità di autovetture private circolanti sulle nostre strade, mediante il potenziamento del trasporto pubblico, soprattutto su ferro:</p>
<p>- trasformare in linea metropolitana la tratta Milano-Treviglio della linea ferroviaria Milano Venezia, con un deciso potenziamento della frequenza delle corse;</p>
<p>- accelerare il quadruplicamento della tratta Treviglio-Brescia, e trasformare in linea suburbana anche questa tratta;</p>
<p>- realizzare il prolungamento della Linea 2 da Cologno Monzese a Vimercate;</p>
<p>- realizzare il prolungamento della Linea 3 da San Donato a Paullo;</p>
<p>- realizzare un nuovo collegamento ferroviario da Monza a Melegnano.</p>
<p>Molti di questi impegni sono stati assunti come vincolanti nell&#8217;accordo tra comuni, regione e ministero a cui era subordinato il parere favorevole all&#8217;opera: peccato che nessuno – Regione e Ministero – vi abbia tenuto fede, per mancanza di soldi e di progetti. Ed ecco dunque che lo scenario in cui si inserisce la realizzazione del complesso di opere assume un che di apocalittico: una grande arteria autostradale che scarica decine di migliaia di auto in un piccolo centro a 25 km dal centro di Milano, e da qui la bolgia: nessuna strada adeguata ad accoglierle, nessuna struttura di interscambio, linee ferroviarie insufficienti e prive di un adeguato servizio. La gatta frettolosa (e squattrinata) rischia di fare i gattini morti.</p>
<p>Anche per questo associazioni e comitati hanno sollevato ricorsi in sede amministrativa, poggianti sul fatto che di fatto, BrebeMi apre i cantieri senza un progetto esecutivo, ma anche senza un chiaro progetto definitivo, in quanto pesantissime sono le prescrizioni imposte dal CIPE sul progetto approvato. Al momento sono pendenti un ricorso in appello al Consiglio di Stato e uno al Tar (quest&#8217;ultimo contro la Delibera CIPE di approvazione del progetto definitivo). Le motivazioni delle associazioni sono chiaramente desumibili anche dagli accurati documenti di osservazioni presentate, sempre nel 2009, al progetto definitivo su Bre.Be.Mi. e variante di Liscate. (<a href="http://digilander.libero.it/astrovgorgonzola/attualita/brebemi2009.pdf">http://digilander.libero.it/astrovgorgonzola/attualita/brebemi2009.pdf</a>)</p>
<p><strong>Un esempio del devastante effetto della TEM</strong></p>
<p>Un esempio degli effetti nefasti della TEM sarà la cancellazione di un interessante progetto di uso alternativo del territorio a Caponago (Mi), al posto del quale sarà realizzato un casello autostradale. Si tratta del <strong>progetto “Spiga e madia”</strong>, ideato dal Distretto di economia solidale della Brianza (<a href="http://www.desbri.org/">www.desbri.org</a>). Questo progetto funzionante da ormai 5 anni dà lavoro ad una cooperativa sociale agricola che produce grano biologico con il quale si fa pane e farina per 600 famiglie. Grazie all&#8217;accorciamento della filiera la cooperativa riesce a vendere il grano ad un prezzo superiore a quello di mercato, le famiglie – che partecipano al rischio di impresa &#8211; mangiano ottimo pane biologico al prezzo del pane comune. Tutti stanno bene, si dà un senso economico ed ambientale all&#8217;uso del territorio: perchè rovinare tutto?</p>
<p><strong>Il 30 marzo venerdì alle ore 21 presso la Sala consigliare di Casalmaiocco incontro sul tema No Tem.</strong></p>
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		<title>Informazione bene comune?</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Mar 2012 13:25:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[Beni comuni]]></category>

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		<description><![CDATA[di ALEESANDRO COLELLA * Pubblico l’intervento con il quale introdurrò l’incontro su Informazione e Democrazia che si tiene giovedì 22 marzo, alle ore 18:00, presso la Facoltà di Filosofia (aula A), C.so Garibaldi 20 – Macerata, in occasione della giornata di sostegno al Manifesto che si concluderà con una cena, alle ore 20:00, presso il Terminal, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/manifesto.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-3738" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/manifesto.jpeg" alt="" width="225" height="225" /></a>di ALEESANDRO COLELLA *</p>
<p>Pubblico l’intervento con il quale introdurrò l’<a href="http://www.vialiberamc.it/wp-content/uploads/2012/03/Informazione-e-potere-iniziativa-22-marzo-2012-universit%C3%A0-21.pdf">incontro su Informazione e Democrazia</a> che si tiene giovedì 22 marzo, alle ore 18:00, presso la Facoltà di Filosofia (aula A), C.so Garibaldi 20 – Macerata, in occasione della giornata di sostegno al Manifesto che si concluderà con una cena, alle ore 20:00, presso il Terminal, Circolo Arci, Via Fontemaggiore 25 – Macerata. Nel corso dell’incontro interverranno Loris Campetti, giornalista de <em>Il Manifesto</em>, e Carlo Scheggia, giornalista del gruppo <em>Esserci Comunicazione.</em> Di seguito l’intervento.</p>
<p>Quale è l’oggi di un giornale cartaceo? Se non si tenta di rispondere a questa domanda, penso sia impossibile affrontare il problema cruciale circa il giusto fine che un giornale cartaceo, oggi, dovrebbe perseguire. Credo si possa volgere lo sguardo ad un giornale in tanti modi, proverò ad avvicinarlo con gli occhi di un giovane precario (da ascoltare non perché i giovani sarebbero vittime della società, perché sarebbero il futuro del nostro paese o perché dovrebbero andare al potere, ma semplicemente perché potrebbero avere qualcosa da dire).</p>
<p>I giornali, oggi, vengono letti molto poco e da pochi; non hanno soldi per andare avanti, li cercano disperatamente, qualcuno si vende alla pubblicità e alla finanza, altri ai partiti, altri ancora ai lettori; chi legge tendenzialmente lo fa per trovare conferma di ciò che già sa o pensa; il giornale, rassegnato, per vendere si adatta a questo e crea la sua cerchia di “amici”. Per leggere come si deve, anche un solo articolo, ci vuole tempo, interesse, motivazione, voglia di vivere, conoscere, sapere… troppe volte, invece, si rimane delusi alla fine di un articolo, e capisco perfettamente chi il tempo e le motivazioni non le perda a leggere un giornale. Perché dovrebbe farlo quando, non per piacere ma per dovere, si è costretti alla perenne angoscia della fretta, del tempo che passa, dell’attimo da cogliere, magari per far finta di essere interessati e motivati a fare un lavoro mal retribuito che forse si perderà, magari per affrontare un lavoro che non c’è; finché si può, meglio distrarsi, divertirsi, oppure cercare qua e là àncore, salvagenti, palliativi, risarcimenti illusori, libertà fittizie, qualcuno o qualcosa che anche solo per un attimo si accorga che esistiamo, ci riconosca e magari, ogni tanto, ci dica pure bravo. La chiamano precarietà, io preferirei chiamarla insicurezza, ricattabilità, paura di una società che non ci vede più, angoscia dell’altro, di ogni altro.</p>
<p>In quale giornale, oggi, questa persona troverebbe la sensibilità e l’ascolto necessari? Forse la realtà è che siamo in pochi fortunati ad avere ancora l’anima, forse il privilegio, di poter sfogliare il giornale come si deve. E quei pochi, forse, cominciano a pensare che una decina di siti internet di qualità informano più che qualsiasi quotidiano in circolazione. Può essere che il quotidiano oggi non serva più e vadano incentivate nuove forme di giornalismo? Siamo sicuri che la morte di un quotidiano sia la morte dell’informazione? Prima di chiedersi «chi paga?» non è giunta l’ora di chiedersi quale è e quale dovrebbe essere il valore sociale, culturale ed economico del lavoro giornalistico? Non è il caso, forse, di cominciare ad immaginare un modo nuovo di essere giornalisti e, quindi, un modo nuovo di valorizzare questo lavoro, anche dal punto di vista economico?</p>
<p>Il giornale, oggi, vive nel tempo della sfiducia generalizzata verso qualsiasi genere di sapere che non porti denaro o potere, perché sapere ha costato e costa fatica, spesso senso di colpa e responsabilità, ed in pochi hanno ancora la fortuna di riuscire a sopportare profondamente l’impegno di informarsi, la fatica di leggere un giornale con la calma e il trasporto umano ed emotivo che merita; allora, tanto vale non leggerlo, leggere i titoli per mettersi a posto la coscienza o leggere solo quello che non richiede forza, energia, coraggio. Siamo in molti ad essere stanchi; stancati da un’informazione che, troppo spesso, non vale la pena, sottolineo, la pena, di essere letta; stancati dal peso di un’informazione che riesce a “comunicare” tutto e il contrario di tutto, banalizzando ed infangando ogni spiraglio di verità: la passione per la verità da condividere, raccontare e da ascoltare, in una società nella cui memoria regnano il segreto di Stato, il mistero di stragi irrisolte, il sospetto come stretta di mano, la corruzione come normalità, la manipolazione come abitudine, la tecnica come politica, sarà sempre meno un valore da difendere, una qualità da distinguere e riconoscere, un bene comune. L’adeguamento conformista di un giornale o di un giornalista a questo regresso sociale minaccia la valorizzazione di tutti gli altri, e quando gli altri sono sempre meno, e la maggioranza regredisce, la voce critica di pochi si perde inevitabilmente nella chiacchiera banalizzante dei tanti.</p>
<p>Se è vero che il sacrificio economico di un giornale come il manifesto è senza dubbio l’ennesimo sacrificio “voluto” da persone asservite alla logica del mercato, la salvezza economica di un giornale non è la salvezza del giornalismo e della funzione che esso potrebbe svolgere in una democrazia, tanto più in una democrazia in frantumi come quella attuale. Purtroppo questo è solo in parte un problema del giornalismo; il problema, infatti, è politico e riguarda il destino che la politica vuole assegnare all’informazione. La totale deregolamentazione e deistituzionalizzazione della rete mette semplicemente in risalto il problema: mostra con la naturalezza della gratuità e della condivisione che ci sono potenzialmente gli strumenti per aggirare gli stereotipi e i pregiudizi della maggior parte dell’informazione istituzionalizzata, per far circolare un’informazione partecipata, più lenta e meno angosciata, riflessiva, competente, vicina alle persone e alle comunità, un’informazione per cui possa valere la pena perdere del tempo, ma non può offrire alcuna soluzione politica ad una società strutturata culturalmente sulla banalizzazione di ogni tentativo di condividere la verità.</p>
<p>Dire ed ascoltare la verità è diventato inutile quanto non dirla o non ascoltarla; un populista come Berlusconi, direi ogni forma di populismo, sa perfettamente che niente legittima il potere quanto l’inutilità del vero: se niente è vero e tutto è falsificabile, manipolabile, tutto è legittimo, accettabile, tollerabile. Una società senza verità, senza fiducia nella ricerca comune della verità, anche giornalistica, è una società senza politica che al massimo troverà buoni tecnici per sopravvivere alle crisi, e si rassegnerà, invece, di fronte ad ogni forma di sacrificio necessario per questa stessa sopravvivenza. Ormai, affermare “non è vero che tagliare i fondi all’università pubblica è necessario ed inevitabile”, per l’opinione pubblica, vale quanto affermare “tagliare i fondi all’università è una necessità ineludibile”, eppure sono due scelte che tecnicamente si equivalgono ma politicamente permettono di immaginare due mondi letteralmente diversi: uno dei benefici, l’altro dei sacrifici.</p>
