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	<title>Democrazia Km Zero &#187; Territori</title>
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	<description>Rinnoviamo insieme la democrazia dal basso</description>
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		<title>Senigallia si autocostruisce</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 09:54:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di SERGIO SINIGAGLIA &#160; Il Cesano è un quartiere popolare della zona Nord di Senigallia. Lo si incontra percorrendo la Statale Adriatica. Le palazzine in costruzione sono a sinistra del conducente. Per chi non ne conosce la storia il cantiere è simili ai tanti che si possono vedere nelle nostre città. Invece quei quattro piccoli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/foto-centrostorico-senigallia-g.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3960" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/foto-centrostorico-senigallia-g-300x220.jpg" alt="" width="300" height="220" /></a>di SERGIO SINIGAGLIA</p>
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<p>Il Cesano è un quartiere popolare della zona Nord di Senigallia. Lo si incontra percorrendo la Statale Adriatica. Le palazzine in costruzione sono a sinistra del conducente. Per chi non ne conosce la storia il cantiere è simili ai tanti che si possono vedere nelle nostre città. Invece quei quattro piccoli edifici, ormai quasi ultimati, hanno una storia particolare. Quando entriamo nell’area il capo cantiere ci saluta cordialmente e ci dà subito un caschetto bianco. Lucio Cimarelli e Marco Gargiulo ci vengono incontro. Sono loro che ci racconteranno questa bella esperienza nell’Italia di Monti e della Fornero. Lucio è il responsabile del Consorzio di Solidarietà di Senigallia, una delle realtà sociali che ha reso possibile dare vita a questo percorso.</p>
<p>“La storia inizia nel 2007 quando il ministero della Solidarietà Sociale, allora c’era il Governo Prodi e ministro era Paolo Ferrero, ha fatto un bando sulle politiche di integrazione rivolto alla popolazione migrante. La Provincia di Ancona decide di partecipare e  ottiene le risorse necessarie”. La relativa gara di assegnazione viene vinta dal Consorzio di Solidarietà e dall’altro partner del progetto, il Consorzio A.B.N. di Perugia.  “Il Comune di Senigallia già da tempo aveva individuato questo terreno per un progetto di autocostruzione. Per cui dopo avere scritto il bando, i due enti locali coinvolti e i due consorzi hanno iniziato a cercare, sempre tramite bando pubblico, i cittadini interessati alla proposta”.  Il primo problema da superare è stato quello di individuare un istituto di credito disponibile a erogare i mutui. L’unica banca a rispondere affermativamente è Banca Etica. L’assegnazione prevede un 50% di cittadini comunitari e l’altra metà extracomunitari. “Queste persone dovevano avere certi requisiti: non essere proprietari di case, avere la residenza da 10 anni in Italia o da 5 nelle Marche”. Una volta individuate le persone il cantiere è partito il 20 agosto del 2011. L’obiettivo era di consegnare le case a novembre di quest’anno, ma le tappe sono state bruciate e le palazzine verranno ultimate tra agosto e settembre. A fare la differenza l’incredibile voglia di partecipazione  dei protagonisti. “Nel cantiere lavora un gruppo di esperti, di tecnici che affianca la cooperativa di autocostruttori che si è formata ad hoc.  Ogni giorno è all’opera una squadra di  4/5 muratori. Il tutto è coordinato dall’equipe di mediazione sociale che gestisce i turni. Si lavora dal lunedì al sabato. Ogni nucleo famigliare ha 750 ore totali a testa. Inizialmente il monte ore complessivo per costruire le case era di 900 ore, ma quando ci siamo resi conto che stavamo andando veloci lo abbiamo ridotto”. In uno dei gabbiotti del cantiere ci fanno vedere il programma informatico che coordina il lavoro. Ogni famiglia ha una scheda con le ore effettuate. La quantità del lavoro viene monitorata avendo l’obiettivo finale di 750 ore. Un esempio per tutti a conferma che ci troviamo di fronte ad un progetto dove la solidarietà e la cooperazione sono dominanti. “Alcuni per ragioni di lavoro si sono resi conto strada facendo che non ce la facevano a raggiungere il monte ore stabilito. Allora altri con più tempo a disposizione si sono offerti di coprire il loro “buco”.</p>
<p>Mario Gargiulo del Consorzione ABN Network Sociale di Perugia ripercorre brevemente la storia dell’autocostruzione in Italia e sottolinea l’importanza del progetto senigalliese. “L’autocostruzione nasce tra gli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta. Non fa altro che riprendere una vecchia tradizione visto che nel nostro Paese c’era da sempre la pratica di costruirsi da soli la casa. Naturalmente nelle località periferiche e rurali. Se il ritorno di questa tendenza inizialmente assume i caratteri di una prassi un po’ naif, con le normative sulla sicurezza e l’importanza del fattore energetico cresce la consapevolezza che questi progetti non possono essere affidati alla semplice autogestione”.  Aspetti decisivi dei progetti di autocostruzione sono i tempi e i costi. “Analizzando le esperienze degli ultimi venti anni possiamo verificare come i fallimenti sono dovuti proprio a questi due elementi fondamentali”. Già perché se la casa deve costare un tot ed essere realizzata in una fascia precisa di tempo, se non vengono rispettare queste prerogative il tutto va in fumo. “Noi siamo partiti dal presupposto che questo modello si rivolge a cittadini con determinate caratteristiche. Non hanno la fortuna di avere ereditato case dai genitori, lavorano ma il loro stipendio non gli permette di comprare casa a prezzo di mercato. Dunque si tratta di persone che si possono accollare una rata di mutuo di 500/600 euro, cioè quanto un affitto, per circa 20/30 anni. Questi cittadini devono avere chiaro quanto gli costa e quanto gli dura una operazione del genere, e la banca gli deve cucire un vestito preciso, perché se l’importo sale improvvisamente di diecimila euro il progetto fallisce”.</p>
<p>E l’esperienza di Senigallia ha seguito proprio questi criteri. In questo caso è addirittura il Consorzio che si è preso le responsabilità del contratto e nel caso non avesse funzionato avrebbe pagato una penale di diecimila euro al mese. I risultati si sono visti e le quattro palazzine sono quasi ultimate. In ognuna ci sono tre appartamenti grandi da 116 mq, uno medio da 103 e uno piccolo da 65/68 mq. Per un totale di 20 appartamenti. Sono case costruite in muratura con il vecchio mattone di argilla cotta, non in cemento, un materiale naturale, biosostenibile, ora si chiama poroton, e garantisce un’efficienza energetica all’avanguardia che sarà catalogata nella categoria B, con un protocollo di efficienza ambientale, che nelle Marche si chiama Itaca, di 2.2, quindi uno standard elevato. Il costo finale per l’appartamento più grande è di  138.000 euro. “Sopra di noi – indica con il dito Gargiulo . stanno costruendo della case a 4.000 euro a mq. Quindi una casa come la nostra da 116 mq viene a costare più di 400.000 euro”. Ecco perché non sarà un caso se oltre ai controlli delle Asl e del Gruppo paritetico che hanno verificato il rispetto delle norme, qualche giorno fa il cantiere è stato visitato anche dai carabinieri. “Il motivo è semplice: queste case nella zona stanno facendo il prezzo e dunque è inevitabile che qualcuno vada dal costruttore  e gli chieda perché gli faccia pagare tre volte il prezzo delle nostre case”. Ma chi sono i protagonisti di questa bella storia?</p>
<p>Alcuni li incontriamo girando il cantiere. Giovanni sta portando una carriola con dentro vario materiale. E’ operaio metalmeccanico in una azienda di Senigallia. È sposato e ha un figlio di 8 anni. “Sto vivendo una esperienza bellissima, siamo partiti da un campo e in poco più di otto mesi le case sono in piedi”. Giovanni si alza all’alba e fa il turno in fabbrica dalle 6 alle 14. Poi si toglie la tuta da metalmeccanico e indossa quello da muratore. “Certamente è dura ma so che i sacrifici fatti verranno ripagati. Tra di noi c’è un bel clima e molta fiducia reciproca. Spero che questa possibilità venga data ad altre persone. In fabbrica ne ho parlato e sono un po’ invidiosi”. Ludmilla è una simpatica signora ucraina, in Italia da 9 anni. “Ho letto di questa possibilità su un giornaletto locale, ho vinto, insieme a mio marito e ai figli, le perplessità ed eccomi qui”. Ludmilla, come il marito, fa assistenza agli anziani. “In questi giorni mi sono laureata in infermieristica. Nelle ultime tre settimane non sono venuta perché impegnata con gli studi, ma ora lavorerò tutti i giorni”. Due testimonianze che dimostrano come gli autocostruttori siano pienamente coinvolti.</p>
