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	<title>Democrazia Km Zero &#187; La crisi dell&#8217;economia</title>
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	<description>Rinnoviamo insieme la democrazia dal basso</description>
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		<title>Il potere fuori misura</title>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 09:18:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[La crisi dell'economia]]></category>

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		<description><![CDATA[di PAOLO CACCIARI La casa editrice universitaria udinese Forum ha pubblicato l’ultimo numero della pluripremiata rivista multiverso dedicato al tema della misura. Sotto la guida dei curatori Luigi Guadino e Mauro Pascolini, venticinque autori affrontano la questione da più punti di vista: filosofico, scientifico, storico-sociale, letterario e artistico. “Quale misura per il presente?” è stato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/pollution.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3941" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/pollution-300x228.jpg" alt="" width="300" height="228" /></a>di PAOLO CACCIARI</p>
<p>La casa editrice universitaria udinese Forum ha pubblicato l’ultimo numero della pluripremiata rivista <em>multiverso </em>dedicato al tema della misura. Sotto la guida dei curatori Luigi Guadino e Mauro Pascolini, venticinque autori affrontano la questione da più punti di vista: filosofico, scientifico, storico-sociale, letterario e artistico. “Quale misura per il presente?” è stato anche il titolo dell’incontro di apertura dell’ottava edizione di “Vicino lontano” che si è tenuta a Udine la scorsa settimana. Impossibile dare conto della ricchezza e profondità dei contributi. Dirò quindi solo l’opinione che me ne sono fatta io.</p>
<p>E’ fuori di ogni dubbio che la società contemporanea si trova esattamente nella posizione descritta da Sofocle nell’Edipo: “Chi vive oltre il limite giusto e la misura perde la mente ed è in palese stoltezza”. Ogni obiettiva osservazione scientifica ci dice che le attività antropiche hanno superato la <em>carring capacity</em> del pianeta. La nostra specie, per meglio dire, i gruppi di individui <em>dell’homo sapiens </em>dominanti (più precisamente ancora: quel 20% della popolazione al vertice della piramide sociale che ha il potere di consumare l’80% delle risorse naturali disponibili) si stanno comportando da predatori infestanti mettendo a serio rischio la vita loro e del pianeta. La domanda allora che gli scienziati di ogni disciplina si dovrebbero porre è: com’è potuto accadere?  Non mancano certo gli strumenti e i sistemi di misurazione della realtà e le capacità previsionali. Al contrario, per paradosso, la causa della “dismisura”, dell’hybris, è dovuta ad un eccesso di misurazioni. Come se acquisire conoscenze sul funzionamento dei processi vitali fisici e bio-geo-chimici della Terra costituisca una patente ad una loro utilizzazione illimitata e alla fine distruttiva.</p>
<p>Temo che con la rivoluzione scientifica moderna (da Bacone, Galilei e Cartesio, per intenderci) l’umanità abbia preso un colossale abbaglio credendo che conoscere sia sinonimo di prendere e disporre a piacimento, sia caduta nell’illusione di possedere le chiavi dell’universo. Ha scritto Edgard Morin nel suo ultimo splendido <em>La via</em>: “ad accecarci non è solo la nostra ignoranza, è anche la nostra conoscenza”. Come se riuscire a “scoprire”, misurare, separare, sezionare, classificare, ordinare, quotare, contare, de-marcare… la natura in tanti “pezzetti” ci autorizzasse a farne ciò che ci viene più immediatamente comodo. Si chiama riduzionismo scientifico al servizio dell’utilitarismo economico. Il processo scientifico stesso è stato inserito in una filiera il cui fine ultimo è la massimizzazione dello sfruttamento della natura. “L’immaginario della modernità – ha scritto Cornelius Castroriadis – è costituito dal dominio razionale assoluto, dal predominio dell’economico come valore esclusivo, unico, dal quantificabile”. E’ la dimensione tecno-economica a prevalere su tutto.</p>
<p>A ben vedere non sono gli scienziati i sé il pericolo per il genere umano e la natura, ma il sistema giuridico-economico-sociale che li tiene in pugno attraverso l’appropriazione, proprietarizzazione, mercificazione dei ritrovati tecnologici della scienza ad esclusivo beneficio della redditività dei capitali investiti nella “ricerca” da trasformare il più rapidamente possibile in “innovazioni” tecnologiche da spendere sul mercato.</p>
<p>Per troppi secoli siamo stati chini a studiare dati analitici della realtà e abbiamo perso di vista la visione d’insieme, organica e olistica del pianeta. Peccato che non sia possibile dare un valore numerico a tutto e che ciò che conta davvero nei cicli vitali siano le inter-retro-azioni spesso casuali, sempre variabili e complesse, tra le parti e con il contesto. Tutto si tiene, tutto è utile alla riproduzione della vita.</p>
<p>Per capire il funzionamento degli organismi complessi, serve soprattutto una capacità cognitiva allargata, servono approcci non solo analitici, ma sistemici, ecologici, estetici e persino empatici, spirituali, metafisici. Per entrare in relazione con la natura bisogna usare tutte le parti del cervello e del corpo e del cuore. Serve quella “sintesi leonardiana” tra “conoscenza e amore”, come ci avverte Fritjof Capra (<em>La scienza universale. Arte e natura nel genio di Leonardo</em>, Bur, 2007) che richiede “una scienza che sappia riconosce, onorare e rispettare l’unità di tutta la vita”. Esattamente il contrario dell’ossessione specialistica e del feudalesimo disciplinare che sono le malattie mortali delle accademie scientifiche. Il tutto non è mai la somma delle singole parti; vi è “un di più” sia nella natura che nel carattere umano che sfugge alla logica del “calcolo scientifico”. L’essenza della vita non è misurabile; la natura non è solo flora, fauna, mondo organico ed inorganico, ma il principio stesso che ne determina la generazione e il movimento, cioè la sua manifestazione (Edoardo Zarelli). Vi è un “altro ordine” delle cose che è fuori dalla disponibilità umana, che risponde a codici non utilitaristici. <em>Ecosystem services</em> e creatività umana non hanno equivalenti, non sono sostituibili e non sono riproducibili artificialmente. Sono beni e servizi che vanno trattati con cura, preservati, rigenerati continuamente. Sono il fine stesso della cooperazione sociale, non mezzi da sacrificare nei cicli economici della produzione del valore economico.</p>
<p>Insomma non è proprio vero che ciò che non si può misurare non esiste. Vi sono valori fondamentali per la vita che sono incommensurabili: le emozioni, i sentimenti, la bellezza, l’amicizia, la fiducia, l’amore, la felicità. Valori che non si trovano sugli scaffali del supermercato, e di cui pure qualche scienziato si dovrebbe incominciare a preoccupare considerando che le loro “scoperte” non sembrano aumentare né il benessere, né la felicità delle persone.</p>
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		<title>L&#8217;ecocapitalismo di Rio</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 08:35:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[La crisi dell'economia]]></category>

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		<description><![CDATA[di PAOLO CACCIARI Dopo vent’anni dall&#8217;Earth Summit dal 1992, quaranta dal primo vertice di Stoccolma dell’Onu, dieci da quello di Johannesburg,  il prossimo giugno, a Rio de Janeiro, si riuniranno di nuovo al capezzale della Terra i rappresentanti dell’umanità: quelli ufficiali, o, per meglio dire, ciò che è rimasto dei governi delle nazioni e delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/04/rio20_logo11.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3874" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/04/rio20_logo11-300x155.jpg" alt="" width="300" height="155" /></a>di PAOLO CACCIARI</p>
<p>Dopo vent’anni dall&#8217;Earth Summit dal 1992, quaranta dal primo vertice di Stoccolma dell’Onu, dieci da quello di Johannesburg,  il prossimo giugno, a Rio de Janeiro, si riuniranno di nuovo al capezzale della Terra i rappresentanti dell’umanità: quelli ufficiali, o, per meglio dire, ciò che è rimasto dei governi delle nazioni e delle agenzie dell’Onu; quelli  che operano nell’ombra, ma che sono sempre più potenti, delle imprese multinazionali che con le loro decisioni determinano le modalità reali di prelievo e di utilizzazione delle risorse naturali; infine quelli rumorosi della moltitudine irrequieta formata dalle organizzazioni non governative, dalle associazioni ambientaliste, dai movimenti dell’agricoltura contadina, dalle popolazioni indigene e dagli “indignados” che daranno vita a vari contro-vertici e all’incontro dei popoli per la giustizia ambientale e sociale, in Italia, aggregati nella rete Rigas (<a href="http://www.rereambientalesociale.org/">www.reteambientalesociale.org</a>).</p>