<p>Se è vero, come ha scritto di recente Gustavo Zagrebelsky, che il populismo è “la neutralizzazione e l’occultamento della politica dietro pratiche di seduzione demagogica”, il populismo che sfrutta i media per sedurre la massa non è una minaccia ma l’unico modello di “far politica” che la mia generazione ha conosciuto (da destra a sinistra); e personalmente ritengo che, oggi, il pericolo sia molto meno la seduzione mediatica, che, anche grazie alla rete, funziona sempre meno, e molto di più il buon vecchio ricatto in cui si nasconde l’unica e vera antipolitica, quella che se ne frega del fatto che un’opera come la Tav sia<em> veramente</em> un inutile spreco di denaro pubblico che potrebbe essere investito in scuola, università e ricerca, se ne frega del fatto che il ricatto di un amministratore delegato, che tra l’altro guadagna all’incirca 400 volte in più degli operai dell’azienda che gestisce, sia <em>veramente</em> ingiusto come sia <em>veramente</em> ingiusto il fatto che una donna non possa permettersi di dire al suo datore di lavoro che tra le sue aspirazioni c’è anche quella di fare la madre. Più del populismo rischiamo nuove forme di autoritarismo tecnicamente sofisticate e politicamente svuotate, che non si interessano delle persone o del popolo neppure per sedurli, al massimo li ricattano, magari sulla base di un debito che non hanno neppure voluto e da cui non hanno tratto alcun beneficio, solo sacrifici.</p>
<p>L’assenza della comune ricerca della verità giornalistica nega ogni forma di pluralismo dell’informazione; il fatto che si sentano tante opinioni diversificate non è sintomo di pluralismo ma una forma subdola di “fondamentalismo” comunicativo secondo il quale comunicare non significa condividere modi diversi di rapportarsi alla verità di un fatto ma essere liberi di dire ciò che si vuole, purché venga confermata e conservata la propria identità di giornalista schierato, di partito, di polemizzatore, di servo ben pagato o semplicemente di lavoratore sottopagato e ricattato che cerca, poveretto, di sopravvivere: come per la banalizzazione, anche rispetto al problema del fondamentalismo latente di chi scrive e legge informazioni, la rete può fare ben poco ed anzi rischia di aggravare la situazione. Questo contesto di assoluto impoverimento culturale inevitabilmente continua a coinvolgere chiunque tenti di cambiare registro e puntare sulla qualità e rende, inoltre, altamente problematica la creazione di una vera alternativa sociale e politica che trovi nel lavoro comune, cooperativo e condiviso di più giornali – in uno solo sarebbe impensabile perché la verità per fortuna non è mai di uno solo – il sostegno per dare visibilità pubblica alle innumerevoli, diversificate, innovative forme di altra politica, altra economia, e perché no, di altro giornalismo.</p>
<p>Buon giornalismo e buona democrazia vanno di pari passo: una buona informazione è il frutto e al tempo stesso la causa per la quale una persona potrebbe essere in grado di rivendicare politicamente ed istituzionalmente i suoi diritti di cittadino. Una cattiva informazione è il frutto e al tempo stesso la causa per la quale un popolo tollera, fino a legittimare, il populismo politico-mediatico degli ultimi venti-trenta anni e ogni forma di ingiustizia e violenza sociale: da Bolzaneto alle infiltrazioni mafiose, dai respingimenti ai centri di identificazione e di espulsione, dalla disperazione nelle carceri agli ospedali psichiatrici giudiziari, dalle discriminazioni razziali all’omofobia, dalla distruzione della scuola, dell’università e della cultura fino alla precarietà, dalle missioni di pace alle politiche per la sicurezza; tutte violenze ipocritamente utilizzate dal potere politico, nello stesso istante in cui predica l’intollerabilità della violenza. Non ci vuole un genio per capire che questo è il modo più efficace per annientare il potere buono della non violenza e favorire, invece, quel circolo politico-mediatico fatto di insicurezza, paura e repressione grazie al quale si passa da una visione della sicurezza come bisogno di riconoscimento e di partecipazione alla vita sociale, ad una sicurezza privata, assicurata esclusivamente dalla polizia secondo i criteri dell’incolumità, della repressione penale e della punizione dei comportamenti devianti.</p>
<p>Se questo è ciò a cui contribuisce una cattiva informazione in una società insicura, impaurita ed angosciata, una buona informazione (sono solo speranze ovviamente) dovrebbe essere capace di ascoltare questa angoscia, comprenderne le ragioni, raccontarle e creare una comunicazione virtuosa, cioè sensibile alla ricerca cooperativa della verità di più giornalisti, giornali e lettori, che sappia delegittimare la violenza della politica e al tempo stesso sappia creare le condizioni per legittimare e valorizzare pubblicamente una cultura in cui possa di nuovo aver senso distinguere ciò che è vero da ciò che falso, ciò che è giusto da ciò che è ingiusto. È una responsabilità che, naturalmente, non riguarda solo il giornalismo, tantomeno riguarda solo il giornalismo cartaceo al tempo della televisione e di internet, ma dalla quale chi crede nella funzione liberante del sapere non può esimersi. Sarebbe inevitabilmente un giornalismo non violento, aperto, dialogante, che non crede nelle identità, nei simboli e nelle bandiere da sventolare, in cui l’informazione, come ogni forma di sapere politicamente rilevante, potrebbe essere condivisa come un bene comune; un bene critico verso le degenerazioni del potere, aperto e partigiano verso modi alternativi e positivi di vivere la società, politicamente ed economicamente. Che un giornale, infatti, debba appiattirsi alla narrazione del negativo senza aprirsi al positivo, per fortuna, non c’è scritto in nessun codice deontologico o manuale di etica della professione, eppure a questo si riduce la maggior parte dei quotidiani: la strumentalizzazione sensazionalista, stereotipizzata e banalizzante del negativo, infatti, fa notizia, fa vendere e fortifica l’identità di chi scrive e legge; che tutto ciò produca anche ulteriori paure ed insicurezze, in termini di notiziabilità, è un vantaggio con cui la narrazione di esempi positivi non può pensare di competere.</p>
<p>Vorrei concludere, tuttavia, proprio con un esempio negativo, un articolo di Eugenio Scalfari, che mi auguro possa esemplificare il linguaggio della violenza da cui un giornale politico dovrebbe sapersi mantenere a distanza: “Dito medio per lo “spread” e dito medio per il mercato. Dito medio per le banche e dito medio per la Tav. E infine dito medio per la politica, i partiti, la casta. La Repubblica parlamentare deve scomparire e deputati e senatori insieme con lei. Il popolo sovrano non delega ma decide direttamente con lo strumento del referendum. L’amministrazione sarà gestita a turno dai cittadini. Se è vero che lo Stato siamo noi, applichiamo questa affermazione radicalmente: sei mesi a rotazione di servizio volontario dietro le scrivanie dei ministeri, a tutti i livelli territoriali e gerarchici previo esame di apposite commissioni di controllo scelte anch’esse dal popolo sovrano. Vi assicuro che non sto inventando nulla, semplicemente sto descrivendo la visione della società futura auspicata da alcuni veggenti che riscuotono un discreto consenso, specie tra i giovani, ma non soltanto. Il movimento Cinque stelle di Beppe Grillo è orientato più o meno in questa direzione; i movimenti favorevoli ai “beni comuni” anche; le varie “piazze pulite” pure, Sabina Guzzanti compresa. Il grande partito dei non votanti e degli indecisi condivide e sceglie l’indifferenza, i fatti propri e non quelli degli altri. Ma anche la falange dei corrotti e dei corruttori, anche le lobby che pullulano. Le mafie vere e proprie no, loro sono un’altra cosa, le affiliazioni e le iniziazioni sono una cosa seria, le regole e i codici mafiosi sono fatti rispettare a colpi di lupara. I nemici però sono comuni: lo Stato, le istituzioni, la legalità. Istituzioni e Stato debbono essere occupati oppure smantellati. In realtà queste due operazioni procedono di pari passo; fino a tre mesi fa erano entrati nella fase decisiva. Ma poi, quasi all’improvviso, quella metà del Paese che aborre questo modo di pensare e di fare ha avuto un sussulto di resistenza ed è riuscita a invertire la tendenza”.</p>
<p>Ecco, finché il diritto fondamentale alla libertà di comunicare significherà la libertà dell’odio, dell’ipocrisia, dell’arroganza, della violenza e della falsità, come accade nelle righe che ho appena letto, cambierà ben poco e ogni speranza di trasformare la funzione politica del giornalismo sarà vana, perché un solo articolo, ornato della sua seducente aurea mediatica, riuscirà a banalizzare ogni cosa sulla base di deprecabili pregiudizi, capovolgendo la realtà, il significato delle parole ed il valore infinito di certe esperienze, ed annullando non solo il desiderio ma la possibilità stessa di capire e cercare di distinguere il vero dal falso; che lo si chiami nichilismo o relativismo, fango o nebbia, il risultato è il medesimo: la legittimazione del sacrificio come tecnica necessaria ed inevitabile per ristabilire quell’ordine pubblico che una politica assente non riesce più a garantire. L’unica speranza affinché articoli del genere in quotidiani come la Repubblica non si leggano più, in questo caso, come in molti altri, non viene dal rispetto della legge, che legittima la libertà di Scalfari di scrivere ciò che ha scritto, ma da un sussulto morale da parte di chi crede ancora nella dignità di quel giornale: troppo spesso quando si fanno le battaglie per la libertà di stampa, si è a tal punto orientati, giustamente, alla tutela giuridica e costituzionale, che ci si dimentica, però, puntualmente, che il diritto alla libertà di espressione senza la responsabilità di espressione crea, molto semplicemente, la libertà di essere falsi: riconoscere, criticare e superare questa falsità è un gesto di civiltà a cui il giornalismo italiano non dovrebbe rinunciare.</p>
<p>* Laboratorio giovanile sociale di Macerata. <strong>http://lgsmacerata.blogspot.it/</strong></p>
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		<title>Rio + 20 e l&#8217;&#8221;austerità&#8221;</title>
		<link>http://www.democraziakmzero.org/2012/03/19/rio-20-e-lausterita/</link>
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		<pubDate>Mon, 19 Mar 2012 16:33:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[Beni comuni]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; &#160; UN DOCUMENTO di Rigas (Rete italiana per la giustizia ambientale e sociale) a proposito del prossimo summit Onu Rio + 20. Il documento, firmato da numerose associazioni e reti, si annuncia con queste parole: &#8220;Lavoro, difesa dell’ambiente e dei beni comuni, riconversione energetica, partecipazione democratica, giustizia ambientale e democratizzazione dello sviluppo sono le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/climate.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3696" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/climate-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