<p>“C’è una bellissima coesione – conferma Gargiulo – si è creata una comunità sociale pur tra gente molto diversa. Ci sono marocchini, ucraini, iraniani, polacchi, e gli italiani sono in maggior parte anche loro di immigrazione. Così come sono diversi i mestieri  visto che sono presenti operai, artigiani, poliziotti, carabinieri.  Ma ad unirli è non solo il progetto specifico ma la consapevolezza di costruire una comunità. Lavorando a fianco ci si conosce. Costruendo si costruisce socialità. Si mettono  in discussione anche tutte quelle sciocchezze sulla sicurezza. La sicurezza si fa creando relazioni di fiducia, di stima reciproca, di conoscenza tra le persone. Questo sarà un quartiere sicuro ma non perché ci metteremo un presidio di polizia, ma perché gli abitanti hanno creato delle relazioni umane. Quando facciamo le riunioni partecipano tutti i vari membri delle famiglie, mogli,  figli, si sta insieme  e si condivide quello che si sta facendo. Per noi progetti simili hanno l’obiettivo non di fare profitto ma di fare lavoro, cioè di portare a casa occupazione e socialità”. E’ proprio il caso di dirlo: l’altro mondo possibile in costruzione.</p>
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		<title>Il tunnel Tav di Firenze non si può fare</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 16:28:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È ufficiale, nero su bianco, che la terra che verrà scavata dalla “talpa” per il “Passante AV di Firenze” è classificata come rifiuto e quindi non ha un luogo dove essere posta. A dirlo è il Nucleo di Valutazione dell’Impatto Ambientale, un organo della Regione Toscana – una delle istituzioni che più tenacemente ha difeso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/Manu-bandiera-leg.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3954" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/Manu-bandiera-leg-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a>È ufficiale, nero su bianco, che <strong>la terra che verrà scavata dalla “talpa” per il “Passante AV di Firenze” è classificata come rifiuto</strong> e quindi non ha un luogo dove essere posta. A dirlo è il Nucleo di Valutazione dell’Impatto Ambientale, un organo della Regione Toscana – una delle istituzioni che più tenacemente ha difeso l’opera più assurda e stupida pensata per Firenze – che boccia l’ipotesi di poter portare la terra prodotta da “Monnalisa” (è il nome della trivella) nella ex miniera di Santa Barbara, nei comuni di Cavriglia e Figline.</p>
<p><strong>Il Comitato No Tunnel Tav di Firenze ringrazia i consiglieri comunali Ornella De Zordo e Tommaso Grassi per aver fatto emergere il documento che boccia l’ipotesi di “riqualificazione ambientale” da realizzare con rifiuti, chiede con forza rinnovata a tutte le istituzioni toscane e al governo di fermare immediatamente i lavori nei cantieri di Campo Marte e dei Macelli.</strong></p>
<p>In un periodo in cui pare che il debito pubblico sia il male peggiore che attanagli l’Italia, proseguire a buttare ingenti risorse economiche sapendo che<strong> l’opera è irrealizzabile, è politicamente e moralmente indecente</strong>. Se le Ferrovie dello Stato davvero dispongono di risorse che sarebbero state gettate in buchi sotto la città, si inizi subito la riqualificazione della mobilità regionale, si cominci a realizzare un sistema di trasporti, sulle rotaie esistenti, di treni metropolitani e suburbani che possa ovviare anche alla realizzazione di inutili tronchi tranviari.</p>
<p>Il Comitato No Tunnel Tav è anche <strong>sconcertato dal silenzio della Giunta e del Consiglio Regionale</strong> su un documento che non potevano ignorare. Se la distanza tra politica e cittadine/i è abissale questo fatto lo conferma ulteriormente.</p>
<p>Anche i consiglieri Ornella De Zordo e Tommaso Grassi sono intervenuti sulla scandalosa vicenda. “Finora le terre della stazione AV sono state portate a Roma, Piacenza, Piombino, Brescia, Prato e Barberino. <strong>Scopriamo adesso che la Regione Toscana ammette ufficialmente con una delibera di metà aprile (D.R.316 del 23/04712)</strong> che le terre e rocce di scavo derivanti dalla talpa Monna Lisa per la realizzazione del sottoattraversamento del nodo fiorentino dell’Alta Velocità non potranno essere collocate nella cava di Santa Barbara, come invece deciso da RFI.</p>
<p>Nella relazione si dice che “i materiali risultanti dagli scavi per la realizzazione del nodo fiorentino AV per i quali era stata prevista l’utilizzazione nella realizzazione della collina schermo all’interno del progetto di riassetto minerario, risulta utilizzabile, allo stato attuale, solo la parte derivante dai lavori della stazione AV di Firenze, poiché” – continua l’atto – per quanto riguarda “l’altra parte, costituita dai materiali provenienti da scavo con fresa EPB e da una quota non precisata di quelli derivanti dai lavori della stazione AV,<strong> non risulta direttamente utilizzabile</strong>“.</p>
<p>Si evidenzia inoltre che RFI, seppur annunci a breve l’avvio dello scavo con la fresa, non ha ancora individuato soluzioni a Santa barbara per il materiale di scavo, tanto che la Regione ravvisa la necessità che: “Il Proponente individui le modalità per l’eventuale recupero e utilizzo della frazione di materiali provenienti da scavo con fresa EPB, nonché la provenienza, le caratteristiche e le modalità di trasporto del materiale da fonti di approvvigionamento alternative eventualmente individuate, al fine della completa realizzazione del progetto AV del 29.7.2009.”</p>
<p>“<strong>A pochissimi giorni di distanza</strong> da quando, secondo quanto dichiarato dall’Ingegnere Bocchimuzzo di ITALFERR durante l’ultimo sopralluogo delle Commissioni consiliari di Palazzo Vecchio – continuano De Zordo e Grassi -, sarebbe dovuto partire lo scavo con la talpa, si scopre questa importante novità che conferma quanto noi Consiglieri, il comitato e i tecnici di riferimento hanno ripetutamente sostenuto negli ultimi mesi.”</p>
<p>“Con questo atto abbiamo la conferma che l’opera dell’Alta Velocità, oltre che inutile, dannosa, pericolosa, <strong>avrà un aumento non quantificabile nella durata dei lavori e nell’aumento dei costi già eccessivamente elevati</strong>. Confermiamo per l’ennesima volta la nostra più netta e convinta opposizione a questa opera.”</p>
<p>“Infine – concludono De Zordo e Grassi – è interessante apprendere da documentazione ufficiale di RFI come <strong>già adesso i 190.000 metri cubi di terre estratte dal cantiere della Stazione Foster abbiano dovuto attraversare mezza Italia per essere portate negli impianti di Roma, Piacenza, Piombino, Brescia, Prato e Barberino</strong> – dichiarano i due consiglieri – Non vorremmo immaginare cosa succederebbe se dovessimo portare oltre 2,5 milioni di metri cubi, classificabili esclusivamente come rifiuti, derivanti dallo scavo prodotto dalla fresa.”</p>
<p>“Se poi dovesse essere firmato il Decreto ex Prestigiacomo, che trasforma magicamente in semplici terre quelli che ad oggi sono classificati come rifiuti speciali,<strong> ci chiediamo come gli abitanti e il sindaco di Cavriglia possano accettare che nel loro territorio si faccia ‘recupero ambientale’ con più di 2 milioni di metri cubi di rifiuti risanati da un pezzo di carta</strong>.”</p>
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		<title>I veleni in fondo al mare</title>
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		<pubDate>Tue, 01 May 2012 12:27:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di WILLIAM DOMENICHINI Dal sito http://www.informazionesostenibile.info. Era una notte buia e tempestosa. 17 dicembre 2011, mar Tirreno. L’Eurocargo Venezia, un’imbarcazione mercantile della Grimaldi, transita vicino all’isola Gorgona, a circa 23 miglia da Livorno, trasportando fusti pieni di materiale utilizzato nella raffineria siracusana di Priolo e destinati al porto di Genova. Il libeccio infuria fino a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/rosso.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3891" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/rosso.jpg" alt="" width="267" height="178" /></a>di WILLIAM DOMENICHINI</p>
<p>Dal sito http://www.informazionesostenibile.info.</p>