<p>Da qui a giugno saremo sommersi da un mare di retorica. I documenti governativi ripeteranno stancamente le formule magiche dello “sviluppo sostenibile”, dell’integrazione tra economia e ambiente, dell’eradicazione della povertà tramite la diffusione della crescita economica, del “pieno sviluppo umano” e della “protezione della vita che supporta la nostra casa comune, il nostro pianeta condiviso” (dal documento preparatorio). Insomma, la riproposizione senza vergogna degli obiettivi già contenuti in un lunghissimo elenco di principi, dichiarazioni, protocolli, agende, programmi e azioni solennemente sottoscritti nei decenni passati e invariabilmente disattesi.</p>
<p>Di nuovo verranno ricordati i disastri ambientali in corso: cambiamenti climatici; perdita di biodiversità e della forestazione; desertificazione e perdita di fertilità del suolo; abbandono delle montagne; inquinamenti chimici e da rifiuti; surriscaldamento, inquinamento, acidificazione degli oceani, e così via. Da qui la perdita per centinaia di milioni di donne e uomini della sicurezza alimentare, dell’accesso all’acqua e all’energia e del loro forzato inurbamento nelle periferie delle megalopoli. Di nuovo scienziati onesti evidenzieranno che i processi produttivi industriali in atto sono incompatibili con la preservazione dei cicli riproduttivi naturali. Di nuovo economisti obiettivi dimostreranno che nel lungo termine i costi non desiderati del sistema supereranno i benefici economici immediati. Di nuovo politici di buona volontà invocheranno necessarie inversioni di rotta per evitare nuove catastrofi umane e naturali.</p>
<p>La ragione per cui non cambierà nulla, non è nuova: continuare a fare affidamento alle capacità riequilibratrici del mercato, non staccarsi dalle logiche e dai meccanismi del <em>market system</em>, che è come affidare l’Avis a Dracula. La strada della riconversione bio-climatica degli apparati energetici e industriali, la de-carbonizzazione dei sistemi produttivi, la dematerializzazione dei consumi, le “smart cities”, la <em>green tecnology</em>, i <em>green jobs</em>, la <em>green</em>, la <em>blue</em>, la <em>rainbow economy</em>, la terza, quarta, quinta… rivoluzione industriale a venire e il “Global New Deal” verde delle campagne elettorali obaniane, sono i sentieri giusti da percorrere. Peccato che finiscano immancabilmente per scomparire dentro il bosco di rovi del sistema delle società di capitale. L’errore mortale sta nell’idea che sia possibile “incorporare i principi della sostenibilità nei modelli delle imprese e delle banche”, che sia possibile un “capitalismo secondo natura”, una “finanza etica”, persino un’economia di mercato “dal volto umano”. La pretesa di “salvare il pianeta e di guadagnarci sopra” è  davvero un eccesso di ipocrisia. Lo “sviluppo sostenibile” è un ossimoro.</p>
<p>C’era già scritto tutto in un bel libro di Rita Madotto, uscito da Data News l’indomani del fallimento del primo vertice di Rio: “<em>Ecocapitalismo. L’ambiente come grande business</em>”. “Quello che appare chiaro sin da oggi  (siamo nel 1992 e si affacciano al governo degli Stati Uniti Clinton e Alan Gore. Ndr) è un uso della spesa ambientale in funzione anticiclica, un antidoto alla recessione, che nella filosofia di fondo non intacca il meccanismo principale dell’economia capitalistica”. E ancora, riprendendo James O’Connor: “Quale che sia il grado di ‘verde’ dei beni di consumo, esiste nel capitalismo una tendenza intrinseca alla crescita del consumo di merci, con tutti gli inevitabili effetti collaterali”. L’economia di mercato ha bisogno di aumentare il rendimento dei capitali investiti, di aumentare costantemente gli utili e i profitti. E questi si possono realizzare solo aumentando costantemente il volume delle merci prodotte e vendute. Il capitalismo si fonda sulla crescita, il credito, il consumo. E’ questo suo essere a renderlo strutturalmente incompatibile con la preservazione della natura e con l’equità sociale.</p>
<p>A questo “inconveniente” dovrebbe rispondere la <em>green economy</em>. Il nuovo mito si chiama “de-coupling”: sganciare l’aumento del Pil dall’impiego crescente di flussi di energia e di materia nei cicli produttivi; dematerializzare la produzione di plusvalore. La Germania, ad esempio, ha un piano energetico che prevede la de-carbonizzazione delle emissioni in quaranta anni. Peccato che i tedeschi conteggino come se fossero loro anche il sole catturato negli impianti del Sahara (Desertec) e l’olio di palma importato dalle Filippine. Mentre non conteggiano né il carbonio, né il lavoro schiavo contenuto nelle merci prodotte in Cina, in India, in Turchia… ma consumate in Germania. In un contesto di libero mercato, le nuove tecnologie apportano un indubbio vantaggio competitivo per chi le possiede, ma non all’ambiente. Così come è successo per il mercato dei permessi di inquinamento.</p>
<p>Gli unici modelli economici realmente sostenibili sono quelli “not for maney”, quelli che riescono a soddisfare i bisogni facendo affidamento solo a ciò che si ha a disposizione (bioregioni, cicli corti, riciclo integrale, zero emissioni e rifiuti, ), stando attenti a non depauperare risorse non rinnovabili e a usare lavoro altrui non equamente remunerato. Ciò che manca non è la <em>green economy</em>, ma una società ecologica<em>.</em></p>
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		<title>Ora la decrescita è infelice</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Apr 2012 11:08:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[La crisi dell'economia]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><a><img class="alignleft size-medium wp-image-3820" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/04/crisi-economica_sei-libri-per-capire-large-300x180.jpg" alt="" width="300" height="180" /></a></p>
<p>di TONINO PERNA</p>
<p>Dal manifesto dell’8 aprile 2012</p>
<p>Ho firmato l&#8217;Appello per un nuovo soggetto politico per diversi motivi. Il primo è che questo Appello rompe una situazione stagnante e deprimente in cui è caduto il dibattito politico a sinistra, prima e dopo il governo Berlusconi. Il secondo è che rappresenta un tentativo prezioso di mettere insieme tante persone, compagni ed amici, che sono da anni impegnati nelle lotte per i diritti sociali e per una democrazia reale e che si mettono in cammino tentando di riempire un vuoto, che sta per trasformarsi in baratro, tra cittadini ed istituzioni. Il terzo è che i principi fondanti &#8211; una democrazia più diretta e partecipativa e la difesa dei Beni Comuni- rappresentano dei valori emersi in questi ultimi decenni nelle lotte delle popolazioni di tutto il mondo contro la rapina di risorse e la distruzione del proprio habitat. Ma, se usciamo dalla grotta platonica del &#8220;mondo delle idee&#8221; e ci confrontiamo con la vita quotidiana dei non addetti ai lavori, allora scopriamo i punti deboli di questo appello e le domande pressanti che emergono dalla società.</p>
<p>Ho provato a spiegare il senso di questo appello al compagno giornalaio, alla donna che gestisce un forno-pasticceria, ai miei studenti. Nessuno mette in discussione questi principi, ma tutti si domandano: ma come usciamo da questa crisi che ci sta devastando? Come trovo un lavoro dopo la laurea, come mando avanti questa pasticceria se la gente non ha più soldi, come faccio a continuare a vendere giornali se la gente non ha i soldi per mangiare? Il cameriere del bar sotto casa: «Tutte chiacchiere professore&#8230; i partiti sono tutti uguali! L&#8217;unica cosa che possiamo fare è cercare ognuno di salvarci&#8230;» Cerchiamo di approfondire la questione. La maggioranza della popolazione, in tutta Europa, ha preso coscienza del fatto che i governi europei tentano di salvare le banche mentre affossano pensionati e lavoratori, i loro diritti ed il loro tenore di vita. Non c&#8217;è mai stata una critica così diffusa di questo modello sociale. Persino i principali mass media diffondono da un paio di anni dati sempre più allarmanti sulla polarizzazione sociale, sui ricchi che diventano ricchissimi e sui poveri che finiscono in miseria ed il ceto medio in via di proletarizzazione. La situazione diventa ogni giorno più insostenibile, la rabbia aumenta insieme alla paura, ma non genera una risposta collettiva. Ogni singolo soggetto sociale attaccato si difende per come può. Gli operai Fiom di Pomigliano , gli insegnanti precari messi fuori dal decreto Gelmini, il personale medico e paramedico dei piccoli ospedali che chiudono, le operaie dell&#8217;Omsa e di tante altre fabbriche, per non parlare dei suicidi che si moltiplicano come mai era successo in questo paese. Basta dire «noi siamo diversi», vogliamo un nuovo soggetto politico non verticistico, non leaderistico, ma fondato sulla partecipazione popolare ed i beni comuni?</p>