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<p>UN DOCUMENTO di Rigas (Rete italiana per la giustizia ambientale e sociale) a proposito del prossimo summit Onu Rio + 20. Il documento, firmato da numerose associazioni e reti, si annuncia con queste parole: &#8220;Lavoro, difesa dell’ambiente e dei beni comuni, riconversione energetica, partecipazione democratica, giustizia ambientale e democratizzazione dello sviluppo sono le parole chiave e le proposte concrete che movimenti, associazioni, sindacati, comitati, organi di informazione e società civile fanno all’opinione pubblica per uscire dalla crisi senza austerità e sacrifici ma con un progetto ed un’idea di società e di sviluppo che migliori le condizioni della stragrande maggioranza degli italiani e delle italiane&#8221;. Il testo integrale è nell&#8217;allegato.</p>
<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/SUMMIT-RIO+20-.pdf">SUMMIT RIO+20</a></p>
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		<title>Il massacro della sanità pubblica</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 14:10:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[Beni comuni]]></category>

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		<description><![CDATA[di BRUNO GIORGINI Di tanto in tanto scoppia uno scandalo di cosidetta malasanità, e ecco che si invocano i carabinieri, meglio i Nas, che sembrano più competenti e meno caramba. Ma siamo certi che i carabinieri siano la risposta giusta ai problemi degli ospedali e della sanità pubblica? Non ho mai saputo di un carabiniere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/02/policlinico-sant-orsola-bologna.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3493" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/02/policlinico-sant-orsola-bologna-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" /></a>di BRUNO GIORGINI</p>
<p>Di tanto in tanto scoppia uno scandalo di cosidetta <em>malasanità</em>, e ecco che si invocano i carabinieri, meglio i Nas, che sembrano più competenti e meno <em>caramba</em>. Ma siamo certi che i carabinieri siano la risposta giusta ai problemi degli ospedali e della sanità pubblica? Non ho mai saputo di un carabiniere che sappia operare o curare il cancro, col che gli scandali e le malversazioni come le sciatterie ci sono, eccome, però sono l’albero che in qualche modo nasconde la foresta, o, per dirla in altro modo, quando il saggio indica la luna con l’indice puntato lo stolto guarda il dito, e la luna non la vede.</p>
<p>Racconterò adesso alcune storie che vengono dalla  mia diretta esperienza, acquisita frequentando un grande ospedale, il Sant&#8217;Orsola di Bologna. Un buon, se non ottimo, ospedale nonché clinica universitaria, con alcuni reparti di eccellenza, tanto è vero che ospita pazienti provenienti da tutta Italia. Uno dei reparti migliori è certamente quello di chirurgia d’urgenza, e anche uno dei più trafficati. Allora il medico, un bravo chirurgo, ti disegna la road map per così dire: lei viene lunedì in day hospital, facciamo tutte le analisi, quindi martedì la operiamo al mattino presto e alla sera va a casa, se tutto va come deve. In fondo è una operazione urgente ma non troppo difficile.</p>
<p>Poi però succede che il day hospital non è come una volta, dove stavi in una stanza con letto e tutto, e ti chiamavano dai vari reparti d’analisi quando era il tuo turno; no, adesso caracolli da un corridoio all’altro, mescolato a tutti in file interminabili e con i tuoi risultati sottobraccio alla fine della giornata ti avvii al reparto. Dove però il tuo posto letto è già stato riempito da qualcuno più urgente, quindi tornerai il venerdì successivo. Perché i posti letto sono stati ridotti, così come le stanze per day hospital, e lo stesso vale per il numero di infermieri, di medici, di macchine per le analisi, in genere delicate e quindi soggette a guasti nonché bisognose di manutenzioni frequenti, ma ormai spesso non ce le si può permettere, le manutenzioni regolari.</p>
<p>Come convenuto il disciplinato paziente arriva di venerdì alle ore sette del mattino, ma il letto non c’è, non per cattiva volontà, perché sono pochi i letti. Quindi fino a oltre mezzogiorno il paziente ormai spazientito aspetta in sala d’attesa, e verso le due finalmente comincia l’iter che lo porterà in sala operatoria. E poi passa la notte in reparto quando l’ospedale si spopola, anche qui c’è una terribile mancanza di personale, rarissime infermiere, nessun medico. I medici di guardia per esempio, specie il sabato e domenica sono giovani senza esperienza e pagati a gettone, credo 150 euro a notte. Il chirurgo, che è bravissimo e di chiara fama, opera a volte ininterrottamente da sei a otto ore, cose semplici, cose difficilissime, pensateci: otto ore col bisturi in mano in un lavoro di grande grandissima responsabilità. Quando esce è stanco irritabile, con poco tempo per occuparsi dei malati, rincuorarli, ascoltarli, assisterli.</p>
<p>Il nostro paziente ha misurato anno per anno i guasti dovuti alle drastiche riduzioni di bilancio, e il tentativo assurdo di trattare la salute come un business, come un affare. Dal 2004, anno in cui per la prima volta ci mise piede, a oggi, avendolo frequentato anche una volta al mese e più durante lunghi periodi. Laddove c’erano due infermiere/i adesso ce ne è uno/a, laddove c’erano due macchine terapeutiche adesso ce ne è una, laddove c’erano due medici esperti adesso ce ne è uno coadiuvato, quando va bene, da uno/a specializzando/a, laddove facevi quattro chiacchiere, altamente terapeutiche sottolineo, adesso è tanto se ti saluti e chiedi notizie della famiglia, se per una analisi attendevi in fila un paio d’ore, adesso se ne vanno tre se non più, tutti sono più nervosi, pazienti e operatori sanitari, meno educati, meno attenti, più stanchi, più frustrati. E il nostro protagonista sta nella corsia privilegiata, si fa per dire,  dei “grandi” malati, per cui le analisi di controllo sono prenotate con mesi d’anticipo, e ormai conoscendo tutti è diventato abile a aggirare gli ostacoli burocratico amministrativi.</p>
<p>Già perché se i bilanci diminuiscono, se i medici diminuiscono, se gli infermieri/e diminuiscono, se i letti diminuiscono, eccetera però la burocrazia cresce, e cresce l’ossessione del controllo, ovvero il sistema perde intelligenza e umanità terapeutica, diventando più ottuso e sempre meno esperto in medicina, ma sempre più competente e vessatorio in amministrazione. Allora la vera domanda non attiene la malasanità, ma fin quando si potrà tagliare la sanità pubblica, trattandola come una azienda dedita al profitto e non alla salute, senza che alla fine la cosidetta malasanità permei e contamini  tutto l’insieme, anche ospedali ottimi come il S. Orsola di Bologna, dove il personale in genere è appassionato e competente. Senza dimenticare che accentuando i carichi di lavoro in modo ormai vicino al limite, aumenta la probabilità d’errore, dopo una certa soglia in modo esponenziale, e se un fornaio sbaglia al massimo brucia una infornata di pane, ma se un chirurgo sbaglia in sala operatoria ne va di mezzo la vita di un essere umano. Aumenta la probabilità d’errore e diminuisce la possibilità di aggiornamento, di studio, di sperimentazione delle nuove tecniche terapeutiche. Sono per esempio state fatte al Sant&#8217;Orsola invenzioni che hanno permesso di curare tumori molto aggressivi, e che vanno coltivate, estese, insegnate, ma se tempo non ne hai perché sei in reparto dalla sette del mattino alle sette di sera, quel sapere si corrode e viene disperso, è un capitale di vite umane salvate e da salvare che, in nome del profitto e dell’austerità, rischi di indebolirsi fortemente, se non annichilirsi. Allora così stando le cose, i cittadini devono non tanto prendersela con medici e personale sanitario chiamando magari i carabinieri o minacciando denunce a destra e a manca, ma <strong>insieme</strong> ai medici e al personale sanitario, impegnarsi a monitorare il degrado prodotto dai tagli alla sanità pubblica, e ancor più il degrado mentale e di comportamento e di organizzazione, prodotto da una concezione che misura l’efficienza del sistema sanitario dal profitto e dai conti in danaro, e non in salute pubblica e individuale.</p>
<p>Gli ospedali pubblici italiani sono un bene pubblico, un bene dei cittadini, uno dei più preziosi. C’è chi li vuole affossare e impoverire, sia dal punto di vista dell’ospitalità che della cura che della ricerca scientifica, facendone sostanzialmente dei luoghi di assistenza per i poveri secondo il modello USA, e per capirlo basta guardare come la troika di Bce, Ue, Fmi, sta devastando la sanità in Grecia. Vogliono affossare e svilire gli ospedali pubblici per avere campo libero al guadagno sulla pelle dei malati, la cosa più ignobile, e sta a noi cittadini difenderli, e anzi accrescerli. Chissà se il senatore Marino Pd, col suo collega del Pdl, quando hanno scoperto e giustamente denunciato il caso romano della signora abbandonata legata su una lettiga per giorni, si sono ricordati di quante volte loro, o comunque i loro gruppi, hanno votato  a favore dei tagli alla sanità pubblica, in nome, va da sé, della salvezza nazionale del profitto e del debito, chiedendosi magari se non ci fosse anche una loro responsabilità come parlamentari della Repubblica per lo stato attuale degli ospedali pubblici.</p>
<p>Altro che Nas, qua ci vogliono medici, infermieri, tecnologie, corsi d’aggiornamento, stanze belle e ampie, rapporti distesi nel tempo tra malati e terapeuti, una politica di cura attenta, a cui partecipino e su cui possano metter bocca i cittadini, quotidianamente. Altrimenti cari concittadini, la malasanità tra un po’ ci parrà un scherzo, in pochi pochissimi anni il degrado sta già mordendo i garretti di strutture d’eccellenza. Giova saperlo ora per intraprendere azioni efficaci di contrasto, invece di lamentarsene lanciando alti scandalizzati lai dopo, quando il male, il degrado, si sarà propagato a rischio di diventare inestirpabile. Insomma va capito, e detto, anzi urlato, che la sanità è un terreno di cui vogliono appropriarsi le potenti multinazionali e corporations del settore, uno di quelli che assicura i profitti più alti, e facili, tutti prima o poi in ospedale finiscono, e sulla salute non lesinano, la salute è una merce che si vende sempre. Se glielo permetteremo.</p>
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		<title>Un soggetto politico dei beni comuni?</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 18:06:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
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		<description><![CDATA[CRISTIANO LUCCHI, Pierluigi Sullo, Sergio Sinigaglia, Olimpia Gobbi, Davide Biolghini, Mary Pazzi, Mario Pezzella, Ornella De Zordo, Nino Lisi, Paolo Cacciari, Toni Peratoner: un fittissimo scambio di messaggi, dentro la mailing list chiamata DKm0-Organizzazione: non perché noi si sia particolarmente organizzati ma perché vi è un certo numero di persone che coopera attivamente a quel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/02/demo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3343" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/02/demo-300x166.jpg" alt="" width="300" height="166" /></a>CRISTIANO LUCCHI, Pierluigi Sullo, Sergio Sinigaglia, Olimpia Gobbi, Davide Biolghini, Mary Pazzi, Mario Pezzella, Ornella De Zordo, Nino Lisi, Paolo Cacciari, Toni Peratoner: un fittissimo scambio di messaggi, dentro la mailing list chiamata DKm0-Organizzazione: non perché noi si sia particolarmente organizzati ma perché vi è un certo numero di persone che coopera attivamente a quel che DKm0 fa, a partire da questo sito. Lo scambio parte da una proposta di Cristiano Lucchi e si allarga al tema dei temi: anche dopo il Forum dei comuni per i beni comuni di Napoli, è bene o no adoperarsi perché nasca un &#8220;soggetto politico&#8221; nuovo? Se no, perché? Se sì, come dovrebbe essere fatto perché non assomigli agli attuali partiti? Abbiamo pensato di rendere pubblico questo dibattito perché crediamo che molti, nei movimenti della società civile, si pongano le stesse domande e abbiano &#8211; magari &#8211; il desiderio di dire la loro: cosa che possono fare aggiungendo un commento o scrivendo a democraziakmzero@gmail.com. Buona lettura</p>