<p>Era una notte buia e tempestosa. 17 dicembre 2011, mar Tirreno. L’Eurocargo Venezia, un’imbarcazione mercantile della Grimaldi, transita vicino all’isola Gorgona, a circa 23 miglia da Livorno, trasportando fusti pieni di materiale utilizzato nella raffineria siracusana di Priolo e destinati al porto di Genova. Il libeccio infuria fino a 130 orari, la nave compie un brusca accostata ed i due semirimorchi che contengono i fusti affondano, portando giù i bidoni che conterrebbero sostanze tossico-nocivo. Una nave cargo transita in un area del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano e perde il suo carico. La vicenda è complessa, a tratti misteriosa, ma  riapre brutalmente il tema del traffico di rifiuti nei nostri mari e dei veleni che vi giacciono.</p>
<p>Iniziamo dal cosa e da quanto. Per una banale proprietà della sottrazione, 224 bidoni sono partiti, 26 sono arrivati, 198 stanno sul fondo del mare. Ma cosa c’è dentro quei fusti? I documenti riferiscono di catalizzatori esausti a base di nichel, vanadio e molibdeno, <em>vulgo</em> sostanze tossiche utilizzate per una delle fasi della raffinazione dell’oro nero, la desolforazione del petrolio. Fatte le debite moltiplicazioni, si ottengono circa 34 tonnellate di sostanze tossiche che si trovano in fusti, non a tenuta stagna, e che rischiano di entrare nella catena alimentare marina. Rifiuti o merci? Non si tratta di lana caprina perché dalla caratterizzazione di ciò che contengono i fusti consegue la responsabilità di chi deve risponderne. Intanto sul fondale tutto giace.</p>
<p>Chi sa e chi dice? La notizia non appare sui media fino al 29 dicembre, in un articolo di cronaca locale che riporta dell’incidente. Solo due giorni prima vengono ufficialmente informate le Guardie Costiere di Vada, Castiglioncello e Cecina e da qui agli enti locali. ARPAT ed Asl 6, ricevono lo stesso giorno la prima informativa scritta nel tardo pomeriggio, per poi comunicarla alla Regione Toscana ed il 9 gennaio 2012 la Regione incontra per la prima volta il ministro dell’ambiente. Ma il giorno stesso dell’incidente un’informativa via fax, indicando 38.000 kg di sostanze classificate pericolose, è ricevuta dai comuni di Livorno e Pisa e solo 4 giorni dopo il fattaccio la capitaneria labronica dichiara che l’armatore della nave cargo è responsabile dell’eliminazione «<em>degli effetti dannosi già prodotti, o potenziali, ed a prevenire il pericolo di ulteriore danno all’ambiente</em>». Intanto sul fondale tutto giace.</p>
<p>Le operazioni di ricerca partono solo il 6 febbraio, per protrarsi nei giorni seguenti in uno stillicidio di notizie, alla ricerca dei bidoni perduti. Ma l’attenzione sui bidoni del cargo Venezia viene subito distolta da un’altra emergenza e la vicenda della nave da crociera Costa Concordia fa più share di banali fusti tossici che potrebbero irrimediabilmente segnare la vita di nostri fondali.Il mistero avvolge storie che riemergono alla memoria, mentre gli oggetti della loro narrazione giacciono ancora sui fondali. Qualcuno si ricorderà che qualche anno fa il pentito Francesco Fonti parlò di scorie sistemate al largo della Spezia e Livorno. Piove sul bagnato, anzi in mare. Eppure negli ultimi 30 anni sono documentati circa 25 incidenti misteriosi, anche se il termine mistero inizia a stare stretto alle dinamiche dei traffici di rifiuti.</p>
<p>Fu un mistero lo spiaggiamento a Cetraro, in Calabria della motonave Jolly Rosso, salpata dal porto della Spezia in condizioni discutibili e con la sua <a href="http://www.informazionesostenibile.info/4895/1541/poeti-avvelenati-storia-di-una-delle-piu-provinciali-province-italiane/">storia di nave dei veleni</a>. Fu un mistero la morte improvvisa del capitano De Grazie che conduceva le indagini sulla quella vicenda. E’ un mistero la sparizione di <a href="http://www.infondoalmar.info/">centinaia di navi con i loro carichi tossico-nocivi nel Mediterraneo</a>. Fu un mistero l’assassinio di <a href="http://www.informazionesostenibile.info/1558/basilicata-il-centro-di-trisaia-di-rotondella-e-il-traffico-dei-rifiuti-tossici-verso-medio-oriente-e-somalia/">Ilaria Alpi e di Milan Hrovatin</a> che stavano indagando sulla pista somala di quei traffici. I misteri avvolgono anche chi invoca Giustizia in un paese, giustizialista, che la nega sistematicamente, tanto alle vittime di stragi quanto al proprio territorio, o mare, stuprato, basti pensare alla sentenza del processo per Pitelli che si è conclusa senza chiarire chi ha messo quei veleni su una collina che sul Golfo dei Poeti.</p>
<p>Affrontare la vicenda dei traffici di rifiuti tossici in termini strettamente ambientali porta ad inseguire l’emergenza, legittima e doverosa, tuttavia una visione parziale ed incompleta della questione. Uno dei nodi irrisolti è sostenuto da una domanda banale: che sistema economico consente tutto questo? I nuovi orizzonti del mercato sono sotto i nostri occhi, in forma di possibili tentativi di rilancio di un modello agonizzante, o se volete artatamente reso tale per consentire e giustificare ogni azione di aiuto e di mantenimento dello status quo, sia in termini di legalità che di illegalità ma il cui filo conduttore è il profitto, ed il valore d’uso diventano le emergenze.</p>
<p>Nonostante la crisi economica, nel 2009 il fatturato delle ecomafie ha raggiunto livelli record, oltrepassando i 20,5 miliardi di euro di “fatturato” attraverso 28.586 reati contro l’ambiente denunciati, quasi 80 al giorno, più di 3 ogni ora, senza tenere conto di quelli che non vengono segnalati alle autorità. Per determinare colpe, responsabilità e relative pene poi, ce ne passa, perché i reati ambientali in Italia sono figli un diritto minore e le leggi, nel paese del “<em>Dei delitti e delle pene</em>” (che, si guardi il caso su stampato per la prima volta a Livorno!) vengono declassate a burocrazia ed incartamenti.</p>
<p>Ne è un caso Pitelli. Quella ferita è stata riaperta dalla sentenza di primo grado del tribunale spezzino che viene emessa il 10 marzo 2011: mentre i 71 imputati nella vicenda si sono persi per strada, tra archiviazioni e prescrizioni, per gli 11 rimasti sul banco «il fatto non sussiste» in una formula dubitativa da codicillo, ma che lascia concretamente senza Giustizia un’intera comunità: assolti. Ma lo scempio di chi ha usato un bene comune come il territorio per fare profitto a scapito della salute della gente è concreto: la storia, le vite spezzate, le malattie non saranno mai cancellate. Intanto sul fondale tutto giace.</p>
<p>Torniamo sul fondo del Tirreno. L’Agenzia per l’ambiente toscano, con una serie di prove, sostiene che il contenuto dei fusti, che peraltro non è stagno, è solubile nell’acqua marina ed altamente tossico per gli organismi viventi. Come non pensare a cosa si pesca nei nostri mari? Alcuni pescatori <a href="http://www.senzasoste.it/locale/un-pescatore-livornese-racconta-il-mare-livornese-e-una-discarica-di-bidoni-tossici">rompono il muro di silenzio</a> ed emerge come la presenza di rifiuti nel mare è ormai ordinarietà. La memoria torna a venti anni fa, quando il petrolio fuoriuscito dalla Haven si riversa nel mare e nei fondali savonesi: nessuno ha mai bonificato. Ancora oggi i pescatori liguri continuano a tirar su reti piene di residui di greggio, nonostante lavorino in aree segnalate come sicure.</p>
<p>Il Pil diminuisce sempre più infelicemente, lo spread aumenta nonostante i professori al governo, nononostante i diktat di troike tecnofinanziocratiche siano diventati leggi a colpi di decreto ed a suon di fiducie parlamentari plebiscitarie. Per rassicurare le agenzie internazionali di rating il governo Monti arrivò ad autorizzare le perforazioni petrolifere in Adriatico, poi fece parzialmente marcia indietro e per aumentare la produzione nazionale di greggio di 20mila barili al giorno (il consumo nazionale è di circa 1,7 milioni al giorno!) ha decretato la petrolizzazione della Basilicata.</p>
<p>Intanto sul fondale tutto giace, o forse <em>in fondo al mare naviga il silenzio, rinchiuso dentro a sfere d’aria. Lo guardo allontanarsi e diventare… l’universo in fondo al mare (”<a href="http://www.youtube.com/watch?v=Lm4Ya0cqpk4" target="_blank">In fondo al mare</a>“, dall’album “Dove sei tu”, di Cristina Donà, 2003).</em></p>
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		<title>La raffineria è un tumore</title>
		<link>http://www.democraziakmzero.org/2012/04/13/la-fraffineria-e-un-tumore/</link>