<p>Il caso del movimento No Tav è esemplare. La partecipazione popolare alla lotta è ampia e di lungo periodo, ed il territorio &#8211; inteso come ambiente naturale ed insieme di relazioni sociali &#8211; è vissuto proprio come un bene comune. Malgrado la solidarietà della Fiom e di altri movimenti di difesa del territorio, nonché di un&#8217; ampia schiera di intellettuali e tecnici, il governo Monti va avanti con la repressione dei manifestanti ed il sostegno della gran parte delle forze politiche presenti in Parlamento. Le poche forze politiche che si oppongono &#8211; Federazione della Sinistra, Sel, i grillini &#8211; non sono rappresentate in Parlamento ed anche qualora lo fossero sarebbero pur sempre una minoranza con scarso peso. Per questo abbiamo bisogno di una svolta radicale a livello nazionale che traduca politicamente la rabbia diffusa contro questo sistema ingiusto ed inquinante. Il nodo di fondo, ineludibile, è questo: come far diventare culturalmente egemone un altro modello sociale che sia radicalmente altro da questo fondato sulla accumulazione infinita del capitale, sul denaro che produce denaro, mentre la società e l&#8217;ambiente vengono distrutti.</p>
<p>Viviamo, infatti, nel tempo della decrescita infelice, che produce un abbassamento della quantità e qualità della vita, che morde le solidarietà sociali, che genera individualismo, ansie e paure, e tragiche lotte tra poveri. Tutto il contrario del quadro idilliaco dipinto dai fautori della decrescita felice, per la semplice ragione che questa è una scelta di vita e di valori e non una mannaia imposta dai poteri forti del capitalismo finanziario. D&#8217;altra parte, lo stesso Latouche ha più volte detto e scritto che dentro la «società della crescita» la recessione genera dolori e provoca disastri e lutti. Serve pertanto un progetto politico non generico, ma fondato su alcune priorità, tenendo conto delle coordinate dentro le quali ci muoviamo. Innanzitutto, smontando la favola della crescita che ci racconta questo governo (ma anche chi l&#8217;ha preceduto) e facendo i conti con i limiti imposti dalla nuova divisione internazionale del lavoro e con l&#8217;insostenibilità del debito pubblico (che malgré Montì viaggia ormai verso il 125% del Pil a fine anno).</p>
<p>È quindi necessario un progetto di recupero della sovranità nazionale in tre settori chiave: il denaro, l&#8217;energia ed i beni alimentari (compresa ovviamente l&#8217;acqua). Abbiamo bisogno di una sovranità monetaria che ci renda meno dipendenti dal ricatto dei fondi che detengono 900 miliardi di titoli di Stato italiani. Per questo serve lanciare un&#8217;alleanza con le forze politiche d&#8217;opposizione degli altri paesi pesantemente indebitati dell&#8217;Unione Europea, per far fronte comune e cambiare le politiche monetariste di Bruxelles. Serve anche una strategia per sostituire i titoli pubblici in mano agli speculatori extracomunitari con Bot dati agli italiani, sopra una certa soglia di reddito. Deve essere chiaro l&#8217;obiettivo: ritornare ad essere sovrani del nostro debito pubblico.</p>
<p>Abbiamo altresì bisogno di un recupero di sovranità alimentare ed energetica, sia perché in questi due settori vitali la nostra bilancia commerciale è in pesante deficit, sia perché energia e beni alimentari diventeranno sempre più cari e delle vere e proprie armi strategiche nei prossimi anni. Ma soprattutto perché con più risparmio energetico ed energie rinnovabili migliora la qualità dell&#8217;ambiente e delle nostre città, così come un modello agroalimentare che crei un legame sociale tra produttori e consumatori, che faccia propri i principi del fair trade , migliora la qualità della vita, la nostra salute e quella della terra in cui viviamo.</p>
<p>Non sono sogni da intellettuale illuminato o utopista, ma prassi sociali ben vive nel nostro paese. Sono, infatti, migliaia a livello locale le prassi di un altro mercato (dai Gas alle reti del commercio equo ed ai nascenti distretti dell&#8217;economia solidale, fino alla finanza etica ed ai tentativi di gestione di monete locali) che dimostrano che un&#8217; Altreconomia è possibile. Così come ci sono decine di buone pratiche di Comuni italiani che fanno una capillare raccolta differenziata, che hanno detto basta al consumo di territorio, che hanno creato un sistema virtuoso di accoglienza degli immigrati, che promuovono la partecipazione della popolazione, che resistono nella difesa dei beni comuni che il governo vuole privatizzare (dall&#8217;acqua alle foreste, ai terreni ed immobili demaniali). Ma la sommatoria di tutte queste buone prassi sociali ed istituzionali non bastano a cambiare il modello politico dominante. Come sappiamo un albero non è la sommatoria delle sue parti. È quel quid che ci manca per fare un salto di qualità che lega il locale al globale, per uscire dalla retorica delle riforme e costruire l&#8217;alternativa. In questa direzione è urgente che nasca un grande soggetto politico che ci faccia uscire dalla frammentazione sociale e dall&#8217;entropia politica.</p>
<p>Come farlo, senza cadere nella trappola dei duri e puri o dell&#8217;ennesima costruzione di un partitino della sinistra? L&#8217;idea-forza di un Comitato di Liberazione Nazionale, auspicato da Ugo Mattei, può diventare realtà se lo decliniamo politicamente come ricerca di una sovranità popolare perduta, come movimento di lotta alla dittatura della borghesia finanziaria e mafiosa che governa il pianeta. È solo diventando culturalmente egemoni sull&#8217;idea di un&#8217; AltraItalia , su come vogliamo ricostruire il nostro paese &#8211; lungo le linee tracciate dalla Carta di Teano &#8211; che possiamo ritrovare le forze e la passione comune per uscire da questa crisi epocale.</p>
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		<title>Energia e grandi opere</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Apr 2012 08:13:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[La crisi dell'economia]]></category>

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		<description><![CDATA[di GUIDO VIALE Dal manifesto di martedì 10 aprile 2012 Crisi del mercato &#8211; italiano ed europeo &#8211; dell&#8217;auto, attacco governativo agli incentivi per le energie rinnovabili, movimenti NoTav, No Tem (Tangenziale esterna milanese) ed altri simili: sono fatti da prendere in considerazione insieme. E insieme, anche, a due altri problemi: chi deve tenere insieme [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/04/notem.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-3813" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/04/notem.jpeg" alt="" width="259" height="194" /></a></p>
<p>di GUIDO VIALE</p>
<p>Dal manifesto di martedì 10 aprile 2012</p>
<p>Crisi del mercato &#8211; italiano ed europeo &#8211; dell&#8217;auto, attacco governativo agli incentivi per le energie rinnovabili, movimenti NoTav, No Tem (Tangenziale esterna milanese) ed altri simili: sono fatti da prendere in considerazione insieme. E insieme, anche, a due altri problemi: chi deve tenere insieme quei fatti? E dove?</p>
<p>Di questi tre problemi il più serio è il terzo: perché occorre ricostituire uno spazio pubblico &#8211; o molte sedi: una per ciascuno dei territori che sono interessati a quei fatti &#8211; dove affrontare la discussione in modo operativo. La soluzione del secondo problema coincide in gran parte con quella del terzo: una volta costituita una sede del genere, la partecipazione di una cittadinanza attiva, e di una schiera di lavoratori che aspettano solo di riprendere in mano il loro destino, è molto più facile: c&#8217;è nel paese una spinta alla partecipazione che da anni non si sentiva più (la Valle di Susa insegna). Quanto alla crisi dell&#8217;auto, agli incentivi per le rinnovabili e alla resistenza contro le Grandi opere, parlano da sé.</p>
<p>Li possiamo riassumere così. Primo, Marchionne ha lasciato definitivamente cadere il fantasioso progetto «Fabbrica Italia» che avrebbe dovuto triplicare la vendita in Europa di auto prodotte nel nostro paese. Al suo posto ha ridotto ulteriormente di un terzo la produzione italiana e spiegato che bisogna ridurre di un terzo anche la capacità produttiva di tutto il settore in Europa: il che vuol dire chiudere altri due (e forse tre) stabilimenti italiani della Fiat. Lo ha detto &#8211; o minacciato &#8211; e lo farà. In un&#8217;Europa ormai entrata in una recessione che a furia di tagli ai bilanci finirà per coinvolgere anche la Germania &#8211; e la Volkswagen &#8211; la Fiat non ha alcuna possibilità di recuperare le quote di mercato perse.</p>
<p>Ma che succederà degli stabilimenti dismessi? Si continuerà a chiedere a Marchionne di «tirar fuori» dei nuovi modelli per recuperare lo spazio perduto? Si aspetterà, come a Termini Imerese, un altro Rossignolo che prometta di produrvi un «Suv di lusso», solo per intascare, come ha sempre fatto, un bel po&#8217; di milioni pubblici? E si passerà poi la mano alla Dr Motors, perché produca &#8211; lì e anche alla Irisbus di Avellino &#8211; un «Suv per poveri», senza avere neanche i soldi né il credito per tenere in piedi lo stabilimento di quella capitale europea dell&#8217;automobile che è Isernia? Oppure si lascerà andare in malora fabbriche e lavoratori, come a Termini Imerese e a Avellino? Non si può invece mettere in cantiere una produzione che abbia un futuro più certo e un impatto meno devastante dell&#8217;automobile, e che sia compatibile con gli impianti, il know how e l&#8217;esperienza dei lavoratori della Fiat e dell&#8217;indotto?</p>