<p><strong>Cristiano Lucchi</strong></p>
<p>E&#8217; necessario quanto prima dare radici a quel pensiero che a sinistra pervade sempre più persone, ovvero la costituzione di un nuovo soggetto politico &#8211; che potremmo definire dei &#8220;beni comuni&#8221; &#8211; anticapitalista, fuori dal recinto del centro-sinistra, capace di misurarsi sulla rappresentanza a livello territoriale e nazionale e quindi in grado di fare un&#8217;opposizione seria, argomentata e intransigente &#8211; densa di proposte alternative &#8211; alle politiche neoliberiste praticate oggi in Italia senza distinzione di schieramento.<br />
L&#8217;analisi sulla crisi del capitalismo è ormai condivisa da chi agita e promuove le realtà più vive della società civile italiana: dai movimenti per la tutela dei beni comuni ai comitati per la difesa del territorio o contro le grandi opere, dalle liste di cittadinanza a chi è impegnato per i diritti della persona, dal sindacalismo attivo in difesa dei lavoratori &#8211; e del buon lavoro &#8211; fino a chi ricerca un nuovo modello economico fondato sul rispetto dell&#8217;ecosistema. Sono organizzazioni, movimenti, sindacati, associazioni, comitati carichi di proposte concrete utili ad uscire dalla crisi mettendo al centro la dignità umana e la cura delle risorse naturali.<br />
Ci sono inoltre centinaia di migliaia di persone, forse qualche milione, che nel passato hanno affidato la loro delega alla classe dirigente dei partiti del centro-sinistra e della sinistra radicale. Oggi, deluse, hanno smesso di votare o continuano a votare solo per una mancanza di alternative concrete e credibili.<br />
L&#8217;aria che si respira in giro per l&#8217;Italia nei luoghi dove si pratica, con fatica, la politica dal basso è beneaugurante. Il desiderio, oltre che la necessità, di un soggetto politico nuovo per obiettivi, pratiche e organizzazione, è diffuso. L&#8217;esempio virtuoso dei movimenti per la ripubblicizzazione per l&#8217;acqua è conosciuto da tutti/e. Solo con una condivisione di obiettivi e pratiche tra diversi, e grazie ad organizzazione democratica e orizzontale, si è arrivati al successo referendario coinvolgendo su un messaggio, volutamente occultato dal dibattito pubblico dominante, oltre 27 milioni di cittadini.<br />
La domanda di una nuova rappresentanza &#8211; da affiancare alle preziose, autonome e indipendenti lotte sul territorio &#8211; è quindi forte. Sia a livello nazionale, dove la politica è sotto l&#8217;egida del grande centro liberista, sia nelle città e nelle regioni dove la destra impera e dove il centro-sinistra promuove e asseconda politiche e prassi perfettamente integrate con un sistema economico che, nella sua fase di acuta crisi, aumenta le diseguaglianze, colpisce i più deboli, erode i diritti di tutti e di tutte.<br />
La domanda oggi è non è più quindi “se” fare un nuovo soggetto politico, bensì “come” farlo.<br />
Il momento di sospensione che vive la politica italiana, in attesa delle elezioni della primavera del 2013, è propizio. In tutta Italia ci sono esperienze che dal basso si sono già misurate con la rappresentanza alle amministrative, la loro esperienza è preziosa per capire quali modalità sono più utili per dare forza ad un protetto politico senza i partiti, ma anche per comprendere quali sono i limiti e le difficoltà da superare. Servono quindi delle occasioni di confronto, di scambio di opinioni, di intelligenze che si mischiano per far crescere questa idea. Noi ci siamo.</p>
<p><strong>Pierluigi Sullo</strong></p>
<p>Caro Cristiano, siccome la questione che poni è di quelle sostanziali, mi permetterò di esporre nel modo più aperto quel che ne penso. La mia sensazione è riassumibile in questa formula: la rivoluzione marcia sul posto Uno dei primi movimenti collettivi che ti insegnano nelle caserme è la marcia sul posto. Si tratta di simulare una marcia, inquadrati e al ritmo dei comandi, pestando forte i piedi e alzando bene le ginocchia ma restando fermi. Credo serva a cementare la qualità essenziale per ogni esercito: obbedire agli ordini e farlo tutti insieme, in modo sincrono, annullando gli scarti individuali. Marciare sul posto è la rappresentazione (lo spettacolo, direbbe Mario Pezzella) della forza potenziale, volutamente trattenuta, di un reparto militare, di un insieme armato.</p>
<p>In Italia la rivoluzione sta marciando sul posto. Dico rivoluzione nell&#8217;accezione con cui usano questa parola desueta, anzi messa al bando, in Italia, gli indignados spagnoli (&#8220;spanishrevolution&#8221;) e gli &#8220;Occupy&#8221; statunitensi. Lì, questo termine riemerge nudo, depurato dalle incrostazioni storiche lo lo hanno reso inservibile nei paesi &#8211; come il nostro &#8211; a troppo forte tradizione comunista. Un ragazzo di Oakland o di Barcellona dicendo &#8220;rivoluzione&#8221; non allude alla presa del potere, alla violenza proletaria, agli eserciti rossi, alla classe che esercita la sua dittatura su un&#8217;altra classe, e insomma a tutti i &#8220;topoi&#8221; comunisti novecenteschi &#8211; assunti peraltro anche dalla socialdemocrazia, per contrapporvi il &#8220;riformismo&#8221;. Nominano invece una cosa più semplice e a un tempo più radicale: il rovesciamento dei rapporti di potere nelle società capitaliste-finanziarie-globalizzate, a favore del 99 per cento e a danno dell&#8217;uno per cento. Il che vuol dire: rifiuto del dominio della finanza sulla società; rifiuto della &#8220;democrazia rappresentativa&#8221; schiava della finanza e delle multinazionali (la &#8220;corporate democracy&#8221;, dicono quelli di Occupy Wall Street). Rovesciati in positivo, questi rifiuti suggeriscono il desiderio di una società cooperativa (comunitaria), in cui l&#8217;economia sia al servizio della società (come diceva diversi decenni fa Karl Polanyi) e il potere sia il più possibile diffuso. Direi: quel che conta per loro non è l&#8217;accumulo ma la sottrazione del potere. Ad esempio, trovo antropologicamnte interessantissimo il &#8220;mic check&#8221;, il costume di ripetere in coro quel che un oratore sta dicendo alla folla: nato per ovviare alla proibizione, da parte della polizia di New York, di usare altoparlanti in pubblico, è diventato un modo di coivolgere tutti i presenti e di costringere l&#8217;oratore a parlare al ritmo di tutti. Il nome, &#8220;prova microfono&#8221;, aggiunge il pizzico di ironia, e auto-ironia, che connota le rivoluzioni quando sono autentiche.</p>
<p>E&#8217; da qui, ha ragione Olimpia Gobbi (nel commento al Manifesto di Napoli prodotto dal Forum dei comuni per i beni comuni), dalla democrazia, che tutto il resto dipende. La &#8220;democrazia partecipativa&#8221;, meglio dire &#8220;diretta&#8221;, non è l&#8217;ennesimo punto programmatico in una lunga lista: è la spina dorsale di ogni tentativo di cambiamento.</p>
<p>Ma la rivoluzione marcia sul posto. Intanto, perché non si percepisce come rivoluzione, ma come resistenza, o al massimo incursione nella politica esistente. E soprattutto, perché chi pesta i piedi a ritmo non riesce a fare pulizia nella soffitta della sua mente. Mi iscrivo a questa categoria, nonostante tutto. Ogni tentativo o proposta in cui sono stato parte attiva (con il manifesto, con Carta, ora con DKm0) negli ultimi vent&#8217;anni (dato, per quel che mi riguarda, dall&#8217;eplosione del fenomeno zapatista a metà degli anni novanta) affinché &#8220;i movimenti&#8221; facessero il famoso &#8220;passo avanti&#8221; erano inquinati dalle scorie della mia vita di comunista, per quanto irregolare. Ero sì convinto che le miriadi di iniziative cittadine, locali, comunitarie, del precariato e degli stessi operai (la loro parte più viva, la Fiom) avessero diritto al loro disordine, per così dire. Che questa era la condizione alla quale avrebbero potuto sperimentarsi, accumulare sapere e legame sociale, capire quanto lunga era la loro durata e quanto complessi i fili che li legavano a esperienze simili. Ma ero altresì convinto che tutto questo, un bel giorno, si sarebbe coagulato in qualcosa come un &#8220;soggetto politico&#8221;, espressione che maneggiavo con molta cautela ma che continuava ad esercitare il suo fascino su una persona &#8211; come me &#8211; che ancora si commuove se vede gli operai di San Pietroburgo, nel film &#8220;Reds&#8221;, intonare in un coro potente l&#8217;Internazionale in russo. Perciò, per quel poco che contavo e conto, mi sono sempre adoperato a connettere, radunare insieme, convocare ad incontri, i movimenti e comitati locali o tematici con cui entravamo in contatto. Perciò ho co-fondato, con Alberto Magnaghi e molti altri, una cosa chiamata Rete del Nuovo Municipio, una decina di anni fa: qualcosa di molto simile al Forum dei comuni per i beni comuni, dove però la prevalenza non era degli amministratori, anzi si immaginava che la Rete fosse composta in modo paritario da tre componenti: gli amministratori, le associazioni e i movimenti, gli studiosi e i ricercatori.</p>
<p>La Rete del Nuovo Municipio è servita per qualche anno a diffondere l&#8217;idea che i cittadini dovessero partecipare, a pari titolo dei loro rappresentanti, al governo dei beni comuni. Ma si è andata poi spegnendo per un fenomeno che Alberto Magnaghi ha descritto con precisione chirurgica, direi, all&#8217;ultima assemblea degli amministratori della Rete: la pressione &#8220;dall&#8217;alto&#8221; sulle istituzioni locali &#8211; riassumo &#8211; si è tanto appesantita, negli anni, da rendere pressoché impossibile una indipendenza istituzionale &#8211; locale &#8211; dai poteri della finanza, delle grandi opere, della cementificazione, della privatizzazione dei servizi pubblici, ecc. Non resta, concluse quella volta Alberto, che l&#8217;autogoverno.</p>
<p>Sentenza troppo radicale? Forse. Ma mi fece riflettere molto. In fondo, mi dicevo, il punto di partenza, cioè la vicenda zapatista in Messico, aveva per suo atto di nascita una dichiarazione di indipendenza: dalle forme e dagli obblighi della rappresentanza. Infatti, costruiva &#8211; e tuttora sono ben vive &#8211; istituzioni totalmente altre, i municipi, le Giunte del buon governo, i Caracoles, come li chiamano loro, le cui regole di base è il &#8220;mandar obedeciendo&#8221;, il comandare obbedendo, come dire che chi è &#8220;al governo&#8221; è in realtà &#8220;al servizio&#8221;, e la democrazia del consenso, che non vota e non crea maggioranze ma convince. Gli indigeni zapatisti non hanno fatto liste elettorali concorrenti dei partiti messicani per eleggere consiglieri comunali e far nominare qualcuno di loro assessore o sindaco. Stanno cercando di farne una del tutto nuova, di democrazia, basata su quel che sono loro, con la loro cultura e il loro modo di vivere.</p>