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		<pubDate>Fri, 13 Apr 2012 14:24:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di SERGIO SINIGAGLIA Nel luglio del 2003 venne stipulata tra Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e l’Agenzia Regionale Sanitaria della Regione Marche una convenzione per uno “Studio di fattibilità per un’indagine epidemiologica” presso la Raffineria Api di Falconara. L’obiettivo era quello di verificare quanto la presenza di uno dei siti più inquinati e pericolosi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/04/raffineria-api-falconara.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3836" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/04/raffineria-api-falconara.jpg" alt="" width="300" height="214" /></a>di SERGIO SINIGAGLIA</p>
<p>Nel luglio del 2003 venne stipulata tra Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e l’Agenzia Regionale Sanitaria della Regione Marche una convenzione per uno “Studio di fattibilità per un’indagine epidemiologica” presso la Raffineria Api di Falconara. L’obiettivo era quello di verificare quanto la presenza di uno dei siti più inquinati e pericolosi della penisola avesse influito sulla salute della popolazione della area interessata.  La ricerca, oltre al comune falconarese, ha coinvolto anche le località di Montemarciano e Chiaravalle. Già nel  2009 lo studio è giunto ad un primo esito. E il responso, seppur parziale, è stato comunque inequivocabile dato che su un campione certamente limitato 531 persone è emerso “un rischio importante, statisticamente significativo nel campione di soggetti (uomini e donne) che per di più di dieci anni hanno svolto occupazioni con una maggiore presenza nelle residenze in vicinanza della Raffineria (si parla di casalinghe, pensionati, non occupati)”. Tra queste persone si è riscontrato un significativo indice di mortalità per tumore del sistema emolinfopoietico.</p>
<p>A tre anni di distanza è stato presentata proprio in questi giorni una seconda versione della ricerca che aggiorna e supera la precedente. Rispetto al campione iniziale sono state ascoltate altre trenta persone della zona interessata.  Si legge nella relazione finale che la  “fase aggiuntiva ha esteso e approfondito l’Indagine e ha contenuto in modo importante gli errori dovuti alla inadeguatezza della partecipazione iniziale allo studio”. In ogni caso  i risultati raggiunti comunque tendono a confermare quelli ottenuti nella Fase Principale”. Da qui la conclusione che “i diversi approcci adottati quando analizzano i gruppi a presumibile più alta esposizione mostrano un gradiente di rischio in aumento avvicinandosi alla Raffineria. Si può assumere che il rischio sia stato particolarmente evidente per i soggetti che avevano domiciliato per più tempo entro 4 km dalla sorgente inquinante”. Da qui si evidenzia un eccesso di rischio di morte per “leucemia e linfoma non Hodgkin patologie relativamente rare”. Nel rapporto si specifica che gli eventi “sono occorsi in un non elevato numero di persone di età avanzata che hanno vissuto per oltre 10 anni in prossimità della Raffineria”. Ma subito si evidenzia che “tali eventi possono essere però anche interpretati come il segno di fatti sanitari importanti che hanno interessato fasce ben più ampie di popolazione”.</p>
<p>La ricerca conclude sottolineando la necessità di “rafforzare gli interventi di sanità pubblica per progressivamente controllare gli effetti ed eliminare i rischi evidenziati dalla Indagine”.</p>
<p>Questo in sintesi l’esito dello studio che è stato presentato nei giorni scorsi a Falconara in un’assemblea pubblica alla quale hanno partecipato 250 cittadini. Un incontro promosso dalle Associazioni ambientaliste locali che, è bene ricordarlo, nel 2004 consegnarono una petizione popolare sottoscritta da 3.500 persone dove si chiedeva con forza la realizzazione di questa ricerca.  Nel corso della serata il Direttore dell’Indagine, Dott. Andrea Micheli  ed il Responsabile del Servizio Epidemiologia Ambientale dell’ARPA Marche, Dott. Mauro Mariottini, rispondendo alla numerose domande dei presenti hanno, tra l’altro, sottolineato come  lo studio abbia evidenziato che “il rischio sia stato particolarmente evidente per i soggetti che avevano domiciliato per più tempo entro i 4 km dalla sorgente inquinante“. In particolare  si sono poi soffermati sulla recente “Nota di Epidemiologia descrittiva (2011)” nella quale &#8211; valutando le Schede di Dimissione Ospedaliera 1996-2009 (ARS) – lo stesso Mariottini ha evidenziato che sono emersi “eccessi di ricoveri per tumore maligno della pleura e leucemie a Falconara”.</p>
<p>In questo scenario la Regione Marche ha deciso, nel luglio del 2011, di dare il via libera per la realizzazione di un rigassificatore, sempre dell’Api, davanti alle coste falconaresi. Chissà, forse la scelta rientra negli interventi relativi alla sanità pubblica di cui parla la ricerca…</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Le autostrade lombarde</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Apr 2012 11:41:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
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		<description><![CDATA[AUTOSTRADE. Nazionali, regionali, in ogni caso a pagamento. Sono queste le infrastrutture destinate ad accompagnare il futuro prossimo venturo della Lombardia e dell&#8217;Italia? Così vogliono in molti. I concessionari, perché chi ha un&#8217;autostrada ha una gallina dalle uova d&#8217;oro. Le Regioni, perché dalle autostrade regionali cola una percentuale di quelle uova d&#8217;oro, utile per lubrificare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a><img class="alignleft size-medium wp-image-3829" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/04/autostrade-300x167.jpg" alt="" width="300" height="167" /></a>AUTOSTRADE. Nazionali, regionali, in ogni caso a pagamento. Sono queste le infrastrutture destinate ad accompagnare il futuro prossimo venturo della Lombardia e dell&#8217;Italia? Così vogliono in molti. I concessionari, perché chi ha un&#8217;autostrada ha una gallina dalle uova d&#8217;oro. Le Regioni, perché dalle autostrade regionali cola una percentuale di quelle uova d&#8217;oro, utile per lubrificare la macchina politica regionale. I comuni, perché facendo un po&#8217; di ammuina riescono ad elemosinare un po&#8217; di compensazioni aggratis. I petrolieri, perché sulle autostrade non si viaggia mica in barca a vela. L&#8217;industria dell&#8217;auto o quello che ne resta, per la stessa ragione. L&#8217;industria delle grandi costruzioni, perché sono pur sempre mega appalti. La &#8216;ndrangheta e le altre famiglie mafiose, perché un pezzo di quella filiera è saldamente in mano loro. I cavatori, perchè serve un gran mucchio di materiali&#8230;</p>
<p>Ma a noi, popolo, nuove autostrade servono? Beh, intanto leggiamo questi dati, per farci un&#8217;idea di quanto ci costano: http://www.altreconomia.it/mailimg/autostrade.html. (l&#8217;articolo completo sul numero di marzo de l&#8217;Altreconomia).</p>
<p><strong>Una notizia. Autostrade regionali: Stralciato, per ora, l’articolo 36</strong> dalla Legge “Misure per la crescita, lo sviluppo e l’occupazione”. No a colate di cemento con la scusa di nuove, inutili, autostrade. “Legambiente esprime grande soddisfazione per lo scampato pericolo. Il Consiglio regionale ha evitato di fare un indebito regalo a banche e grandi operatori speculativi del settore immobiliare, per intrigarli nel business delle autostrade regionali”.</p>
<p>E’ questo il commento dell’associazione ambientalista alla notizia che il voto che si sta svolgendo in merito alla legge Misure per la crescita, lo sviluppo e l’occupazione ha stralciato dal provvedimento l’articolo 36 dalla norma in discussione. “Se questo articolo fosse passato &#8211; dichiara Damiano Di Simine, presidente Legambiente Lombardia &#8211; si sarebbe fornita una assurda legittimazione istituzionale ad investimenti di natura speculativa, a beneficio dei soliti noti e ai danni di enormi estensioni di suoli agricoli”.</p>
<p>L&#8217;articolo di legge, fortemente contestato dall’associazione ambientalista, offriva ai concessionari di future autostrade regionali, come la Broni-Mortara o la Cremona-Mantova, la possibilità di arricchirsi, oltre che con l&#8217;esazione della tariffa autostradale, anche divenendo beneficiari di diritti esclusivi per realizzare investimenti immobiliari nei terreni circostanti le infrastrutture autostradali. Come ulteriore benefit, l&#8217;articolo prevedeva la drastica riduzione delle compensazioni ambientali dovute per mitigare gli effetti delle opere. “Per ora possiamo esultare per lo scampato pericolo, grazie alla battaglia dei Consiglieri in aula, siamo certi che il provvedimento verrà riproposto a breve da Cattaneo in altre forme, ma almeno ora possiamo concentrarci sui punti qualificanti di una legge che deve servire a rilanciare lo sviluppo nella nostra Regione. Vogliamo che il futuro dei lombardi poggi su pilastri di economia vera e sostenibile, e non su speculazioni immobiliari e consumo di suolo”.</p>