<p>Secondo, il ministro Passera vuole abolire o ridurre drasticamente gli incentivi per le fonti rinnovabili (che hanno eroso gli incassi degli impianti di termogenerazione) e riempire il paese di trivelle per estrarre altro petrolio e metano (se c&#8217;è). La scusa è che quegli incentivi costano troppo (anche se hanno fatto risparmiare parecchio ai consumatori). La realtà è invece che sono stati elargiti a casaccio, senza alcuna programmazione. Sono stati per anni i più alti del mondo (non ce n&#8217;era alcun bisogno) e sono finiti in gran parte in mano non a società energetiche, ma a finanziarie, in gran parte estere (che non ne avevano alcun bisogno); e non a coprire fabbisogni energetici di abitazioni e piccole imprese (fotovoltaico) o di comuni e zone industriali (eolico e biomasse) di prossimità.</p>
<p>È vero che con quegli incentivi sono stati finanziati oltre 400mila impianti fotovoltaici; ma quattro quinti della potenza installata è esclusa dallo «scambio sul posto»; cioè l&#8217;energia prodotta non è asservita a un fabbisogno locale, ma va tutta in rete: a costi maggiori di quella generata da impianti termici e, per lo più, dopo aver espiantato campi e frutteti per ricoprire intere vallate di assai più redditizi (grazie agli incentivi) pannelli solari. Peggio, il paese si sta riempiendo di impianti a biomassa, alimentati non da residui agroforestali di prossimità, ma da olio di palma importato da Indonesia e Madagascar; o da mais sottratto all&#8217;alimentazione umana e animale. Per di più, quasi tutti quegli impianti sono importati, mentre in Italia chiude &#8211; e continuerà a chiudere &#8211; uno stabilimento metalmeccanico dopo l&#8217;altro; perché si è lasciato che fosse il mercato &#8211; che è solo, e sempre più, speculazione &#8211; a decidere come e dove impiegare i fondi degli incentivi.</p>
<p>Ecco allora una soluzione. I nuovi incentivi devono essere inquadrati in una programmazione energetica nazionale che vincoli la loro concessione a un coinvolgimento diretto di quegli enti locali, Asl comprese, che si faranno carico di promuovere, raccogliere e organizzare la domanda di nuovi impianti sul loro territorio. Una programmazione che preveda anche il coinvolgimento societario degli enti locali nella riconversione delle fabbriche destinate alla dismissione, prima che il processo imbocchi un cammino irreversibile. Se il loro proprietario non sa più che cosa farsene, che ceda gli impianti a chi ha interesse alla loro esistenza e alla loro conversione. Un progetto del genere può riguardare tutte le fonti rinnovabili ma anche misure di risparmio energetico: per esempio produzione di infissi, di regolatori di flusso, di pompe di calore e, soprattutto, di impianti di micro cogenerazione, come quelli che Fiat aveva messo a punto e poi abbandonato quarant&#8217;anni fa (il Totem) e che oggi ha ripreso con successo la Volkswagen. Quest&#8217;idea vìola le regole del libero mercato? Forse. Comunque la Volkswagen le ha aggirate mettendosi in società con distributori di energia elettrica.</p>
<p>Dunque, si può fare anche in Italia. Cominciando a mettere insieme maestranze e sindacati degli stabilimenti a rischio con le imprese interessate a una generazione energetica locale; e con i loro tecnici, gli esperti della materia (università e centri di ricerca), la cittadinanza attiva e le amministrazioni dei comuni disposti a farsi coinvolgere in un progetto del genere.</p>
<p>Una piattaforma con questi progetti, una volta che siano stati messi a punto in termini generali, potrà essere presentata al governo &#8211; questo o il prossimo &#8211; ma soprattutto dovrebbe entrare in un programma elettorale e di governo sostenuto dalle forze e dalle istituzioni che vi si riconoscono. Ed essere sostenuta da una mobilitazione generale. In sostanza: si tratta di non delegare al governo la redazione di un piano energetico, ma di elaborarlo dal basso, mobilitando su interessi concreti tutti coloro che possono essere coinvolti e costruendo per questa via le forze per cercare di imporlo con la lotta. Un discorso analogo si potrebbe fare per la mobilità, rimettendo in pista la domanda di autobus, treni locali e traghetti per il trasporto merci lungo le «vie del mare»; o per l&#8217;edilizia; o per la salvaguardia del territorio; ecc.</p>
<p>Terzo, qui arriva il tema Tav, Tem e le decine di altri progetti di Grandi Opere in cantiere. Per finanziarle, dopo aver sottratto fondi a pensioni e servizi pubblici locali, Passera ha deciso di dare l&#8217;assalto alla Cassa Depositi e Prestiti: una specie di banca, finanziata dai depositi postali, che ha 300 miliardi di risorse utilizzabili. Era stata creata per finanziare gli investimenti degli enti locali; invece è stata privatizzata e oggi il governo conta di utilizzarla per finanziare quelle Grandi Opere devastanti che nessuna banca vuole più finanziare se non ha la certezza che i soldi, alla fine, li metterà lo stato.</p>
<p>La Cassa Depositi e Prestiti è fuori dal perimetro della finanza pubblica e per questo il governo pensa di poterla utilizzare senza aumentare il debito. Impedirglielo con un programma di riconversione produttiva significa impedire un furto a danno dei comuni, evitare ulteriori devastazioni del territorio, salvare occupazione, impianti e know how nelle imprese condannate a morte. È la strada verso la conversione ecologica: in una forma che unisce l&#8217;esigenza di mobilitarsi su un programma generale con la sua elaborazione dal basso.</p>
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		<title>Il territorio dell&#8217;economia</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 12:15:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[La crisi dell'economia]]></category>

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		<description><![CDATA[di ALBERTO ZIPARO Dal manifesto di martedì 27 marzo 2012. Al di là della vulgata politica e mediatica quotidiana, non pochi economisti sostengono che fronteggiare la crisi significa ridimensionare la finanziarizzazione e tornare a creare politiche economiche; anzi politiche tout court. Tra le possibili uscite dalla crisi sta infatti la territorializzazione dell&#8217;economia; portato però di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/av.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3763" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/av-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>di ALBERTO ZIPARO</p>
<p>Dal manifesto di martedì 27 marzo 2012.</p>
<p>Al di là della vulgata politica e mediatica quotidiana, non pochi economisti sostengono che fronteggiare la crisi significa ridimensionare la finanziarizzazione e tornare a creare politiche economiche; anzi politiche tout court. Tra le possibili uscite dalla crisi sta infatti la territorializzazione dell&#8217;economia; portato però di una concezione dell&#8217;ambiente quale bene comune, socialmente utile e condivisibile. Non come nuovo fattore per la produzione di improbabili, favolosi redditi e sviluppi concreti o virtuali. I due grandi motivi della crisi economica, sociale, culturale e civile che stiamo vivendo, la finanziarizzazione e l&#8217;appaltizzazione delle economie, vanno dunque accantonati, o meglio fortemente ridotti e controllati.</p>
<p>Invece oggi la vulgata politica e mediatica discute di ricette che tendono a scavare sotto il fondo del barile, comprimendo ulteriormente tessuti sociali già esasperati, per tutelare e riproporre logiche e posizioni che costituiscono i fattori determinanti della crisi in corso. Addirittura, esponenti autorevoli di quella che dovrebbe essere l&#8217;intellighenzia progressista, come Bassanini e Violante, sostengono la necessità di puntellare e rilanciare i perversi intrecci tra la speculazione finanziaria e immobiliare di nuovo con operazioni di indebitamento programmato e di investimento derivato, per fornire una possibile copertura programmatica e culturale a spese improbabili come i 17 miliardi che l&#8217;Italia dovrebbe spendere per la Tav in Val di Susa. Operazione sostenuta a sua volta dall&#8217;anomalo blocco di potere costituitosi tra il potentissimo settore delle costruzioni e, spesso, ciò che resta degli apparati del maggior partito del centrosinistra. Analogo è il caso dell&#8217;attraversamento Tav di Firenze dove, invece del passante in superficie da 300 milioni e pressoché senza impatti proposto dall&#8217;Università, si privilegia il megatunnel da tre miliardi che mette a rischio suolo e sottosuolo urbano, patrimonio abitativo, beni storico-artistici.</p>