<p>E&#8217; bensì vero che a determinate condizioni, e senza esserne danneggiati, anzi ricavandone dei vantaggi, movimenti territoriali, in Italia, sono ricorsi a questi mezzi: è il caso della Val di Susa, dove vi sono liste civiche, consiglieri, assessori e qualche sindaco provenienti dal movimento No Tav. Ma lì questo esito non solo è frutto di vent&#8217;anni di costruzione del legame comunitario e della coscienza diffusa su cosa sia Tav, ma il passaggio elettorale è rimasto dipendente dal &#8220;fare società&#8221; e dal movimento. Un mezzo, non un fine.</p>
<p>Invece la rivoluzione che non sa chiamarsi tale e che marcia sul posto non riesce a non vedere, da un osservatorio che spesso è quello tipico della politica di sinistra, ossia qualcosa di esterno e superiore che &#8220;ordina&#8221; il caos sociale, le elezioni, il &#8220;misurarsi con il livello elettorale&#8221;, come un fine. Quella è la politica, si intende, quello è il &#8220;luogo&#8221; nel quale e dal quale è possibile mettere mano alle condizioni &#8220;generali&#8221; della società, magari invocando il &#8220;sostegno&#8221; dei &#8220;movimenti&#8221;. E da questo &#8220;atomo logico&#8221;, come direbbe Bertrand Russell, che a differenza di quello fisico non è passibile di scissione, dicendono naturalmente i fenomeni che ci deprimono: l&#8217;apparizione di &#8220;leader&#8221;, la concorrenza tra gruppi, la gerarchia, il maschilismo che Andrea Morniroli (sempre commentando il Manifesto di Napoli) tra altri lamenta, la giustapposizione di &#8220;obiettivi&#8221; in assenza, come dice Mario Pezzella (nei commenti al Manifesto), di una narrazione che tutto travolga in un flusso non solo &#8220;razionale&#8221;, ma &#8220;ragionevole&#8221; (sto citando Serge Latouche) e potente nei suoi effetti sui sentimenti e l&#8217;immaginazione (e qui cito Lanfranco Caminiti, l&#8217;articolo che si trova in questo sito, &#8220;La narrazione della crisi&#8221;). Una narrazione è un anelito, una lista di obiettivi è una mediazione. E naturalmente non entrano, in una legnosa elencazione di &#8220;cose giuste da fare&#8221;, le roventi innovazioni che nel nostro vivere civile stanno riversando le tecnologie della comunicazione: le quali, come ha scritto Antonio Martins (brasiliano e parte del Forums sociale mondiale) non garantiscono affatto di per sé una &#8220;auto-riforma del capitalismo&#8221;, ma sì offrono opportunità finora inimmaginabili a una nuova democrazia delle persone (Manuel Castells).</p>
<p>Di recente Immanuel Wallerstein, in un articolo intitolato &#8220;La sinistra mondiale dopo il 2011&#8243;, mi ha sorpreso scrivendo all&#8217;incirca (cito a memoria) che lui è pienamente convinto che la conquista del potere dello stato non è più &#8211; se mai lo è stato &#8211; il traguardo cui tendere. Anzi, aggiunge, è controproducente. Ma propone, in quell&#8217;articolo, un compromesso tra la sinistra che crede che le elezioni siano il fine e quelli che non lo credono affatto: la società, ha scritto Wallerstein, soffre adesso, qui, e a qualcosa può servire, da questo punto di vista,  partecipare alle elezioni e impadronirsi di qualche leva del governo, locale o nazionale. A patto di sapere che si tratta di una scelta &#8220;tattica&#8221; che dipende dai paesi, dai momenti, dalle urgenze. Astrattamente, è una posizione molto ragionevole, se non fosse che il meccanismo della politica della rappresentanza funziona come un tritacarne: quel che ne esce non è mai la stessa cosa che vi è entrata. La politica dei partiti è impegnata essenzialmente a perpetuare se stessa, e chi sale sulla giostra, anche con le migliori intenzioni, non potrà più scenderne. Specialmente se nella soffitta della sua mente c&#8217;è &#8211; ora e sempre &#8211; la conquista del potere, il partito (il vero &#8220;soggetto politico&#8221;), la convinzione ormai mummificata di detenere la &#8220;teoria&#8221; sociale adeguata (quale che sia). Nemmeno il naufragio della &#8220;sinistra radicale&#8221; alle ultime elezioni politiche ha insegnato nulla. Il problema era nei &#8220;leader&#8221;, non nella sostanza. Perciò ecco nuovi &#8220;leader&#8221; o ecco illusori ritorni al passato, ecc. O ecco, temo, il &#8220;nuovo soggetto politico&#8221;.</p>
<p>Eppure, proprio l&#8217;esperienza del movimento per l&#8217;acqua &#8211; come dice Olimpia Gobbi &#8211; starebbe lì a dimostrare che centinaia di comitati locali, legati tra loro solo in modo funzionale (le campagne, il sito, la raccolta delle firme&#8230;), hanno saputo produrre il più grande cambiamento della scena: il referendum. Che poi, a dimostrazione della tesi, è stato afferrato dal tritacarne e cancellato, deformato, ignorato, perché al livello istituzionale e politico &#8220;nazionali&#8221; nulla è garantito, tali sono il trasformismo,. la capacità di mentire, la dissimulazione, la disponibilità a fare qualunque cosa (qualunque) pur di mantenere quella posizione di privilegio (se non di comando, che è in gran parte migrato altrove, verso &#8220;i mercati&#8221;). Così come i valsusini non sono una eccezione: in Italia le &#8220;grandi opere&#8221; sono rallentate, ostacolate, spesso fermnate da un movimento che non ha nemmeno quel po&#8217; di organizzazione di cui si giova il movimento per l&#8217;acqua. Lo stesso vale per il consumo di suolo. Eccetera.</p>
<p>Oppure si crede che un governo di sinistra-sinistra, Vendola presidente del consiglio e  De Magistris vice, o viceversa, ammesso sia possibile immaginare un tale collasso del meccanismo del consenso, potrebbe serenamente approvare una legge per il consumo di suolo zero, per la ri-pubblicizzazione dei beni comuni sequestrati, per l&#8217;anolizioone di Schengen, per l&#8217;abolizione di Maastricht e così via? Piuttosto: se una tale alleanza politica conquistasse il governo, questo vorrebbe dire che la società italiana si è già rivoluzionata, cioè in grado di fare da sé quel che nessuna legge potrebbe mai garantire.</p>
<p>E allora cosa? Conosco a memoria tutte le obiezioni. Sono convinto che chiunque cerchi di organizzare, mettere in fila, ordinare, dotare di un programma e di una direzione (nei due sensi) il magma rovente della trasformazione dal basso, è destinato a fallire. Cioè a ritrovarsi con i più convinti che bisogna marciare sul posto, replicare i copioni del passato. Credo altresì che dovremmo tutti adoperarci per allargare il più possibile informazione e dibattito (quanto sappiamo davvero di quel che accade nel mondo e dei movimenti di molti paesi: non è vero che siamo prigionieri di uno scenario tutto italiano, in cui al più hanno fatto irruzione &#8220;Bruxelles&#8221; e &#8220;Francoforte&#8221;?), sapere e modi di vita, narrazioni ed esperienze, non con lo scopo di &#8220;organizzarli&#8221; (come io stesso ho a lungo creduto) ma perché dispieghino in concreto tutte le loro potenzialità rivoluzionarie. Quelle di una rivoluzione che si fa facendola, luogo per luogo, in tutto il mondo: uno scenario in cui comunità che hanno conquistato dopo duri conflitti l&#8217;autogoverno possano connettersi tra loro in modo libero e multiplo, alla maniera di internet.</p>
<p>Vedete, la differenza tra auspicare una nuova organizzazione politica che concorra alle elezioni e l&#8217;auto-organizzazione sociale che non bada alle elezioni se non come temporanea variabile è che la prima cosa è una astrazione fuori del tempo, mentre la seconda esiste effettivamente, qui e ora. Dobbiamo essere realisti, come scrisse quel tale su un muro di Parigi, e desiderare l&#8217;impossibile.</p>
<p><strong>Sergio Sinigaglia</strong></p>
<p>Le riflessioni di Gigi (Pierluigi Sullo, ndr) le condivido anche perché non sono nuove, semmai aggiornate e adeguate con quel tanto che ci hanno proposto le dinamiche di movimento nel 2011. La logica &#8220;militare&#8221; e maschilista è un vizio di vecchia data e probabilmente nessuno di noi ne è immune. Dico questo nella consapevolezza che, a partire da Carta, il nostro è stato un percorso che ha proposto una eleborazione, credo, la più avanzata e innovativa in Italia in questi decenni. E del resto le cose che scrive Gigi lo confermano. Il problema è poi fare i conti con quello che c&#8217;è nei nostri territori, con i &#8220;tic&#8221; che si tramandano di generazione in generazione. La stessa giornata del 15 ottobre ha ben esplicitato quel &#8220;passato che non passa&#8221;, una rappresentazione della politica, del modo di stare in piazza, di rapportarsi con le pluralità &#8220;irrapresentabili (prendo il concetto da un vecchio libro dedicato al pensiero di Hannah Arendt), espressioni di una &#8220;volontà di potenza&#8221; tutta declinata al maschile, anzi al machismo da servizi d&#8217;ordine di triste memoria.</p>
<p>La manifestazione romana ha contribuito a far emergere il peggio che c&#8217;è anche nelle organizzazioni di movimento. Dalle nostre parti ho ascoltato interventi che prefiguravano un regolamento di conti con i &#8220;cattivi&#8221; nella peggior tradizione degli anni settanta. Il problema è come bypassare tutto questo. Per esempio nelle Marche per alcuni anni un piccolo gruppo di volonterosi ha provato a cucire le relazioni tra le piccole e numerose resistenze territoriali. Il risultato è stato quello di favorire la relazione tra persone ed esperienze che non si conoscevano. Lo stesso incontro con Luoghi Comuni di San Benedetto (associazione cui appartengono Olimpia Gobbi e Mary Pazzi, entrambe parte attiva di DKm0, ndr) è frutto di quel lavoro. E probabilmente non è poco. Ma ora ci troviamo di nuovo un po&#8217; sfilacciati e si è &#8220;ripiegato&#8221; su una nuova rete, l&#8217;&#8221;Assemblea Permanente Movimenti Marche&#8221;, che in qualche modo è probabilmente un passo indietro, perché lì nel bene e nel male si trovano i difetti di cui parla Gigi nella sua riflessione.</p>
<p>Gli stessi difetti, lo dico con tutto il rispetto, che trovo ben presenti nella proposta di Cristiano. Per la revisione politica che ho compiuto in questi anni il termine &#8220;soggetto politico&#8221; lo colloco nella preistoria. Diciamo prima di Cristo, per citare  l&#8217;odioso Marchionne. Non nego che l&#8217;interpretazione data da Cristiano sia molto diversa da quella tradizionale, ma il difetto sta proprio nel sua declinazione al singolare. La stessa Arendt ce lo ha insegnato in modo quanto mai lucido ed essenziale: &#8220;Non esiste l&#8217;uomo, ma gli uomini&#8230;&#8221;. Le grandi filosofie occidentali e il relativo pensiero politico sono basate sull&#8217;Uno, mentre un pensiero libero e libertario non può prescindere dal Due, dal Tre, ecc.</p>
<p>La sinistra in tutte le sue articolazioni è impregnata da sempre in questa cultura dell&#8217;Uno. E anche noi, visto, che ne abbiamo fatto parte  per diverso tempo, e ne facciamo ancora parte, al di là dei tentativi generosi di lasciarla per sempre alle spalle. Uno dei problemi fondamentali è l&#8217;auto-organizzazione del sociale. Non essere&#8221;militanti&#8221; ma stare dentro le dinamiche in quanto parte del tutto. Ma questa consapevolezza deve poi fare i conti con la dimensione quotidiana e i piccoli compromessi con cui ognuno di noi deve fare i conti. L&#8217;esperienza del referendum e illuminante, ma si è concentrata su una vicenda ben precisa e concreta. E&#8217; la concretezza che contraddistingue il volontario rispetto al militante. Il primo è dentro le cose senza pretesa egemonica, il secondo non è dentro ma &#8220;sopra&#8221; le dinamiche, vuole &#8221;dirigere&#8221;. Nel suo bel libro sul Novecento (&#8220;Oltre il Novecento&#8221;) Marco Revelli, non a caso, cita il volontario come esempio positivo. A molti sembrò una interpretazione &#8220;cattolica&#8221;, invece probabilmente centrava la questione.</p>