<p>Di seguito, la lettera che Legambiente ha inviato a tutti i consiglieri regionali alla vigilia della discussione in aula: &#8220;&#8230; Vi sono molti e fondati motivi per cui tale articolo risulta non pertinente all&#8217;oggetto della norma ed inaccettabile sotto il profilo etico e dei fondamentali economici che giustificano la realizzazione di infrastrutture autostradali. E&#8217; evidente che tale articolo tenta di sanare una situazione che si trascina da decenni e che vede la nostra regione priva di una pianificazione strategica della mobilità, talché le singole opere vengono pianificate e progettate in assenza di una visione complessiva della domanda, di una sua appropriata quantificazione nonché di una qualificazione dei bisogni che dovrebbero motivarne la realizzazione e supportarne i costi: la precarietà e l&#8217;indefinizione contrattuale di tutti i project financing in essere trae origine proprio da tale vistosa carenza, che motiva la prudenza dei player chiamati a sostenere investimenti teoricamente molto redditizi, quali sono le concessioni autostradali.</p>
<p>Tuttavia la soluzione proposta è peggiore del male, nel momento in cui estende alle concessioni di autostrade regionali una facoltà, già, ahinoi, prevista (peraltro senza particolare successo, viste le difficoltà del settore immobiliare) per le opere di interesse nazionale concorrente, consistente nel rendere funzionali alla concessione interventi insediativi, per come previsti dall&#8217;art. 10 l.r. 15/2008, in aree anche esterne al perimetro di concessione. Tradotto, significa che, se un&#8217;autostrada NON si giustifica in termini di domanda d&#8217;uso, allora è facoltà del concessionario prevedere una copertura di costi attraverso qualsivoglia intervento insediativo-immobiliare (la definizione dell&#8217;articolo è sufficientemente generica allo scopo) che garantisca un profitto. In questo modo si fornisce una piena copertura istituzionale a investimenti di natura speculativa impostati sulla generazione di una rendita autoreferenziale all&#8217;opera: le autostrade non sono più un servizio ad un territorio che esprime un bisogno di mobilità, ma divengono assi dorsali di giganteschi progetti immobiliari, con clausola di esclusività a vantaggio del concessionario, che diviene di fatto il principale attore della pianificazione urbanistica lungo l&#8217;intera dorsale interessata dall&#8217;opera, sostituendo potestà e competenze degli enti territoriali. Gli effetti devastanti di una tale facoltà sono facilmente prevedibili per i territori dell&#8217;agricoltura lombarda, in termini di progressione del consumo di suolo ben oltre lo stretto necessario a ospitare il sedime dell&#8217;opera, e di espansione virtualmente illimitata di fenomeni di sprawl insediativo, secondo un modello dissipativo di territorio e risorse che la nostra Regione da tempo non può più permettersi.</p>
<p>A rendere ancora più inaccettabile la norma vi è poi la previsione circa la riduzione degli oneri compensativi ambientali, che devono risultare compresi tra un massimo del 5 e un minimo dell&#8217;1% dei costi complessivi. Premesso che nel resto d&#8217;Europa le compensazioni ambientali sono normalmente parte integrante delle opere, con onere nell&#8217;ordine del 7% mentre in Lombardia tale onere è ordinariamente molto più basso e, normalmente, irrealizzato (poichè le compensazioni ambientali vengono in genere barattate con altri interventi, per nulla ambientali, nella contrattazione con gli enti locali), è vergognoso che in una legge che parla di sviluppo le opere ambientali vengano concepite come un ostacolo, come se il lavoro delle imprese che realizzano compensazioni ambientali valesse meno di quelle che fanno movimento terra o smaltimento (ci si augura lecito) di inerti. Ma illogico e perfino grottesco è il sorprendente principio in virtù del quale la compensazione debba venir computata “in misura inversamente proporzionale all&#8217;intero costo dell&#8217;opera”. Se è del tutto evidente che la prassi dovrebbe essere esattamente opposta, in quanto un&#8217;opera ha impatti maggiori quanto più è grande, questo principio è di fatto un incentivo a fare opere più grandi e costose, a prescindere da qualsiasi considerazione di necessità e appropriatezza al bisogno. Si tratta di un principio che va nella direzione di un’economia speculativa e “superdebitoria”, che non ci sembra corrisponda alle esigenze del momento, e che è stata smentita dalla prassi recente: valga in ciò l&#8217;esempio, ormai riportato anche nei manuali accademici, del fallimento annunciato di Brebemi. Opera con costi attualmente stimati (considerando assieme BreBeMi e TEM, di fatto un unico progetto) in quasi 4 miliardi di euro al netto di tutt&#8217;ora imprecisati oneri finanziari e che, alla sua origine, era stata concepita per risolvere il nodo di traffico della tratta Milano-Bergamo della A4. Ebbene, quel nodo di traffico si è risolto con la realizzazione della 4a corsia tra Milano e Bergamo, un&#8217;opera sicuramente meno costosa della TEM-Brebemi, ma molto più funzionale a risolvere il problema. E Brebemi è rimasta un&#8217;opera orfana di senso, e priva di una aspettativa di rientro economico a causa del venir meno (peraltro annunciato da molti analisti) degli importanti flussi di traffico che avrebbero dovuto derivare dallo shift di tracciato.</p>
<p>Per tutto quanto detto, a nome e per conto di Legambiente Lombardia ma interpretando una sensibilità e un’indignazione sempre più diffusa e incalzante, vi invito fortemente a voler STRALCIARE l&#8217;intero art. 36 della norma in oggetto, approvando una legge che si concentri sugli aspetti qualificanti che pure sono rintracciabili in alcuni articoli del testo, e che indicano come prospettiva di sviluppo quella di un’economia impostata su chiari indirizzi di efficienza nell&#8217;utilizzo delle risorse finanziarie, energetiche, ambientali e territoriali della Lombardia&#8221;.</p>
<p><strong>Appuntamenti</strong></p>
<p><strong>14 aprile</strong> ALTRO SUOLO &#8211; strategie trasversali al consumo di territorio. Bergamo, Sala conferenze Teatro Donizzetti, sabato 14 aprile ore 9.30-13.30</p>
<p>interventi di Elena Carnevali &#8211; Capogruppo PD in Consiglio Comunale, Carlo Salone -Università di Torino, Arturo Lanzani- Politecnico di Milano, Fulvio Adobati &#8211; università di Bergamo Mario Carminati Ordine dottori agronomi e forestali Bergamo Damiano Di Simine Legambiente Lombardia, Paolo Belloni Ordine degli Architetti di Bergamo Valter Andreoli, ANCE Bergamo, Maria Claudia Peretti, Urban Center di Bergamo, Roberto Corti Sindaco del Comune di Desio, Luca Carrara e Silvano Armellini Sindaco e assessore all’Urbanistica del Comune di Albino, Stefano Gamba, Sindaco del Comune di Sorisole, Nicola Eynard  Segretario cittadino PD Bergamo. Organizzazione: Partito Democratico Bergamo.</p>
<p>&#8220;L’iniziativa intende stimolare il dibattito locale sui temi riguardanti le strategie urbanistiche per Bergamo, in una difficile fase di recessione e di necessario ripensamento dei piani di trasformazione della città&#8230;&#8221;.</p>
<p>Leggi tutto su:  http://altrosuolo.wordpress.com</p>
<p><strong>Il 28 maggio prossimo</strong> ci sarà l&#8217;assemblea di Intesa Sanpaolo. Sarà un lunedì (purtroppo) presso la sede di Torino, ci saranno tutti: azionisti, consiglieri, top manager, presenteranno il bilancio e le linee strategiche della banca. Inutile ricordare che il gruppo ha in mano le redini dei finanziamenti non solo delle nuove autostrade lombarde: Tem, Brebemi, Pedemontana, Cremona Mantova, ma anche del terzo valico e di una serie di altre grandi opere in giro per l&#8217;Italia. Intesa E&#8217; la banca delle grandi opere e avrà un ruolo cruciale su questo fronte nei prossimi anni. Volevamo sapere quanti sarebbero disposti a partecipare a un&#8217;iniziativa davanti alla sede torinese, quantomeno per riordarle che investire su quel fronte non è un buon affare.</p>
<p>Chiediamo anche di mettere in comune idee creative su come si potrebbe svolgere una contestazione pacifica, coinvolgente e di impatto mediatico.</p>
<p>Grazie aspetto vostre, <strong>Roberto Cuda</strong> 3402284686</p>
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		<title>Basilicata cioè Messico</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Mar 2012 12:25:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[Basilicata]]></category>
		<category><![CDATA[Territori]]></category>