<p>Si rischia così di mettere in crisi non solo i rapporti tra il vertice del Pd e la sua base (dove esiste ancora, come in Val Susa), ma soprattutto tra quel partito e l&#8217;enorme movimento di difesa del territorio e dei beni comuni che si sta dispiegando in Italia come in tutto l&#8217;Occidente. E che nel nostro paese ha ormai un considerevole peso elettorale, come dimostrano le ultime amministrative e i referendum. Per superare questo nodo sarebbe necessaria una svolta culturale, innovativa, verso il basso, del Pd, che oggi appare assai improbabile.</p>
<p>Sia in Italia che in Europa, peraltro, la programmazione dei trasporti è diventata risibile. Anzi non esiste più. Non si guarda infatti alle effettive domande di flussi e mobilità: al contrario si promuovono listoni di opere infrastrutturali, spesso inutili e dannose. Negli anni &#8217;90, l&#8217;Unione europea aveva disegnato invece correttamente le prime formulazioni delle Reti Ten (Trans European Network) con grande razionalità tecnica e programmatica: &#8220;corridoio&#8221; non significava autostrade e ferrovie da realizzare concretamente ed interamente per collegare Berlino a Palermo o Stoccolma ad Atene o Kiev a Lisbona; per ogni segmento di ciascun corridoio intermodale era prevista invece la scelta del vettore più efficace. Nel 1998 &#8211; presidente Prodi e commissario Van Miert &#8211; la programmazione è stata spazzata via dagli interessi dei costruttori: le Ten sono diventate reti da costruire interamente e in solido, con nuove autostrade e ferrovie AV; non importa se quest&#8217;ultima diventa inefficiente o addirittura dannosa sopra i 600 Km e sotto i 200. Laddove la domanda di passeggeri non la giustifica, abbiamo inventato perfino l&#8217;Alta Velocità per le merci (vedi la Torino-Lione). Con conseguenze socio- ambientali e soprattutto economico-finanziarie spesso disastrose: come in Spagna dove l&#8217;unica tratta in cui l&#8217;alta velocità è realmente necessaria è la Barcellona- Madrid; e dove invece si sono realizzate numerose linee, anche laddove le previsioni di traffico erano assolutamente negative. Esaltando così gli intrecci tra speculazione finanziaria ed immobiliare e mandando l&#8217;economia reale in default, come oggi lo stesso Zapatero è costretto ad ammettere.</p>
<p>Peraltro, l&#8217;appaltizzazione dell&#8217;economia non riguarda solo i trasporti, ma anche altri settori: urbanistica, energia, turismo, rifiuti, depurazione, commercio, ecc. In tutti questi comparti i programmi di modernizzazione degli ultimi anni si sono tradotti in grandi appalti, ovvero addirittura &#8211; come nel caso clamoroso del Ponte sullo Stretto &#8211; in megaprogetti continui e infiniti, costati cifre abnormi, senza giungere mai a spostare nemmeno una pietra. Così l&#8217;energia significa centrali nucleari (peraltro impallinate dallo tsunami giapponese e quindi dal referendum) o megacentrali a carbone o a turbogas; o, nella migliore delle ipotesi, megaparchi eolici e fotovoltaici, sempre a grande impatto ecopaesaggistico. L&#8217;urbanistica è stata svuotata o aggirata da governance troppo discrezionali o eterodirette, con la conseguenza dei tassi di consumo di suolo drammatici di oggi. L&#8217;emergenza rifiuti evoca ancora opere impiantistiche: inceneritori, discariche, compattatori, attrezzature speciali, isole o piattaforme. Differenziazione e riciclo interessano poco o punto. Per la qualità delle acque ancora depuratori: appare troppo difficile incidere sulle cause. E mentre la crisi svuota alberghi e seconde case e falliscono intere catene di centri commerciali, i nuovi progetti di urbanistica concertata ripropongono nuovi megapoli turistici e commerciali, outlet e centri iperintegrati (vedi l&#8217;Expo di Milano).<br />
Occorre finalmente e drasticamente voltare pagina, cogliendo le proposte innovative di Salvatore Settis, Piero Bevilacqua, Guido Viale o del Programma Territorialista di Alberto Magnaghi. Bisogna chiudere con la Legge Obiettivo per trasporti e infrastrutture, come con tutte le altre leggi di emergenza dell&#8217;era Berlusconi. È necessario ritrovare il senso di una parola quanto mai urgente nelle tematiche che stiamo trattando: pianificazione. Che deve significare sostenibilità e risposta alle domande effettive di questi comparti e più in generale della società.</p>
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		<title>Il vento del Sudamerica</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2012 09:06:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[La crisi dell'economia]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>

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		<description><![CDATA[di ALFONSO GIANNI &#160; &#160; Mentre in Europa trionfa la logica dell’austerità e della liquidazione delle politiche di bilancio contenuta nel cosiddetto fiscal compact; mentre il nostro Senato si appresta a discutere in quarta e finale lettura l’introduzione in Costituzione del principio del pareggio di bilancio, che, se venisse approvata con la maggioranza dei due [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/sucre.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3749" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/sucre.jpg" alt="" width="300" height="249" /></a>di ALFONSO GIANNI</p>
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<p>Mentre in Europa trionfa la logica dell’austerità e della liquidazione delle politiche di bilancio contenuta nel cosiddetto <em>fiscal compact;</em> mentre il nostro Senato si appresta a discutere in quarta e finale lettura l’introduzione in Costituzione del principio del pareggio di bilancio, che, se venisse approvata con la maggioranza dei due terzi, non potrebbe essere sottoposta a nessun referendum popolare; mentre non solo la sinistra moderata si schiera a favore della riduzione del debito a tappe forzate e inneggia all’autonomia della Bce dal potere politico, ma anche donne e uomini che si proclamano radicali corrono a firmare appelli, come quello italo-tedesco, che chiedono ai rispettivi parlamenti nazionali di ratificare in fretta quello che è una pietra tombale sulle loro residue possibilità di decisione in materia di politica economica; mentre quindi in Europa avviene un fenomeno all’apparenza strano, ovvero, per dirla con le parole del titolo dell’ultimo libro di Colin Crouch, “la strana non-morte del neoliberismo”, malgrado le evidenti bocciature subite dall’inizio di questa crisi; mentre tutto questo accade, dal Nuovo continente provengono voci nuovi e affatto diverse.</p>
<p>Per sentirle bisogna spingersi ben più a Sud di Obama. Per esempio in Argentina, ove un ramo del Parlamento ha già approvato un nuovo Regolamento Organico della banca centrale. Si tratta di una modifica importante e significativa. In sostanza viene cambiata la missione principale della Banca centrale argentina, che non consisterebbe più soltanto nel “preservare il valore della moneta”, ossia occuparsi della stabilità monetaria, ma diventerebbe quello ben più impegnativo di promuovere “lo sviluppo economico con la giustizia sociale, l’occupazione e la stabilità finanziaria”.</p>
<p>I modi con cui ciò avverrebbe necessitano di ulteriori discussioni e approfondimenti. Ed è soprattutto chiaro che bisogna tenere conto della storia economico-monetaria specifica dell’Argentina, soprattutto per quanto riguarda la famigerata parità dollaro-peso alla base della crisi del 2001 e dello shock che ne seguì. Ma, pur considerando tutte queste specificità e restando prudenti sul giudizio delle modalità ancora da definire con le quali il principio sarà implementato, è evidente che siamo ad una svolta di tipo epocale.</p>
<p>Crolla infatti uno dei mantra dell’ideologia neoliberista, ossia la autonomia della banca centrale, la sua assoluta dedizione alla stabilità monetaria, ovvero alla lotta all’inflazione, che ha minato nel profondo la sovranità in materia di politica economica degli Stati. E’ esattamente su questo principio che è fondata la Banca centrale europea e gli articoli del Trattato di Maastricht che ad essa si riferiscono, nonché gli ultimi aggiustamenti, come il già citato <em>fiscal compact</em>, che lo peggiorano.</p>
<p>Il percorso del provvedimento non è ancora ultimato. Si attende il responso del Senato argentino. Non sappiamo ovviamente quanto questo servirà ad una rinegoziazione del debito con i paesi del “Club di Parigi” e quanto invece, la qual cosa sarebbe largamente preferibile, ad incrementare effettivamente un nuovo tipo di sviluppo interno. Ma mi pare chiaro che in America Latina le logiche keynesiane stanno conoscendo una nuova stagione.</p>
<p>Tanto più che questo non avviene in chiave nazionalistica e non è limitato a questo o a quel paese. Lo dimostra l’esperienza e il dibattito attorno al “Sucre”. Sucre è un acronimo perfetto. Indica il nome di uno dei più valorosi luogotenenti di Simon Bolivar, Antonio José de Sucre, e allo stesso tempo racchiude le iniziali del Sistema unitario di pagamento a compensazione regionale. Il sucre, insomma, è una moneta virtuale non coniata, ovvero un’unità di conto per gli scambi internazionali, l’ultima incarnazione del celebre Bancor pensato, ma senza successo, da John Maynard Keynes  ai tempi della Conferenza di Bretton Woods del 1944.</p>