<p>Concludo con un esempio che forse Gigi ricorda perché lo scrissi anni fa in un intervento su Carta, ma credo mantenga sempre la sua validità. Nello &#8221;Zen e il tiro con l&#8217;arco&#8221; di Eugen Herrigel, l&#8217;allievo chiede al Maestro: &#8220;Ma come può partire il colpo se non lo tiro io?&#8221;. Risposta &#8220; (L&#8217;arco) &#8216;Si&#8217; tira&#8221;.</p>
<p><strong>Andrea Morniroli</strong></p>
<p>Trovo il pezzo di Gigi pienamente condivisibile&#8230; con calma vorrei provare  a contribuire al dibattito, riprendendo le osservazioni di Paolo, di Olimpia, Sergio e  Cristiano. Credo che ognuno di noi, oggi più che mai, abbia bisogno di un luogo dove far contare ipotesi e indirizzi alternativi a quello dominante&#8230; Così come occorre uno spazio politico in cui rispondere anche alla spocchiosità dei professori al governo che trovo irritante e umiliante allo stesso modo della cialtroneria di Berlusconi e soci: quando Monti per scusarsi dell&#8217;affermazione sulla &#8220;noia&#8221; del posto fisso, dice che in realtà voleva dire che occorre non conforndere tra &#8220;mito e realtà&#8221; credo che affermi qualcosa di inaccettabile, come se il diritto al lavoro, ad avere una prospettiva futura a cui guardare, ad avere dei figli senza che ti prenda l&#8217;ansia di dover pensare di lavorare tutta la vita per poterli mantenere, fossero cose da considerarsi come mito, magari poi in tutta la retorica del sostegno alle famiglie.</p>
<p>Quindi c&#8217;è bisogno di luoghi, di intrecci, di fare insieme, di incidere sulla politica, di contare nella rappresentanza quando questo è maturo e possibile&#8230; ma occorre farlo senza feticci, senza pensare che il soggetto diventa in realtà il fine.</p>
<p>Occorrerebbe poterlo fare, poi, senza tutti quei professionisti della politica &#8211; ma anche dei movimenti &#8211; che da anni, sempre con le parole &#8220;unità&#8221; e &#8220;nuovo&#8221; in bocca, distruggono ogni cosa con le loro correntine, occupazioni, richieste di candidature&#8230; tutti quelli che da anni parlano di lavoro, di ultimi, di diritti  e poi magari campano da anni di partecipate, di cariche elettive, di ruoli di funzionariato, ecc.</p>
<p><strong>Olimpia Gobbi</strong></p>
<p>Anch&#8217;io condivido, del pezzo di Gigi, riflessioni e perplessità. Ma, contemporaneamente, anche  per me è un richiamo attraente l’idea di un nuovo soggetto politico: una mia personale “doppiezza” , che mi spiego con quello che dice Andrea. In sostanza con l’urgenza e la speranza del cambiamento.</p>
<p>Ma che cosa sarà  il nuovo soggetto politico? Se sarà una lista che in nome dei beni  comuni eleggerà qualche  consigliere, sindaco, presidente, deputato,  mi chiedo: una volta che i beni comuni entreranno nella competizione elettorale “come soggetto di parte”, essi stessi “parte”, che resterà dei movimenti, della loro capacità di scavalcare steccati e bandiere?</p>
<p>Mi sembra  che “il partito” dei beni comuni (che altro se no?) sia un ossimoro mortale per gli stessi beni comuni. E poi, oltre che indebolire il popolo dell’acqua, dello stop al consumo di suolo etc., a meno che non immaginiamo un consenso da “conquista del potere”, quale cambiamento “quei pochi rappresentanti eletti” produrranno? Di  distruzioni di energie innovative con processi simili ne abbiamo visto tante (e l’analisi di Gigi sotto questo punto di vista certo non fa una piega)!<br />
Ma la domanda a cui mi piacerebbe avere risposta perché non riesco a a trovarla è questa:  cosa pensano di questo “nuovo soggetto politico”i soggetti sociali dei beni comuni (e cioè il forum dei movimenti per l’acqua, quello del consumo di suolo, quello dei vari comitati territoriali etc.)? Non dovrebbero essere loro i veri soggetti  del nuovo soggetto? O ancora una volta il “basso” non può autointerpretarsi ed autorappresentarsi ed occorre il gruppo di amministratori e professori illuminati che parli per lui (mi verrebbe da dire “per lei”, considerato che acqua, terra, aria, conoscenza sono tutte”donne” e le donne sanno bene come funziona)?</p>
<p>Soprattutto per questo, credo, non possiamo confondere  Napoli ed il suo Manifesto con la “rivoluzione” di un nuovo soggetto politico dei beni comuni . Perché non esistono i beni comuni senza democrazia diretta. Ed a Napoli “la società” è rimasta dove sempre è stata: cioè in platea. Il che non vuol dire che l’esperienza non sia stata importante. Ma se lo sarà veramente dipenderà appunto dalla “società”. Potremmo allora, come dice Cristiano, essere noi a riprendere il filo della narrazione, a dire, a rappresentare. Anche nella prospettiva (perché no?) di un nuovo soggetto politico,  che però non si muova “a sostegno”, e chiamato in vista  ella scadenza elettorale, ma che, invece,  stando dentro le cose,  marci autonomo costruendo e perseguendo  una nuova e totalmente rinnovata democrazia.</p>
<p><strong>Andrea Morniroli</strong></p>
<p>Non credo si tratti di doppiezza, ma di consapevolezza che o si trovano i luoghi dove intrecciare e costruire politiche generali, oppure si rischia di rimanere nicchia e parzialità&#8230; Il problema è che i soggetti così come vengono proposti non sono quello di cui abbiamo bisogno.</p>
<p><strong>Mary Pazzi</strong></p>
<p>Ho letto velocemente: estremamente interessanti tutti i vostri interventi e pezzi. La voglia di&#8230; (innominabile) c&#8217;è, anche se espressa ed articolata in modi diversi.</p>
<p>Semplificando molto, pongo una questione: se tutti noi riconosciamo che a Napoli qualcosa è successo, anche se a Napoli &#8220;la società era in platea&#8221;; se tutti concordiamo sull&#8217;analisi e sulla necessità di percorrere un&#8217;altra via la cui cifra sono i beni comuni;</p>
<p>se tutti confessiamo la nostra doppiezza ed esigenza di &#8220;intreccio&#8221;, perché a nessuno viene in mente di organizzare sul territorio un momento di riflessione operativa e più dal basso dopo o oltre Napoli invitando i coordinatori dei tavoli, i relatori, i movimenti, i cittadini?</p>
<p><strong>Davide Biolghini</strong><strong></strong></p>
<p>Chiedo scusa Olimpia, forse ho letto di fretta, ma mi sembra che nel tuo scritto ci sia un corno del &#8220;dilemma&#8221; non chiaro: da un lato senti il &#8220;richiamo attrattivo&#8221; di un nuovo soggetto politico e dall’altro dici che &#8220;il partito dei beni comuni&#8221; ti sembra un ossimoro mortale (nota ironica: il movimento politico dell’ex senatore Rossi “Per il Bene Comune” tiene la sua assemblea nazionale l’11-12 febbraio a Roma …). Non credo che Paolo Cacciari, quando richiamava il documento di Carta sul &#8220;soggetto politico non elettorale&#8221;, volesse proporre un partito / lista dei beni comuni, quindi penso che tu ti riferisca alla proposta che sarebbe emersa dall’incontro di Napoli: anche in questo caso non mi sembra che l’osservazione sia calzante.</p>
<p>Rimango dell’idea già accennata che a Napoli siano successe due cose: da un lato è stata presentata la proposta di una Rete dei Comuni per i Beni Comuni, importante e &#8220;discutibile&#8221; (nel senso che si può criticarne positivamente gli aspetti ‘incoerenti’: mancato bilancio dell’esperienza della Rete del Nuovo Municipio, ricordata da Gigi Sullo, non coinvolgimento delle altre reti di piccoli comuni sensibili agli stessi temi, debolezza delle pratiche e delle regole di &#8220;democrazia diretta&#8221; del Laboratorio napoletano, ecc.); secondo, alcuni politici di &#8220;lungo corso&#8221; hanno fatto alcune avance &#8220;elettoralistiche&#8221; (Emiliano per la staffetta alla presidenza della Regione Puglia e Vendola / De Magistris per un loro &#8220;lancio&#8221; nazionale, non credo all’insegna di un &#8220;partito dei beni comuni&#8221;, ma per riproporre &#8220;primarie&#8221; di centrosinistra in cui cercare di sconfiggere gli uomini del Pd…).</p>
<p>Più importante, se posso, è chiedersi cosa stiano pensando di fare i movimenti / soggetti sociali dei beni comuni; qui a Milano sabato scorso c’è stato un interessante seminario in cui Comitato, Contratto e Movimento dell’Acqua, in vista del Forum mondiale dell’Acqua di Marsiglia, hanno proposto un confronto tra i rispettivi soggetti locali di “Acqua, cibo, energia e cambiamenti climatici” cioè dei quattro Beni Comuni naturali, acqua, terra/cibo, fuoco/energia, e aria/clima: in questa occasione Mario Agostinelli, intervenendo come &#8220;Energia Felice&#8221;, ha chiesto al movimento dell’acqua di cessare di ritenersi l’unico soggetto vincitore del referendum e quindi l’unico abilitato a proporsi come attore di cambiamento, per allargare anche agli altri movimenti il rapporto unitario (la proposta mi ha trovato d’accordo per il &#8220;movimento&#8221; per la terra e per il cibo in cui opero): questo, appunto, per segnalare come i soggetti citati siano ben lontani dal porsi il problema del &#8220;soggetto politico&#8221;, visto che non riescono ancora a trovare terreni ‘comuni’ di confronto ed azione a livello territoriale …</p>
<p>PS: sempre nello stesso seminario milanese c’è stato un interessante intervento di una esponente della rete dei &#8220;movimenti dell’acqua&#8221; sudamericani, a sottolineare che nessuna conquista sul terreno legislativo è definitiva e che le gambe dell’auto-organizzazione e degli spazi pubblici &#8220;regolati&#8221; rimangono fondamentali per qualsiasi tentativo di influenzare / cambiare anche sul terreno della &#8220;democrazia rappresentativa&#8221;: in Bolivia ed Ecuador il &#8220;diritto all’acqua&#8221; è stato costituzionalizzato a partire da campagne fatte proprie dai presidenti &#8220;indigeni&#8221;, Morales e Correa: questi stessi presidenti, nonostante la Costituzione e gli impegni presi, ripropongono semi-privatizzazioni tramite specifiche Ley de Agua (un po’ come è successo in Puglia con Vendola e Petrella …); lo stesso intervento ha posto all’attenzione degli organizzatori la forte esperienza &#8220;terza&#8221; rispetto alle gestioni pubblica e privata dell’acqua, quella della gestione comunitaria delle numerose Juntas de Agua…</p>
<p><strong>Olimpia Gobbi</strong></p>
<p>Non so, forse mi sono espressa male, forse ho capito male quello che intendesse Paolo e che cosa comunque si intendesse per &#8220;soggetto politico&#8221;.</p>
<p>Però posso assicurarti che, leggendo quanto hai scritto, mi ritrovo sia nei due punti in cui sintetizzi ciò che è accaduto a Napoli, sia con la tua messa in evidenza della necessità di &#8220;chiedersi cosa stiano pensando di fare i movimenti/soggetti sociali dei Beni Comuni&#8221;. Su questa ultima esigenza mi era sembrato di aver insistito, anche nel commento sul sito: evidentemente non con chiarezza.</p>
<p>E&#8217; il caso, come propone Mary, di pensare a una iniziativa, un incontro, un seminario che, sulla spinta e tenendo conto di Napoli (ed anche di Milano), ci faccia fare qualche passo avanti?</p>
<p><strong>Mario Pezzella</strong></p>
<p>Cari amici, le mie opinioni sul Forum di Napoli restano più o meno quelle che ho espresso nell&#8217;articolo già uscito nel sito 8a commento del Manifesto di Napoli, ndr), con qualche riserva in più per quanto riguarda lo stile del Manifesto e alcuni silenzi che esso mantiene.</p>