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		<description><![CDATA[di PAOLO BAFFARI Il Messico rappresenta un paradigma delle conseguenze devastanti delle politiche del nuovo capitalismo coloniale del FMI, della Banca Mondiale e del WTO. Le strategie delle privatizzazioni, liberalizzazioni e degli accordi internazionali mercantili hanno consentito ai poteri finanziari ed economici, in particolare statunitensi e canadesi, di depredare le risorse, le materie prime e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/petrolioM.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3791" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/petrolioM-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>di PAOLO BAFFARI</p>
<p>Il Messico rappresenta un paradigma delle conseguenze devastanti delle politiche del nuovo capitalismo coloniale del FMI, della Banca Mondiale e del WTO. Le strategie delle privatizzazioni, liberalizzazioni e degli accordi internazionali mercantili hanno consentito ai poteri finanziari ed economici, in particolare statunitensi e canadesi, di depredare le risorse, le materie prime e i beni comuni del Messico: dapprima sradicando le comunità locali dalle loro terre, privandole delle loro antiche economie di sussistenza, delle antiche tradizioni, dei rapporti e delle garanzie sociali comunitarie; quindi concentrando milioni di persone in megalopoli disumane come Città del Messico, e trasformando le terre liberate in monocolture industriali, in aree di prelievo di risorse e materie prime, in enormi discariche di rifiuti. Le politiche di crescita economica e di sviluppo imposte dai “nuovi padroni globali” hanno ridotto il Messico a un’immensa discarica di rifiuti, a un’area tra le più inquinate e degradate del mondo, a uno spazio con conflitti sociali esplosivi e con un livello di miseria, disoccupazione e sottoccupazione allarmanti, ma perfettamente funzionali a chi utilizza questa terra come riserva di materie prime, di risorse economiche, di mano d’opera a bassissimo costo (e senza diritti).</p>
<p>Questa è la cornice di civiltà, di progresso e di benessere che la società della crescita e del Pil sta prospettando, osannando a uno sviluppo economico menzognero, che tace sulle esternalità negative che produce: malattie, inquinamento, degrado e disaggregazione sociali, impoverimento delle terre, depredazione dei beni comuni, sottrazione dell’autonomia delle comunità locali, dipendenza dalle banche e dalle multinazionali, perdita della sovranità dei governi e dei popoli, morte della democrazia). Uno sviluppo che è reso possibile solo depredando e distruggendo i beni forniti gratuitamente dagli ecosistemi e dalla madre Terra; usurpando, privatizzando e depredando.</p>
<p>Questa è la cornice rispetto alla quale si sta tentando di sperimentare in Basilicata ciò che, a scala più vasta, è stato già realizzato in Messico, su una terra povera (secondo i parametri economici classici), poco popolata e sottoposta a una storica dominazione, dai Romani ai democristiani, attraverso Borboni, Piemontesi, poteri clerico-massonici, fascisti: sono cambiati i nomi, i volti, i modi, la sostanza è rimasta la stessa.</p>
<p>Da quando negli anni cinquanta il senatore a vita Emilio Colombo favorì l’industrializzazione della Val Basento, con l’arrivo della Liquichimica di Pisticci e dello sfruttamento del gas naturale (il libro di Leonardo Sacco “Il cemento del potere” è illuminante a tal proposito) fino agli anni novanta, quando l’AGIP (ora ENI) cominciò le sue prospezioni geotecniche a tappeto per verificare la presenza e la consistenza di idrocarburi nel terreno, la Basilicata è diventata sempre più vicina al Messico, e alla Nigeria, e a tutte le terre di conquista dei nuovi predoni del XX e XXI secolo.</p>
<p>Oggi questa terra antica è praticamente nelle mani delle multinazionali del petrolio (le principali, ENI e TOTAL), della grande industria (Fiat in primis), delle multinazionali dell’acqua (la peggiore: Coca Cola), delle multinazionali dei rifiuti  e degli inceneritori/centrali a biomasse (tra cui Veolia), delle multinazionali dell’eolico e del fotovoltaico. Anche l’agrobusiness sta facendo il suo ingresso, con la nascita di un fenomeno preoccupante, l’abbandono delle terre da parte degli agricoltori e l’acquisto di vasti appezzamenti da parte delle multinazionali: le strenue lotte dei nostri padri per l’abbattimento del latifondismo e per la ridistribuzione delle terre si sta vanificando di fronte a un nuovo latifondismo, più potente e pericoloso. La Basilicata si sta trasformando in un “laboratorio Messico”: in una riserva di materie prime e risorse energetiche &#8211; soprattutto con il memorandum petrolio e con l’ultimo Decreto Monti che praticamente estendono le perforazioni petrolifere a tutto il territorio regionale &#8211; in un deposito di rifiuti (leciti e illeciti), in un probabile deposito unico di scorie nucleari, in un’area di produzione di energia da nuove fonti (biomasse+cdr, eolico e fotovoltaico selvaggi), in future zone di monocolture industriali (se resterà terra a sufficienza).</p>
<p>Intanto il laboratorio Fiat-Marchionne sta già attuando la repressione dei diritti e la discriminazione dei lavoratori. Il tutto nella più assoluta libertà di manovra e di azione da parte delle multinazionali, che si sono ormai stabilmente insediate in queste terre.</p>
<p>Se una differenza con il Messico sussiste, riguarda l’impossibilità di creare qui una megalopoli, solo perché la densità di popolazione è sempre più rada, ma il massacro urbanistico di Potenza (casualmente iniziato anch’esso all’epoca del dominio di Colombo) e quello che si sta attuando anche a Matera, nella sostanza seguono la medesima logica di massificazione, di costruzione di degrado e disintegrazione sociale, di centralizzazione e concentrazione, di dequalificazione della qualità della vita, a favore di interessi privati (cemento e automobili soprattutto).</p>
<p>Questa terra non ha bisogno di lavoro miserevole, precario e degradante della grande industria, non ha bisogno di inutili e dannose royalties, non ha bisogno di predoni, non ha bisogno di un governo e di una classe dirigente feudali.</p>
<p>Questa terra ha bisogno di legittimare i diritti di natura (la sacralità e l’inviolabilità dei beni, dei patrimoni comuni e dei sistemi viventi che non ci appartengono: acqua, terra, montagne, boschi, colline, paesaggi, coste), di nuove forme di governo costruite sulla democrazia partecipata e sulla responsabilità comune, di reinventare lavoro libero ed economie locali, di autonomia energetica prodotta in maniera pulita e decentrata, di riscoprire la cultura antica della condivisione e dello scambio (di prodotti, di conoscenze, di saperi), di forme sociali di assicurazione collettiva e di auto-organizzazione.</p>
<p>Qualcosa si sta muovendo: è tutto il fervore di attività, azioni e iniziative dei movimenti, delle associazioni, dei comitati e dei gruppi spontanei che sono nati  e si moltiplicano in Basilicata e che si mobilitano a difesa della democrazia, dei diritti al lavoro e alla salute, contro le aggressioni di ogni tipo al territorio, per sperimentare forme di partecipazione, di condivisione e di organizzazione di altre forme di politica, di relazioni, di economia, antagoniste a questo sistema politico tecnocratico, che nasconde ideologie reazionarie e repressive sotto inconfutabili scelte tecniche, e a questo sistema di mercato capitalistico che vuole trasformare tutto in merce (anche la vita) da manipolare, depredare e trasformare in rifiuto: laboratorio Messico o laboratorio di un mondo altro!</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Foglio di via al No Tav di Ancona</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 16:37:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[Marche]]></category>
		<category><![CDATA[Territori]]></category>

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		<description><![CDATA[di SERGIO SINIGAGLIA “Potendosi desumere dalla recidività delle sue condotte orientate finalisticamente alla consumazione di delitti pluriaggravati contro il patrimonio e dalla violazione delle norme che regolano l’ordine pubblico, ciò che gli permette di vivere, almeno in parte, con i proventi di attività delittuose, dalle quali si deve ritenere che tragga i mezzi di sussistenza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/ancona.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3756" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/ancona-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>di SERGIO SINIGAGLIA</p>