<p>E’ stata adottata dai paesi dell’Alba (<em>Alianza bolivariana para America Latina y el Caribe)</em>, l’alleanza che poggia le sue fondamenta su Venezuela, Cuba, Ecuador e Bolivia, più altri paesi minori, tra cui il Nicaragua, sorta in contrapposizione all’Alca voluta dagli Usa. In pratica funziona così – ha spiegato in un’intervista al <em>manifesto</em>, Manuel Ceresal, docente a Caracas  ascoltatissimo da Hugo Chavez &#8211; : se un importatore venezuelano paga la banca commerciale in bolivar, questi ritornano alla banca centrale; quest’ultima li cambia in sucre, poi li trasferisce via web alla banca centrale della Bolivia che li converte nella moneta nazionale con cui regola la transazione con l’esportatore boliviano.</p>
<p>Si noterà che il dollaro non compare mai in questi passaggi. E che il progetto intende combattere gli squilibri commerciali, puntando alla tendenziale parità tra esportazioni e importazioni. L’esatto contrario di quanto succede in Europa nel rapporto fra la Germania e gli altri paesi che invece si fonda esattamente sul surplus della prima e il deficit della bilancia dei pagamenti di tutti gli altri.</p>
<p>Infatti Manuel Ceresal non lesina critiche a come si è sviluppato il processo di unificazione europea, mettendo il dito proprio sul “volontarismo” dell’euro che avrebbe stordito l’Europa, ovvero la convinzione che l’unità monetaria in fondo bastasse come atto fondativo e che il resto sarebbe venuto da sé. In effetti bastava, ma solo al capitale. Non certo al mondo del lavoro. E lo stiamo scontando amaramente.</p>
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		<title>Il teorema della greek economy</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Mar 2012 15:17:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[La crisi dell'economia]]></category>

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		<description><![CDATA[di WILLIAM DOMENICHINI Questo articolo è stato pubblicato nel sito www.informazionesostenibile.info. William Domenichini è il responsabile ambiente del Prc di La Spezia. Una medaglia ha sempre due facce: da un lato le leggi della casa, volta la carta ed ecco i processi di trasformazione e gli scambi che ne derivano. Ma la fabbrica dei sogni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/greece_1926424b.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3722" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/greece_1926424b-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" /></a>di WILLIAM DOMENICHINI</p>
<p>Questo articolo è stato pubblicato nel sito <strong>www.informazionesostenibile.info</strong>. William Domenichini è il responsabile ambiente del Prc di La Spezia.</p>
<p>Una medaglia ha sempre due facce: da un lato le leggi della casa, volta la carta ed ecco i processi di trasformazione e gli scambi che ne derivano. Ma la fabbrica dei sogni e delle menzogne, nel produrre paure e desideri, accuratamente le mette in conflitto. Così <a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/2846/il-pessimismo-della-ragione-globale-lottimismo-della-volonta-locale/">economia ed ecologia</a>, al di là delle intersezioni etimologiche, vengono rinchiuse in recinti banalizzanti, la prima ridotta a dissertazioni intellettualistiche, la seconda esclusiva materia per top-manager seriali (o bocconiani). Tuttavia solo in Italia, ogni giorno, consumiamo mezza tonnellata di risorse naturali pro capite: annualmente dilapidiamo quasi 8 miliardi di metri cubi di acqua, emettiamo in atmosfera oltre 35 milioni di tonnellate di CO<sub>2</sub> equivalenti, sottraiamo 8,5 milioni di ettari di terra all’agricoltura ed alla biodiversità, più di 20 milioni di tonnellate di biomassa coltivata, erodiamo 38 milioni di tonnellate di vari minerali. Si continua a consumare materie prime a ritmi superiori alla loro capacità rigenerativa: negli ultimi 30 anni, lo sfruttamento globale di risorse naturali è aumentato del 65%<a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote1sym"><sup>1</sup></a>. Volta la carta, e qualcuno lo chiama progresso.</p>
<p>Ma il paradosso del sistema è ben oltre certi limiti: si produce più merci di quanto si è in grado di vendere, e la sovra-produzione viene risolta passando dall’economia del reddito a quella del debito, attraverso magie che fanno comparire denari anche quando non esiste un valore correlato, e riparte la locomotiva fino a quando il circolo vizioso scoppia come le bolle di cui si alimenta. Il meccanismo innescato è piuttosto banale, seppur articolato, ramificato ed estremamente complesso, e passa dalla riduzione dei costi, all’efficientismo della produzione, sia sul piano tecnologico che organizzativo, senza dimenticare di invocare la salvezza della <em>mano invisibile</em><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote2sym"><sup>2</sup></a> che pare rimanga tale nonostante venga considerata, o venduta, ancora come il vero guardiano regolatore delle nostre vite, nonostante anche i più fervidi guru liberisti ammettano che “<em>il moderno paradigma di gestione del rischio del mercato è arrivato al capolinea, l’intero edificio intellettuale è crollato</em><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote3sym"><sup>3</sup></a>”.</p>
<p>Potremmo tralasciare ogni riferimento alla finitezza delle materie prime, derubricando la compatibilità dei processi produttivi ad un mero esercizio intellettuale lontano dai conflitti occupazionali, ma da un lato attiene ad un disastro ambientale immane e dall’altro a tensioni geopolitiche eufemisticamente preoccupanti. Dal <em>system failure</em> emerge il dato sul taglio del costo del lavoro: un climax che parte dalla diminuzione dei salari fino alla delocalizzazione produttiva in luoghi del pianeta dove i diritti dei lavoratori semplicemente non esistono oppure, laddove ne esistono ancora, si stigmatizzano come il freno allo sviluppo.</p>
<p>La locomotiva deve continuare a correre, produrre e vendere a minor costo, ma porta con se un pesante fardello che assume varie forme e, nell’era della finanza creativa, anche nomi accattivanti: subprime lending, b-paper, near-prime, second chance, guai a chiamarlo prestito o debito a soggetti che non sono stati in grado di pagare quelli precedenti. Un funambolismo lessicale che non fa prigionieri, aiutando a digerire le prime fasi della crisi mentre la finanziarizzazione viene usata per evitare la diminuzione dei consumi, in alternativa a ricerca e diminuzione di carichi di lavoro. Ma l’insolvibilità non svanisce con alchimie e lo schema dilaga in tutti gli ordini di grandezza, globalmente. Il passo dal disastro economico a quello sociale è fin troppo breve: la diminuzione dei salari procede con la restrizione dei diritti, e la frontiera dei processi di mercificazione produce irreparabili ferite ambientali.</p>
<p>Un vicolo cieco in cui pochi conducenti portano il resto dell’equipaggio, le cui esigue vie di fuga sono riservate a pochi eletti, a chi sta sul ponte di comando, o per grazia ricevuta. La logica imporrebbe che un sistema in crisi venga messo in discussione, ma paradossalmente i disastri sono il pretesto per conquistare una nuova frontiera liberista. I professori che governano sostengono che la crisi avanza perché il mercato è stato imbrigliato e appesantito da regole e spesa pubblica, abbattendo il modello di stato sociale. Quelle che sono state arditamente definite come «<em>le poche voci liberali che ancora compaiono sui giornali</em><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote4sym"><sup>4</sup></a>» sostengono che i cittadini europei godono di troppi diritti, dalla culla alla tomba<a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote5sym"><sup>5</sup></a>: le eccessive tutele rappresentano la vera causa del disastro, ovvero l’aumentare vertiginoso della spesa pubblica. Regolamentare il mercato, finanziare il debito, flessibilizzare il lavoro, è ormai ricetta sobria e transfrontaliera: nel Bel Paese si è passati così dalle giaculatorie contro «<em>l’Italia dei furbi, dei fannulloni, del nepotismo, di chi non rischia</em><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote6sym"><sup>6</sup></a>» alla sobrietà di chi fa provvedimenti eda strangolamento sociale ed attende l’andamento dello spread, evitando di disboscare selve contrattuali<a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote7sym"><sup>7</sup></a> precarizzanti, ma abbattendo ulteriormente l’impianto dei diritti<a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote8sym"><sup>8</sup></a>. Il fiscal compact europeo<a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote9sym"><sup>9 </sup></a>diventa una sorta di golpe silenzioso<a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote10sym"><sup>10</sup></a>, un accordo che impone il rientro del proprio debito pubblico superiore al 60% in vent’anni. Per l’Italia significa il 3% l’anno, un taglio di circa 45 miliardi l’anno imposto da banchieri travestiti da governati, che si traduce in recessione per un ventennio che giustificherà la rapina speculativa su welfare e beni comuni.</p>