<p>Io sono molto d&#8217;accordo con quanto dice Cristiano. Non mi spaventa l&#8217;espressione &#8220;soggetto politico&#8221;. La usò per primo Zanotelli, nel nostro primo incontro in Val di Susa, e finché non ne troviamo una migliore mi sembra la più semplice e generale: perchè appunto non significa solo e necessariamente &#8220;partito&#8221;, può voler dire tutt&#8217;altro e anche l&#8217;opposto.<br />
Naturlamente, se non vogliamo partiti, ci tocca indicare quali forme e quali regole di rappresentanza vogliamo praticare all&#8217;interno di questa nuova &#8220;comunità&#8221; (il termine colleganza non riesco proprio a usarlo, è davvero brutto &#8211; quasi quanto &#8220;benecomunisti&#8221; &#8211; e serve più per non dire che per dire). Se consideriamo accettabile la nostra presenza in liste civiche, per lo meno in territori e amministrazioni locali, il problema si pone, e dovremmo discutere sul superamento del principio di rappresentanza autonoma, sul mandato imperativo, sul diritto di revoca e su come esercitarlo. Dovremmo studiare gli esperimenti costituzionali, in cui si è tentata questa strada (e anche le controindicazioni per cui la Costituente scelse una via diversa per la Costituzione italiana). Dovremmo inoltre riflettere sul carattere federale di questa rete che abbiamo in testa e sui modi in cui, partendo dal basso, si possono aggregare le diverse unità (e questo prefigura già una riflessione positiva sul federalismo, anche qui cercando di dare concretezza al discorso, come mi pare stia facendo Alberto Magnaghi).<br />
Un contributo in questo senso si può portare dentro Forum come quello di Napoli, verificando fino a che punto si accorda con quello che sta nascendo nella società. Questo per quanto riguarda le questioni più strettamente politiche. Ma, come diceva Gigi, dovremmo tentare di calare tutto questo in una narrazione il più possibile vicina al lato soggettivo di quello che sta accadendo: per fare un esempio, la sobrietà punitiva che si sta abbattendo sui giovani non è un fenomeno secondario ed è strettamente legata ai fenomeni politico-economici. Come si oppone un &#8220;comune&#8221;, un &#8220;vivere bene&#8221;, a una situazione tendenzialmente dittatoriale?</p>
<p>Per quanto riguarda la partecipazione o meno a elezioni politiche generali, tema dibattuto a Napoli, io non ho ancora un&#8217;idea precisa. Sei mesi fa, il 20 luglio a Genova, dissi che era una prospettiva da escludere, perché con le attuali regole di rappresentanza necessariamente corruttiva. Oggi non so. E&#8217; una situazione di emergenza, gestita da una dittatura commissaria, e forse anche da parte nostra è necessario fare cose che altrimenti non faremmo, qualunque cosa pur di fermare questa deriva autoritaria apparentemente inarrestabile. Leggevo oggi su un giornale che bisognerebbe abbattere l&#8217;articolo 18 non perché ci sia in questo un qualche vantaggio economico: ma per dimostrare la nostra obbedienza, che sarebbe premiata con un ulteriore, immediato calo dello spread e il &#8220;gradimento dei mercati&#8221;. E&#8217; sempre più evidente che queste non sono decisioni economiche, ma politiche, e la crisi è usata come un&#8217;arma per imporre un feroce dominio di classe.</p>
<p>Serve o non serve in queste condizioni l&#8217;eventuale presenza elettorale di una lista alternativa a quella degli ex-partiti di sinistra? Sarebbe un segno comunque positivo o si presterebbe subito all&#8217;inciucio?</p>
<p><strong>Ornella De Zordo</strong></p>
<p>Cari/e zeristi/e, mi inserisco nel flusso di pensieri e considerazioni post-Napoli. Anticipata di poco dall&#8217;intervento di Mario, che condivido nella sostanza.</p>
<p>Per me il contesto da cui emerge la proposta di un Forum dei comuni per i beni comuni rappresenta in sé un elemento di novità positiva, anche con gli elementi criticabili che sono ben stati evidenziati. Resta il fatto che apre una via nella quale si possono riconoscere molte delle esperienze che si sono attivate nei territori, con il merito di aver messo al centro un concetto, appunto quello dei &#8220;beni comuni&#8221;, che si propone immediatamente come antitetico alla cultura liberista nelle sue varie applicazioni, dai servizi, al sociale all&#8217;agibilità degli spazi pubblici fino all&#8217;idea stessa di comunità solidale. Non è mica poco. Forse l&#8217;appuntamento si era caricato di molte aspettative e il documento finale è apparso un po&#8217; riduttivo. E la parata conclusiva di amministratori che non hanno rotto con quella cultura liberista è suonata stonata. Ma il cuore di quella giornata ha avuto un effetto positivo su molti e ora si spera che quell&#8217;idea abbia gambe e si diffonda. Dico si spera, non so, ma sta anche a noi decidere se riprendere spunti e proposte e farli vivere.</p>
<p>C&#8217;è però in molti il desiderio che oggi si attivi qualcosa che vada oltre un semplice contatto virtuoso tra esperienze locali, o tematiche. Molti di noi queste reti le stanno praticando da tempo e continuano e continueranno a farlo nella quotidianità. E&#8217; un modo per crescere e diffondere buone pratiche e buone idee. Ma si sentono anche i limiti di questo lavoro che rischia poi di venir annullato da un contesto politico che lo ignora e si contrappone nei fatti anche di fronte a risultati vincenti (il post refendum sull&#8217;acqua qualcosa ci deve insegnare). Io penso che dagli attuali partiti non possa nascere una cosa davvero nuova nei metodi e nelle pratiche oltre che nelle proposte; e allora ecco che viene spontaneo chiedersi se proprio da quella cultura dei beni comuni non possa emergere qualcosa che renda possibile un sogno di cambiamento reale. Per me val la pena parlarne all&#8217;interno di DemocraziaKmZero; anche solo per capire se davvero sia da scartare l&#8217;ipotesi che qualcosa di buono in tal senso possa venire fuori da quel che intorno ai beni comuni si sta muovendo.</p>
<p><strong>Nino Lisi</strong></p>
<p>Sulla scia del ragionamento avviato da Andrea Morniroli, vorrei suggerire anch’io un tema che dovrebbe a mio avviso entrare a far parte della “struttura profonda che può garantire reale cambiamento”.</p>
<p>Al punto 8, il Manifesto di Napoli accosta  l’impegno  della Fiom “a fronteggiare il modello autoritario e antidemocratico di Pomigliano in qualsiasi parte del territorio nazionale” e “l’assunzione  del reddito di cittadinanza  come battaglia caratterizzante un’uscita dalla crisi economica che parta dalla più equa distribuzione delle risorse” al  “riconoscimento del lavoro come bene comune”, indicandole come iniziative in direzione appunto di tale riconoscimento.</p>
<p>Intendiamoci: sono iniziative sacrosante  che meritano tutto l’appoggio possibile ed anche di più, ma il loro collegamento con il riconoscimento del lavoro come bene comune può stare solo nel fatto che, se queste lotte fossero perse, verrebbero battute e forse disperse alcune delle  forze le cui lotte ed il cui impegno sono essenziali per  raggiungere quell’obiettivo. Cosa estremamente importante, certo, ma non più di questo. Ambedue le iniziative si muovono infatti,  necessariamente e doverosamente, nel contesto di  <em>questa</em> economia e di <em>questo </em>sistema sociale; sono battaglie difensive che mirano ad impedire che  ancora una volta la quota del valore aggiunto, realizzato dal sistema produttivo, destinata in forma schietta come in forma falsa a salari e stipendi, venga ridotta per consentire l’aumento di quella destinata a profitti, rendita e remunerazione delle professioni esercitate dalla grande borghesia.</p>
<p>Battaglie essenziali, in certo senso propedeutiche alla realizzazione per il lavoro di uno statuto da bene comune, ma questo lo si costruisce da un’altra parte, fuori dal sistema sociale e dalla struttura economica entro cui queste battaglie vanno invece  condotte. Nel contesto esistente, il lavoro, lungi dal potere essere riconosciuto quale bene comune, è destinato ad essere sempre meno richiesto ed apprezzato, sempre più flessibile e precario, sempre peggio remunerato. Non c’è che prenderne atto, al di là della cortina di menzogne ed ipocrisie  dietro cui  <em>professori</em> ed <em>esperti </em>cercano di nascondere la realtà addossando la colpa della disoccupazione ai disoccupati, come agli albori del capitalismo si dava ai poveri la colpa della povertà,  allora esplosa in forme nuove.</p>
<p>Per dare consistenza al “bene comune lavoro”, lo sguardo va rivolto altrove e le energie vanno impegnate su di un altro terreno (senza indebolire ovviamente le battaglie difensive). Per liberare il lavoro dallo sfruttamento e dalle condizioni di flessibilità e precarietà che lo mortificano ulteriormente,  occorrono nuovi tipi di impresa che diano luogo ad un sistema economico che non sia incentrato sulla centralità del profitto e restituisca autonomia alla società e dignità all’ambiente.</p>
<p>Per altro, questo è  un terreno decisivo per l’affermazione di una politica dei beni comuni, perché se si crea un contesto sociale ed economico in cui il lavoro sia riconosciuto ed agito come bene comune anche gli istituti giuridici e gli enti relativi agli altri beni comuni avranno vita più facile. Perché nel contesto attuale, come la vicenda dell’acqua sta dimostrando, avrebbero vita durissima.</p>
<p>Su questo punto vorrei essere il più chiaro possibile. Quando si parla di beni comuni, di consumo di suolo 0 di democrazia partecipativa non si parla di qualcosa che può essere inserita vitalmente nella società/mercato nella quale siamo ormai ridotti, ma di elementi che sono le fondamenta di un altro modello di società che si avvalga di un sistema economico molto diverso da quello dominante.</p>
<p>La “Rete dei Comuni per i beni comuni” potrebbe svolgere  a questo riguardo un ruolo importante a partire proprio dal riconoscimento nei fatti (e non solo nei proclami) del lavoro quale bene comune. Acquisita la necessaria consapevolezza, potrebbe darsi carico di facilitare la formazione delle “condizioni all’intorno” richieste perché i nuovi tipi di imprese occorrenti – che per altro esistono già più o meno  ai margini dell’economia del paese -  non solo si sviluppino ma riescano a costituirsi in sistema. La prima delle  condizioni è che la democrazia partecipativa prenda le forme opportune per realizzasi con forte capacità di incidenza. Su questo punto le considerazioni di Olimpia sulla Rete, sulla sua posizione nei confronti dei movimenti  ed in generale della società, sono importantissime. Senza negare che la costituzione della Rete sia un fatto molto positivo,  bisogna considerarlo però  solo un primo passo. I successivi, nelle direzioni indicate da Olimpia, sono altrettanto importanti ed urgenti. Altrimenti si potrebbe rischiare di trovarsi prima o poi  a  censire un’ennesima occasione mancata. Riusciamo ad aprire un’interlocuzione serrata con la Rete dei Comuni per i beni comuni?</p>
<p><strong>Paolo Cacciari<br />
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<p>Il successo del Forum sui beni comuni di Napoli non deve dare alla testa. Giusto. Prendiamolo per quello che è stato: una grande, combattiva, competente assemblea di amministratori locali e di movimenti territoriali che si oppongono ai tagli e alle privatizzazioni. In diretta continuità con i risultati dei referendum, delle elezioni amministrative, delle mobilitazioni della Fiom, del movimento delle donne, dell’ “onda lunga” degli studenti e dei ricercatori precari e con molto altro ancora. Bene, molto bene &#8211; a dispetto di chi è sempre pronto a decretare la morte  dei movimenti sociali.</p>