<p>“Potendosi desumere dalla recidività delle sue condotte orientate finalisticamente alla consumazione di delitti pluriaggravati contro il patrimonio e dalla violazione delle norme che regolano l’ordine pubblico, ciò che gli permette di vivere, almeno in parte, con i proventi di attività delittuose, dalle quali si deve ritenere che tragga i mezzi di sussistenza considerando che il prevenendo risulta nelle banche dati econometriche avere comunicato nominalmente un reddito imponibile irrisorio&#8221;. Queste le incredibili parole con cui la Questura di Ancona ha notificato ad un militante del Centro Sociale Arvultura un foglio di via che gli impedisce per i prossimi tre anni di mettere piede nel capoluogo regionale.</p>
<p>I fatti risalgono al primo marzo, quando l’Assemblea Permanente Movimenti Marche promosse, come avvenne in diverse città italiane, una manifestazione di solidarietà nei confronti del Movimento No Tav, dando appuntamento alla stazione di Ancona. Un’analoga iniziativa si era tenuta pochi giorni prima senza nessun particolare problema. Ma questa volta le indicazioni erano diverse e appena alcune decine di manifestanti entrarono nell’atrio una carica di agenti in tenuta antisommossa coinvolse i presenti con una buona dose di manganellate. Alcuni giovani rimasero feriti. Tra questi proprio colui che ha ricevuto il foglio di via.</p>
<p>A parte la cosa ridicola di una interdizione nei confronti di chi abita a pochi chilometri dal luogo vietato e dove si reca periodicamente per motivi di lavoro (precario), sono inaccettabili la motivazioni, come spiega chiaramente Paolo Cognini, avvocato del giovane e autorevole rappresentante dei centri sociali marchigiani: “Si tratta di un teorema che vuole l’attività politica come una copertura per svolgere condotte illegali al fine di trarre un profitto privato, dedotto dal reddito irrisorio dichiarato. Il problema è proprio questo: il ragazzo lavora con un contratto a progetto  e questo suo essere precario, condizione comune ad una fetta crescente della popolazione italiana, lo rende potenzialmente un delinquente”. Insomma, ai tempi del Governo Monti-Napolitano essere uno dei tanti lavoratori “flessibili”, è sinonimo di pericolosità sociale.</p>
<p>Se poi pensiamo che il provvedimento a quanto sembra, per fortuna, non impedirà a questa persona di  recarsi ad Ancona per il lavoro che attualmente svolge, è evidente che si tratta di una specie di “confino politico” ad hoc. C’è da chiedersi se dietro un provvedimento così assurdo, visto anche lo svolgimento dei fatti, non ci sia il recente ricambio ai vertici delle Questura e della Digos. Un mutamento di clima che in questi mesi hanno verificato anche la Fiom e i lavoratori del Cantiere Navale se è vero quanto dichiarava alcune settimane fa un dirigente del sindacato dei metalmeccanici quando faceva notare come nell’ultima fase delle manifestazioni operaie si è notata una presenza eccessiva e fuori luogo delle celere.</p>
<p>Il triste revival anni Cinquanta a cui stiamo assistendo, evidentemente, non riguarda solo i rapporti tra impresa e lavoratori…</p>
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		<title>A Comiso trent&#8217;anni dopo</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Mar 2012 14:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[Sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[Territori]]></category>

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		<description><![CDATA[Per Pio La Torre e per un Mediterraneo di pace Il 4 aprile di trenta anni fa oltre centomila siciliani, ma anche tanti, tantissimi giunti da ogni parte d’Europa, sfilarono per le campagne di Comiso, dentro la città per dire no alla costruzione di una base militare che avrebbe dovuto accogliere 112 missili cruise a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/comiso30annidopo.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3705" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/comiso30annidopo.jpg" alt="" width="275" height="183" /></a><strong>Per Pio La Torre e per un Mediterraneo di pace</strong></p>
<p>Il 4 aprile di trenta anni fa oltre centomila siciliani, ma anche tanti, tantissimi giunti da ogni parte d’Europa, sfilarono per le campagne di Comiso, dentro la città per dire no alla costruzione di una base militare che avrebbe dovuto accogliere 112 missili cruise a testata nucleare.</p>
<p>Erano parte di un poderoso movimento europeo che per un decennio, in un continente diviso dal muro di Berlino e minacciato dalla guerra atomica, combattè per liberare il mondo dal dominio delle superpotenze di allora, Stati Uniti e Unione Sovietica, convinto della necessità di un’Europa “senza missili dall’Atlantico agli Urali”, in cui solo la pace e la distensione &#8211; e non il riarmo &#8211; avrebbero facilitato i processi di democratizzazione nell’Est Europeo.I missili a Comiso indicavano che il nuovo fronte del conflitto si stava spostando nel Mediterraneo: il nuovo nemico del nord era ormai il sud, come la storia degli anni successivi ha poi dimostrato.</p>
<p>Alla testa e al fianco di quel corteo colorato, alla guida di quel movimento straordinario fatto di donne e uomini di culture ed esperienze diverse, di tante ragazze e ragazzi che si affacciavano per la prima volta alla politica stava un uomo che più di ogni altro aveva intuito come la lotta e l’impegno per la pace, contro la militarizzazione della Sicilia si intrecciava a filo doppio con un impegno più antico, quello antimafia, per la democrazia, per la legalità. Quell’uomo, Pio La Torre, poche settimane dopo quella straordinaria giornata, il 30 di aprile del 1982, veniva assassinato a Palermo, assieme a Rosario Di Salvo. Assassinato dalla mafia, che da tempo lo aveva individuato come nemico principale per l’attacco da lui sferrato ai patrimoni economici dei mafiosi, e che ora voleva mano libera nelle speculazioni edilizie promesse dal grande insediamento che si stava progettando attorno alla base militare.</p>
<p>Pio La Torre e quello straordinario movimento contrapponevano all’idea di Sicilia come portaerei e avamposto armato nel Mediterraneo, quella di piattaforma di pace e dialogo, di terra capace di valorizzare le proprie risorse locali, agricole e culturali innanzitutto.</p>
<p>Oggi la base nucleare di Comiso non c’è più. E neppure il Muro di Berlino. Il mondo è cambiato. Ma le parole d’ordine di quella giornata, le rivendicazioni di quel movimento, le ansie e le preoccupazioni che Pio La Torre esprimeva mantengono inalterata la loro validità.</p>
<p>Nel pianeta c&#8217;è il più alto tasso di ineguaglianza mai raggiunto. Aumenta lo sfruttamento degli esseri umani, della natura e dei beni comuni. Nella crisi globale di sistema, l&#8217;Europa declina e cede al mercato i diritti, la democrazia, la sua unità e i suoi popoli.</p>
<p>Il Mediterraneo in questi anni è stato molto lontano dal diventare il mare di pace sognato e rivendicato da chi si mobilitava in quei giorni.<br />
Sempre più spesso i riflessi delle sue acque si sono colorati delle tinte drammatiche delle guerre che hanno devastato gran parte delle sue coste, a tutte le sue latitudini: da quelle adriatiche (attraverso le quali esattamente 20 anni fa la guerra arrivava a Sarajevo) alle coste del medio oriente o a quelle della Libia fino a pochi giorni fa. O la guerra non dichiarata che si è estesa dal Mar Egeo fino allo stretto di Gibilterra contro chi fugge dal proprio paese alla ricerca di una speranza, di un futuro diverso verso un’Europa ogni giorno più rapace ed egoista.</p>
<p>Sul Mediterraneo sognato, pensato, voluto come mare di pace si è levato il lezzo insopportabile delle stragi, delle bombe, degli egoismi dei paesi ricchi della sponda europea capace anche di cancellare il profumo dei gelsomini della primavera araba.</p>
<p>Oggi più che mai, avvertiamo la necessità di tornare, a Comiso, dopo trenta anni, nel nome di Pio La Torre, per:<br />
- riaffermare un impegno e una volontà di pace<br />
- sconfiggere le ipocrisie di chi da una parte dice di voler sostenere l’ansia di libertà dei popoli arabi e che poi in realtà utilizza le bombe anche contro civili inermi per assicurarsi il controllo delle fonti di approvvigionamento energetico<br />
- denunciare la continua militarizzazione del nostro territorio (da Trapani a Lampedusa, da Sigonella a Niscemi, attraverso i Global Hawk e il MUOS), lo sfruttamento e la distruzione del mare, delle coste, del territorio<br />
- sconfiggere chi pensa al Mediterraneo solamente come un unico immenso mercato dentro il quale solo le merci hanno diritto a muoversi e chi ha voluto blindare le nostre frontiere, trasformando porzioni della nostra isola in lager dove tenere reclusi, privi di ogni diritto, migliaia di persone<br />