<p>A differenza di altre crisi, quella attuale non ha i connotati della ciclicità ma assume le forme di una spirale dalle dimensioni globali che si sviluppa quando abbiamo i minuti contati per evitare una catastrofe climatica ed ambientale irreversibile, rivelando complessivamente quanto siamo intrisi di cultura della mercificazione e del liberismo. In questo contesto di anestesia sociale, di aculturazione e di omologazione<a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote11sym"><sup>11</sup></a>, un’opera inutile come il TAV Torino-Lione diventa simbolo di chi lotta per il proprio territorio e totem dello sviluppo più cieco: il traffico merci Italia-Francia è crollato, solo negli anni 2000, del 31% e con la linea ferroviaria presente sia sottoutilizzata, il TAV ci costerà circa 20 miliardi di euro<a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote12sym"><sup>12</sup></a>, aumentando il debito pubblico senza una reale prospettiva produttiva. «<em>La tua terra perfetta | che non sai abitare | verrà umiliata e distrutta | sarai obbligato a lottare | non puoi più decidere come sarai</em><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote13sym"><sup>13</sup></a>».</p>
<p>Il termometro della catastrofe è misurabile anche attraverso una delle linfe dell’economia globale come il petrolio. Le maggiori compagnie petrolifere snobbano gli affari in terra ellenica, visti i rischi di insolvenza della Grecia, ma c’è un’eccezione: l’Iran. Nel complesso l’Unione Europea importa circa 500mila barili al giorno di greggio iraniano e di questi circa il 68% è destinato alle economie più fragili dell’Eurozona, ossia Spagna, Italia<a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote14sym"><sup>14</sup></a> e Grecia<a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote15sym"><sup>15</sup></a>. Tuttavia sulla repubblica islamica incombe un embargo<a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote16sym"><sup>16</sup></a> che bloccherà le relazioni commerciali tra Teheran ed i membri dell’UE. Un cortocircuito politico ed economico nel quale, per sostenere il boicottaggio di Bruxelles (e di Washington), la Grecia si ritroverà tra l’incudine della mancanza di energia per produrre o muovere merci ed il martello di debiti ed imposizioni di FMI/BCE, ancora più sull’orlo del default. L’incubo greco è ben più complesso e le semplificazioni spesso tendono a creare una specificità, isolando le responsabilità del disastro nei confini nazionali, come a dire che i greci sono stati meno oculati di altri, riducendo così le soluzioni ad una lenta agonia verso il fallimento e la morte.</p>
<p>Il filo conduttore della crisi è globale, va di pari passo all’assenza di progetti industriali compatibili e di modelli in grado di assumere la natura come reale fonte dei valori d’uso. Greek economy, un teorema la cui ipotesi iniziale è che il mercato può divorare tutto ciò che rimane da mercificare e la cui dimostrazione è empirica: da un lato con l’agonia ellenica e le difficoltà dei PIGS<a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote17sym"><sup>17</sup></a>, dall’altro le tigri asiatiche ruggenti e per finire l’economia stars&amp;stripes, la più indebitata e più armata al mondo e pronta a sostenere il tenore di vita yankee a cannonate, produce indici di consumi pantagruelici: un’impronta idrica di 2.842 metri cubi/anno, consumi di carne bovina di 43 kg/anno<a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote18sym"><sup>18</sup></a>, pro capite! Le materie prime non sono infinite e le scelte di gestione e produzione di beni devono porsi semplici domande su cosa, quanto, come, dove e con cosa produrre, pena l’eclissi del pianeta.</p>
<p>Il cliché del pensiero unico, dilagante, diventa proprietà commutativa del liberismo, o meglio ancora in un primo corollario della greek economy: cambiando l’ordine dei fattori di de-industrializzazione il prodotto non cambia. Rimozione delle limitazioni alla competitività del mercato unificandolo su prodotti come l’energia, decisa apertura verso gli altri mercati, diminuzione delle regole e delle leggi che fanno da freno allo sviluppo, riforme per un mercato del lavoro più libero ed integrato, settore di servizi finanziari robusto, dinamico e competitivo<a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote19sym"><sup>19</sup></a>. In sostanza non si guarda in faccia a diritti o all’ambiente, tanto meno si sviluppano progetti innovativi, ma occorre far crescere ancora il sistema prima che scricchioli ulteriormente: too big, to fail<a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote20sym"><sup>20</sup></a>.</p>
<p>Il secondo fronte si apre dichiarando l’assalto a ciò che è facilmente tramutatile in ricavo, sistemi accessibili e mercificabili, possibilmente monopoli naturali dove i rischi d’impresa sono pressoché nulli, mentre i profitti garantiti. L’assalto ai beni comuni: da gestire il ciclo idrico privatizzando la vendita e pubblicizzando le reti di distribuzione, a trasformare energia in grandi impianti incuranti di sprechi e dissipazione con enormi sovra-produzioni<a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote21sym"><sup>21</sup></a>, passando a trasportare merci con sistemi energivori.</p>
<p>Le vecchie categorie industriali, su cui si basa il Pil, sono nel baratro della crisi ma il modello non si discute, dal modo di costruire, di muoversi, di trasformare energia o addirittura di produrre il cibo. Ogni forma di cambiamento si riduce all’efficientismo, senza mutare realmente il paradigma economico. I livelli di privatizzazione delle decisioni collettive arriva a livelli inimmaginabili, con l’ausilio di strumenti come il project financing, ovvero soldi privati in interessi pubblici. In poche parole il secondo corollario della greek economy: socializzazione delle perdite, privatizzazione dei ricavi<a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote22sym"><sup>22</sup></a>. La messa a valore del capitale arriva così a monetizzare anche i disastri ambientali, una frontiera dove il business è strettamente correlato con i processi di ricostruzione, mettendo in soffitta ogni forma di prevenzione. Alluvioni, frane, terremoti, siccità e quant’altro diventano voci di bilancio, in un processo di monetizzazione delle emergenze ambientali.</p>
<p>Il terzo corollario ci porta a comprendere come il crollo del sistema avvenga sotto il peso insostenibile della mancanza di futuro, centrato negli anelli più deboli della catena. Solo per l’Italia quel peso solca il volto di oltre 60mila giovani, il 70% dei quali laureati, che ogni anno emigrano verso paesi che garantiscono un progetto, andando ad infoltire le oltre 400mila unità di laureati, dottorati e ricercatori italiani fuori dai confini del bel paese, in un bilancio negativo in cui per ogni “cervello” che entra ne partono tre<a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote23sym"><sup>23</sup></a>. Doppio danno, doppia beffa: il sistema Italia spende soldi, per quanto pochi<a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote24sym"><sup>24</sup></a>, in formazione e ricerca universitaria che altri paesi utilizzano, perdendo know how mentre, in una versione sociale dei vasi comunicanti, altri paesi non spendono un euro per formare scienziati ed ingegneri trovandoli con le valigie a bussare alla loro porta.</p>
<p>Prendiamo il caso dei Paesi Bassi: ad un lavoratore straniero che “importa” conoscenza, viene offerto un incentivo del 30% dello stipendio lordo annuo, senza tassazione alcuna, detto <em>ruling</em> e indicato come un rimborso delle spese di <em>relocation</em>. Si tratta di un beneficio concesso per 8 anni e con una verifica intermedia di sussistenza delle condizioni dopo 4 anni, riferibile a profili professionali difficilmente rintracciabili nel territorio olandese, ma con tre evidenti conseguenze. La prima è strettamente legata alla remunerazione del lavoratore: in un sistema di tassazione progressiva identica a quella italiana, se l’imponibile sul quale viene applicata la tassazione è una parte del lordo annuo (70%) il prelievo fiscale ha un’aliquota più bassa, così un lordo annuo di 50.000 euro consegue un netto mensile maggiorato di circa 800 euro<a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote25sym"><sup>25</sup></a>. Secondariamente le aziende olandesi possono, a parità di spesa lorda, retribuire un netto mensile ai dipendenti molto più elevato rispetto alla media europea. Last but not least, il sistema olandese, a parità di crisi, investe massicciamente in conoscenza, migliorando e progettando strutture produttive innovative.</p>