<p>Le persone convenute a Napoli erano ben coscienti di due grandi verità: il radicamento e la diffusione molecolare delle lotte per i beni comuni (lavoro compreso, senza commettere l’errore di separarlo dagli altri e di riproporre gerarchie che dividono; evitiamo di metterci nelle condizioni di dover scegliere se vale più il salario o la salute, il Pil o il clima… la parità di genere o l’equità distributiva) costituisce la condizione indispensabile per tentare di destrutturare e disconoscere il potere costituito (dei banchieri e non solo); ma che oltre alle piazze è utile occuparsi anche di quel che è rimasto degli spazi pubblici istituzionali, dei relitti della democrazia liberale sopravvissuti al passaggio del katerpillar  del capitalismo finanziario globalizzato. Senza alcun mito, senza alcuna illusione, senza nemmeno alcuna nostalgia. I  palazzi del potere e le stanze dei bottoni (se davvero sono mai stati nulla di più che simboli) sono diventati liquidi come i flussi del denaro che ci comanda. Sappiamo inoltre che con queste “regole” (maggioritario, bipolarismo, presidenzialismo, spettacolarizzazione…)  il gioco democratico è truccato. La politica è un sotto-mercato del mercato dei soldi: quanto costa un seggio a Washington? E a Roma? E quand’anche San Gennaro dovesse fare miracoli a scala nazionale, il giorno dopo (vedi la tristissima parabola di Obama) ci farebbero pagare il conto.</p>
<p>Mi pare quindi poco generoso rappresentare la “platea” di Napoli o come persone interessate solo alle elezioni o come sprovvedute prede di aspiranti leader maximo. Stiamo a quello che abbiamo pensato in molti a Napoli: vogliamo che alcuni temi (i beni comuni come nella proposta Rodotà), l’acqua (come nella legge di iniziativa popolare), l’audit  sul debito pubblico, la difesa dello statuto dei lavoratori, la riconversione delle grandi opere in manutenzione del territorio, la fuoriuscita delle spese sociali dal patto di stabilità, il blocco degli F16… siano sostenute  e rappresentante in Parlamento. A me sembra una richiesta  elementare, logica, convincente, perseguibile e persino potenzialmente vincente. Se ciò non avverrà esperienze importanti come quelle che molti comuni stanno facendo (non solo Napoli, ma anche quelli delle reti dei comuni solidali, dei comuni virtuosi, dei comuni contro l’illegalità…) rischieranno di rimanere isolate.</p>
<p>Il problema, quindi, per me non è se, ma come riuscire a fare <strong><em>anche</em></strong> questo passo.</p>
<p>Provo a riformulare la proposta di un forum avanzata da Massimo Rossi sul manifesto di giovedì. Affrontiamo le prossime scadenze elettorali come si è fatto con l’acqua. Trattiamole come se fossero una campagna come tante altre (debito pubblico, spese militari, nucleare…). Il metodo conta quanto i contenuti.</p>
<p>Presenti a Napoli c’erano anche Vendola, Ferrero, Bonelli, tanti di Idv, tantissimi grillini, tutti il “civici”, qualche Pd… Non chiedo alcun “passo indietro”, alcuna “rinuncia” alla identità  di cui ognuno di noi è molto geloso (nella campagna per l’acqua ogni soggetto manteneva la propria identità interna), non auspico alcuna “fusione”, né calda né fredda. Tutt’altro. Chiedo un passo in avanti nella maturazione di una cultura politica aperta, relazionata, disponibile e nelle forme  specifiche del fare politica oltre il modello verticale, esclusivo, militare del partito. Superare la competizione intraspecifica (direbbero gli zoologi) e inventare un gioco (possibilmente coinvolgente e gioioso) a somma positiva. Ci vorrebbe da parte di tutti uno scatto di immaginazione. Non è difficile: allarghiamo la Rete dei comuni per i beni comuni ai movimenti, facciamola diventare uno spazio politico aperto “di tutti e di nessuno” dove finalmente si dia prova del superamento della separazione tra il politico e il sociale, i partiti e i movimenti, i rappresentanti e i rappresentati. Tutte e tutti alla pari. Tutte/i in rete. Tutte/i diversi. Tutte/i uniti.</p>
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		<title>Forum dei beni comuni ovunque</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 09:03:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[Beni comuni]]></category>

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<p>Il popolo dei beni comuni esiste. Se qualcuno ne avesse dubitato, il successo del Forum promosso da quel laboratorio di buona politica che è l&#8217;amministrazione pubblica della città di Napoli ha dissipato ogni perplessità. È questo un popolo che non si rassegna all&#8217;ideologia dominante che propone come unica società possibile quella del liberismo in crisi e della quale il governo Monti è l&#8217;ultima perniciosa manifestazione, forse la più subdola ma anche la più spietata degli ultimi anni. È un popolo consapevole che le strade da imboccare per trasformare le relazioni tra gli esseri umani (cooperazione solidale anziché competizione) e tra essi e la natura (fruizione armonica anziché rapina) passano obbligatoriamente per un&#8217;assunzione collettiva di responsabilità, e non per vecchi modelli deleganti.</p>
<p>Napoli ha confermato che sono tanti i soggetti disposti ad investire parte del proprio tempo di vita, braccia e testa, per costruire un modello di economia, e prima ancora di esistenza, realmente alternativo. Pronti a partecipare concretamente a dar corpo ad un progetto alternativo di società e di economia che nei beni comuni trovi il proprio baricentro.</p>
<p>Partecipare è la parola chiave. Una partecipazione che da singola e parziale, vuole diventare organica e reticolare. Tutti collegati orizzontalmente e ciascuno attivo sul proprio territorio.<br />
Ma c&#8217;è un rischio, che per non essere ipocriti deve essere messo subito a fuoco. Va assolutamente evitato che, come già è avvenuto nel passato, queste energie vengano mortificate, magari finalizzandole a supportare scommesse elettorali di leader, gruppi, partiti vecchi e nuovi, o mettendole a reddito sul mercato della politica mediatica; quella delle alchimie e delle larghe coalizioni, magari aperte ai famosi &#8220;moderati&#8221;.</p>
<p>Mi chiedo, ad esempio, se anche la suggestiva ipotesi di una lista civica nazionale per il 2013, aleggiante sulle cronache del dopo-Forum, non rappresenti una torsione politicista dello spirito emerso a Napoli. Senza alcuna volontà polemica, da ex sindaco espresso da una lista civica, trovo peraltro un po&#8217; bizzarro che una proposta di aggregazione di tal genere debba nascere dall&#8217;alto, magari spinta da leader giustamente riconosciuti ma finora identificabili con delle forze politiche.  Qualcuno dirà: ecco che la Federazione della Sinistra teme di perdere voti e spazi d&#8217;azione. Al contrario, io credo che sia proprio interesse delle forze politiche organizzate mettere da parte gli egoismi dal fiato corto e scommettere invece sull&#8217;autonomia del movimento oggi in campo. La forza del popolo dei beni comuni è qualcosa che viene prima e che va oltre le scadenze elettorali.</p>
<p>Se è vero come è vero che c&#8217;è un bisogno indiscutibile ed urgente di costruire soggettività politica e rappresentanza, la premessa indispensabile per la sua utilità è la formazione di un popolo capace di immaginare e praticare dal basso il cambiamento. Solo attraverso queste pratiche è pensabile peraltro di innovare le forme obsolete della rappresentanza. Per questo il Forum del 28 non può e non deve considerarsi chiuso. La piattaforma in 17 punti presentata sabato scorso su il manifesto ed emersa dal fervore di quei tavoli tematici non deve restare una petizione di principi sacrosanti né rimanere una lista di richieste rivolte a qualche attore, che per meriti e qualità, è chiamato a disporsi sopra il palcoscenico. È la platea, stavolta, che deve interpretarla, invadendo il palcoscenico.</p>
<p>Quella piattaforma deve essere la base per comporre centinaia e centinaia di forum permanenti in ogni angolo d&#8217;Italia. Forum aperti e inclusivi, senza discriminazioni o pregiudizi reciprochi, dove viga l&#8217;assoluta parità tra persone con o senza tessere in tasca. Forum da intrecciare con straordinari laboratori come il Comune di Napoli ed altri Municipi disposti a lavorare verso il medesimo orizzonte; fornendo così ad essi un forte e indispensabile sostegno, e ricevendo in cambio &#8220;prototipi di alternative praticabili&#8221;, sperimentazioni concrete di &#8220;altra economia&#8221;, pratiche di governo dei beni comuni, nuove formule di welfare, modelli partecipati di gestione delle risorse primarie, dell&#8217;energia, della mobilità, del paesaggio, della produzione.</p>
<p>D&#8217;altro canto sarebbe assolutamente riduttivo limitarsi a delegare quella piattaforma alla pur preziosa azione dei Comuni, magari continuando a considerare i movimenti come soggetti con cui &#8220;mantenere il confronto&#8221; e non invece come attori protagonisti con cui condividere &#8220;istituzionalmente&#8221; e pariteticamente i processi decisionali.</p>
<p>Lancio allora un&#8217;ultima provocazione. Invece di una lista civica nazionale o cose del genere, costruiamo sulla base della piattaforma di Napoli e a partire da una rete capillare di forum locali, un grande movimento dei beni comuni e del lavoro.</p>
<p>Sì, anche del lavoro. Non perché il lavoro non sia contemplato nella piattaforma (forse un po&#8217; incidentalmente) o perché non sia anch&#8217;esso un bene comune che vorremmo demercificare. Ma perché in un mondo capitalistico imperniato sul paradigma della crescita illimitata, il tema enorme del &#8220;cosa, come e quanto produrre&#8221; diventa base fondativa, per qualsiasi azione di tutela dei beni comuni dalla distruzione e dalla privatizzazione. Senza addentrarci in dibattiti infiniti, credo che sia ormai palese a tutti noi che, se da un lato un mero laburismo parasindacale è un limite al nostro agire, dall&#8217;altro non è più possibile derubricare dall&#8217;intervento sui commons l&#8217;elemento centrale del conflitto tra le classi, la cui attualità ce la ricordano proprio i principali avversari dei beni comuni, siano essi al vertice di gruppi finanziari, di grandi aziende o di governi nazionali e territoriali. Tanto più di fronte all&#8217;attacco del governo Monti alla stabilità del contratto di lavoro e all&#8217;articolo 18, il popolo dei beni comuni non può mostrarsi impreparato e deve impegnarsi in una controffensiva che abbia come cardine la richiesta di abrogare tutti i contratti precari e di istituire, come correttamente chiede la piattaforma, un reddito di cittadinanza.</p>
<p>Non perdiamo tempo, allora. Mettiamo in rete la piattaforma del Forum di Napoli ed apriamo una grande sottoscrizione in cui chi firma si impegna nel contempo a mettersi al lavoro dentro un grande cantiere sociale diffuso dell&#8217;alternativa, insieme a quanti altri lo faranno, a partire dagli stessi luoghi. Costruiamo dal basso una vera e propria Costituente dei beni comuni e del lavoro. Questa potrebbe essere forse l&#8217;ultima occasione o, più ottimisticamente, l&#8217;occasione buona!</p>
<p><strong>* Già sindaco di Grottammare e fondatore della Rete del Nuovo Municipio, portavoce della Federazione della sinistra</strong></p>
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