- un sostegno attivo e vero a sostegno delle società civili democratiche mediterranee<br />
- una comunità mediterranea dei diritti, per uscire insieme dalla crisi economica e sociale<br />
- rilanciare l’impegno contro le mafie, per la democrazia e la libertà</p>
<p>Promuovono :<br />
Arci, Anpi, AICS, Auser, Arciragazzi, Banca Popolare Etica, Centro Pio La Torre, Cepes, CGIL, Cresm, Centro Studi “G. Dossetti”, Erripa “A. Grandi”, Legambiente, Libera, Pax Christi, Rete degli Studenti Medi, Terrelibere.org</p>
<p>Per adesioni inviare una mail a : <a href="mailto:comiso4aprile@gmail.com" target="_blank">comiso4aprile@gmail.com</a><br />
su Facebook “4 aprile 2012. A Comiso, 30 anni dopo”<br />
<a href="http://www.facebook.com/events/127181990744954" target="_blank">http://www.facebook.com/events/127181990744954</a></p>
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		<title>Ascoltateli! Digiuno per la Valsusa</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Mar 2012 16:40:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[Piemonte]]></category>
		<category><![CDATA[Territori]]></category>
		<category><![CDATA[No Tav]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 17 marzo 2012 inizierà a Torino un digiuno pubblico a staffetta. Ascoltateli! chiede di aprire una discussione pubblica trasparente e approfondita, in primo luogo tecnica, condotta sotto lo sguardo attento della società civile, della rete e dei mass-media, a proposito del controverso progetto per la linea ad alta velocità in Val di Susa (TAV). [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/01_venaria._no_tav_autogestione.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3686" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/01_venaria._no_tav_autogestione-300x230.jpg" alt="" width="300" height="230" /></a>Il 17 marzo 2012 inizierà a Torino un digiuno pubblico a staffetta. Ascoltateli! chiede di aprire una discussione pubblica trasparente e approfondita, in primo luogo tecnica, condotta sotto lo sguardo attento della società civile, della rete e dei mass-media, a proposito del controverso progetto per la linea ad alta velocità in Val di Susa (TAV).</p>
<div>Ascoltateli! è un appello in favore di tutti e tutte coloro che hanno in vari modi chiesto di riconsiderare quest’opera nel quadro delle priorità italiane ed europee. È un appello, non solo per l’ascolto dei valsusini, ma di tutti gli esperti che hanno formulato critiche valide e che hanno il diritto di essere presi in considerazione. Ascoltateli! si riferisce alle ragioni che rischiano di non essere considerate. Ascoltateli! fa appello ai cittadini, ai politici, ma anche ai ricercatori italiani di Economia dei Trasporti, agli analisti economici e finanziari perché possa essere fatta luce sul valore reale del TAV in Val di Susa per l’economia del paese. L’appello si rivolge infine a coloro che nelle istituzioni hanno compiti decisionali e sono disponibili a un dialogo aperto, profondo, per giungere a una soluzione condivisa che tenga conto di tutti gli obiettivi legittimi di ciascuna parte in conflitto.</div>
<div>Chiediamo che per le opere pubbliche si inauguri una pratica di trasparenza, che vengano valutate le priorità secondo una procedura comparata e che queste valutazioni vengano prodotte ed esposte all’opinione pubblica prima che le spese diventino legge e non l’inverso. A venti anni dall’approvazione infatti non è stato presentato alcun piano finanziario per i cantieri in Val di Susa.</div>
<div><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/ascoltateli-150x1501.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3687" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/ascoltateli-150x1501.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>L’idea di praticare un digiuno pubblico collettivo è nata presso il Centro Studi Sereno Regis, luogo di studio, ricerca e azione per la nonviolenza e la pace. Abbiamo scelto il digiuno perché è una forma forte di lotta nonviolenta, un’esperienza di approfondimento individuale e collettiva, di apertura verso tutti e tutte coloro che sono disponibili al dialogo. Il nostro digiuno sarà pubblico: vogliamo impegnarci nel nostro appello con la massima serietà e trasparenza. Digiuneremo collettivamente e a staffetta con turni di 24, 48, 72 ore o anche di più, secondo la preparazione, la disponibilità e la forza di ciascuno, costituendo un gruppo di persone che garantiranno la continuità dell’impegno.</div>
<div>Ascoltateli! chiede a tutti i cittadini affamati di verità e democrazia di nutrire con il loro sostegno questo digiuno pubblico collettivo.</div>
<div>Torino, 10 marzo 2012</div>
<div>Primi firmatari: Diego Acampora, Edoardo Acotto, Anna Balbiano, Paola Balestra, Fabio Balocco, Vittorio Bertola, Guglielmo Bertolina, Fabrizio Biolé, Juri Bossuto, Dario Cambiano, Giulietto Chiesa, Murat Cinar, Laura Coppo, Turi Cordaro (Salvatore Vaccaro), Mariateresa Crosta, Michele Curto, Angelo D’Orsi, Tonino De Bernardi, Angela Dogliotti, Alessandra Ercole, Umberto Forno, Cristiana Gastaldo, Jelle Gerbrandy, Paolo Hutter, Tony Manigrasso, Brunello Mantelli, Beppe Marasso, Luisa Martini, Ugo Mattei, Luca Mercalli, Paolo Miletto, Mariella Navale, Renata Novallet, Maurizio Pallante, Angela Nasso, Emanuele Negro, Viviana Patti, Gigi Richetto, Matteo Saccani, Giovanni Salio, Susanna Schimperna, Javier Scordato, Claudio Serra, Gabriella Silvestrini, Martina Tarantola, Alessandra Terni, Alessandro Valente, Gianni Vattimo, Guido Viale, Isabella Zanotti, Massimo Zucchetti, Centro Studi Sereno Regis, Cattolici per la vita della Valle, Comunità Montana Valle di Susa, Sinistra Ecologia e Libertà Torino, Movimento 5 Stelle Torino, Rifondazione Comunista Torino, Partito Umanista, Gli Altri, Alternativa Politica, Associazione Lab2031, Glob011.</div>
<div>Per informazioni e adesioni: <a href="mailto:adesioni@ascoltateli.org" target="_blank">adesioni@ascoltateli.org</a> – <a href="http://www.ascoltateli.org/" target="_blank">www.ascoltateli.org</a></div>
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		<title>Acqua. Denunciati 57 sindaci toscani</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Mar 2012 14:04:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[Territori]]></category>
		<category><![CDATA[Toscana]]></category>
		<category><![CDATA[acqua]]></category>

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		<description><![CDATA[DENUNCIATI AL TAR della Toscana i 57 Sindaci dell&#8217;ex Ato 2 Toscano Basso Valdarno per le delibere del 6 dicembre scorso che in modo illegale riproponevano, nella tariffa fino al 2021, la remunerazione del capitale investito appena cancellata dal voto referendario di 26 milioni di cittadini/e italiani che si erano espressi sul secondo quesito. Denunciati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/acqua220pubblica_42.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3637" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/acqua220pubblica_42-300x178.jpg" alt="" width="300" height="178" /></a>DENUNCIATI AL TAR della Toscana i 57 Sindaci dell&#8217;ex Ato 2 Toscano Basso Valdarno per le delibere del 6 dicembre scorso che in modo illegale riproponevano, nella tariffa fino al 2021, la remunerazione del capitale investito appena cancellata dal voto referendario di 26 milioni di cittadini/e italiani che si erano espressi sul secondo quesito.</p>
<div>
<div>Denunciati anche per il prolungamento altrettanto illegale della concessione di 5 anni al gestore Acque SpA, calpestando per l&#8217;occasione anche la democrazia referendaria del primo quesito.</div>
</div>
<div>
<p><strong>Giovedì 8 marzo 2012 alle 12.00, a San Miniato Basso via F. Aporti, largo Malaguzzi 1, davanti alla sede dell&#8217;ex ATO2 Basso Valdarno</strong> ora commissariato, vi illustreremo con la presenza dei legali dello studio Capialbi-Dettori, i 5 punti ritenuti illegali delle delibere 12, 13 e 14 del 6 dicembre 2011 dell&#8217;assemblea consortile rappresentata dai 57 sindaci.</p>
<div>La nostra denuncia al Tribunale Amministrativo Regionale arriva dopo la lettera del ministro dell&#8217;ambiente Clini che ricorda al presidente della regione Toscana di adoperarsi per l&#8217;applicazione effettiva del referendum visto che la nuova legge regionale ha trasformato i 6 Ambiti Territoriali Ottimali Toscani in un unico Ambito Idrico Toscano regionale.</div>
</div>
<div></div>
<div style="text-align: left" align="CENTER"><strong>Il Forum Toscano dei movimenti per l&#8217;acqua ATO2</strong></div>
<div align="CENTER"></div>
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