<p>Cadendo da un palazzo di 50 piani continuiamo a dirci «<em>jusqu’ici tout va bien, jusqu’ici tout va bien</em>», ignorando che «<em>le problème n’est pas la chute, c’est l’atterrissage</em>»<a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote26sym"><sup>26</sup></a>. In paesi come l’Italia, o la Grecia, le giovani generazioni sono le prime, dal secondo dopoguerra, ad avere meno speranze nel futuro rispetto a quelle precedenti: 2,5 milioni di italiani è precario, 2,1 milioni lavorano a tempo determinato e 396mila sono collaboratori occasionali<a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote27sym"><sup>27</sup></a>. La disoccupazione giovanile tocca livelli vertiginosi oltre il 30%: in Grecia è al 47,2%, in Olanda all’8,9%<a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote28sym"><sup>28</sup></a>.</p>
<p>Greek economy sintetizza il disastro economico, sociale e naturalmente ambientale che oggi viviamo, pagandolo a rate, ma che sconteremo nel brevissimo futuro. Salvo improbabili controtendenze, dovremmo domandarci «<em>cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero?</em><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote29sym"><sup>29</sup></a>».</p>
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<p><strong>Note</strong>:</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote1anc">1</a> WWF e Sustainable Europe Research Institute (SERI), Market Transformation – Sostenibilità e mercati delle risorse primarie (2012) – [<a href="http://www.wwf.it/UserFiles/File/News%20Dossier%20Appti/DOSSIER/MARKET_TRANSFORMATION_FEB12.pdf">Testo</a>]</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote2anc">2</a> La mano invisibile, metafora creata da Adam Smith per rappresentare la Provvidenza, grazie alla quale nel libero mercato la ricerca egoistica del proprio interesse gioverebbe tendenzialmente all’interesse dell’intera società.<br />
“<em>The reason that the invisible hand often seems invisible is that it is often not there.</em>” Joseph Stiglitz su “<em>Managing Globalization: Q &amp; A with Joseph Stiglitz</em>”, Daniel Altman – <em>The International Herald Tribune </em>(11 ottobre 2006)</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote3anc">3</a> Alan Greenspan (October 23, 2008), “<em>Testimony of Dr. Alan Greenspan to Committee of Government Oversight and Reform</em>” – [<a href="http://oversight-archive.waxman.house.gov/documents/20081023100438.pdf">Testo</a>]</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote4anc">4</a> P.Ostellino (17 maggio 2010) , “<em>Stato sociale, dieta forzata</em>”, Corriere della Sera</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote5anc">5</a> F..Ahrens (14 maggio 2010), “<em>5 reasons why Europe is sick</em>”, Washington Post</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote6anc">6</a> “<em>Lo show di Brunetta</em>”, Annozero (24 settembre 2009) [<a href="http://www.youtube.com/watch?v=ShKLQ9Dbs-A">Filmato</a>]</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote7anc">7</a> C.Manzo, P.Stefanini (2 febbraio 2012), “<em>Nella giungla del lavoro i contratti sono 46</em>” [<a href="http://www.linkiesta.it/">www.linkiesta.it</a>]</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote8anc">8</a> Particolarmente esemplificativo il dibattito sull’abolizione dell’<a href="http://it.wikisource.org/wiki/L._20_maggio_1970,_n._300_-_Statuto_dei_lavoratori#Art._18_-_Reintegrazione_nel_posto_di_lavoro">art.18 dello Statuto dei Lavoratori</a>, che prevede la tutela da licenziamenti senza giusta causa per aziende al di sopra dei 15 dipendenti. In Italia sono solo il 3% del totale delle aziende ha quelle dimensioni minime, ma chi vi lavora è il 65,5% dei lavoratori italiani, circa 7.800.000 (Fonte: CGIA di Mestre)</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote9anc">9</a> “<em>Europa, firmato il nuovo patto di bilancio</em>” (2 marzo 2012), La Repubblica</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote10anc">10</a> “<em>Trattato che istituisce il meccanismo europeo di stabilità</em>” (2 marzo 2012), [<a href="http://www.european-council.europa.eu/media/582889/08-tesm2.it12.pdf">Testo</a>]</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote11anc">11</a> P. Brunatto (7 febbraio 1974), “<em>Pasolini e … la forma della città</em>”, Rai Tv [<a href="http://www.youtube.com/watch?v=ccTfrb8NIuM">Filmato</a>]</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote12anc">12</a> Appello per un ripensamento del progetto di nuova linea ferroviaria Torino – Lione, Progetto Prioritario TEN-T N° 6, sulla base di evidenze economiche, ambientali e sociali – [<a href="http://www.notav.eu/notav/Articoli/2012/02/Lettera%20al%20Presidente%20Mario%20Monti_9%20febbraio%202012.pdf">Testo</a>]</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote13anc">13</a> “<em>La tempesta in arrivo</em>”, Padania – Afterhours (2012) [<a href="http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&amp;v=ePoSzwmoFrw">Videoclip</a>]</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote14anc">14</a> L’Italia acquista quasi 5<strong> miliardi di euro all’anno di petrolio iraniano – Fonte: </strong>ICE (Istituto nazionale Commercio Estero, Interscambio commerciale dell’Italia per settori con la Repubblica islamica dell’Iran) [<a href="http://actea.ice.it/tavole_paesi/T1_616.pdf">http://actea.ice.it/tavole_paesi/T1_616.pdf</a>]</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote15anc">15</a> U.S. Energy Information Administration (Juin, 2011) – [<a href="http://www.eia.gov/countries/cab.cfm?fips=IR">http://www.eia.gov/countries/cab.cfm?fips=IR</a>]</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote16anc">16</a> G. Chiellino (23 gennaio 2012), “<em>I ministri Ue decidono l’embargo petrolifero verso l’Iran</em>”, Il Sole24Ore</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote17anc">17</a> Portogallo, Italia, Grecia, Spagna</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote18anc">18</a> Audrey Garric, (17 février 2012) “<em>Qui consomme vraiment l’eau de la planète?</em>”, Le Monde</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote19anc">19</a> “<em>A plan for growth in Europe</em>” (20 February 2012)</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote20anc">20</a> Curtis Hanson (2011), “Too Big to Fail – Il crollo dei giganti” [<a href="http://www.youtube.com/watch?v=-EGqIhKSx1c">Guarda il Film</a>]</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote21anc">21</a> Le centrali elettriche italiane sono in grado di erogare una potenza massima netta di 100 GW, con una media disponibile alla punta di 67 GW e contro una richiesta massima storica di 56 GW – [Si legga l'articolo "<a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/3095/cernobyl-fukushima-solo-andata/#sdfootnote18sym">Černobyl’ - Fukushima, solo andata</a>"]</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote22anc">22</a> <a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/2480/dobbiamo-invidiare-le-ciminiere-perche-hanno-sempre-da-fumare/#paesebalocchi">Dobbiamo invidiare le ciminiere perché hanno sempre da fumare?</a> e <a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/3095/cernobyl-fukushima-solo-andata/#sdfootnote33anc">Černobyl’ – Fukushima, solo andata</a></p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote23anc">23</a> S.Nava (20 dicembre 2010), “<em>Ecco numeri e costi della nuova emigrazione italiana</em>”, Il Sole24Ore</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote24anc">24</a> L’Italia spende lo 0,9% del PIL in formazione universitaria, contro una media europea dell’1,3%, quasi interamente finanziata dallo Stato. Le università private sono frequentate da non più del 6% dei quasi due milioni di studenti universitari. Gli Atenei statali ricevono globalmente circa 6,5 miliardi di euro all’anno, altro al 20% versato dagli studenti.</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote25anc">25</a> “<em>Changes 30% ruling adjusted by Lower House</em>” – [<a href="http://www.expatax.nl/news/changes_30_percent_ruling_adjusted.php">http://www.expatax.nl/news/changes_30_percent_ruling_adjusted.php</a>]</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote26anc">26</a> “<em>La Haine</em>” (1995), Mathieu Kassovitz [<a href="http://www.youtube.com/watch?v=2n-k3sV8Z10&amp;feature=related">Filmato</a>]</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote27anc">27</a> Dati Istat (2010), S.Nava, “<em>La Fuga dei Talenti</em>” (Sandro Onofri, Edizione 2009) – [<a href="http://fugadeitalenti.wordpress.com/">http://fugadeitalenti.wordpress.com/</a> ]</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote28anc">28</a> Repubblica (31 gennaio 2012), “<em>Lavoro, disoccupazione al 8,9%</em>”</p>
<p><a href="http://www.informazionesostenibile.info/4519/gr%CF%83%CF%83k-economy-la-tempesta-e-in-arrivo/#sdfootnote29anc">29</a> “<em>La lotta armata al bar</em>”, Canzoni da spiaggia deturpata – Le luci della centrale elettrica (2007) [<a href="http://www.youtube.com/watch?v=ieukzYfsrP4">Videoclip</a>]</p>
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		<title>Tav, 14 domande al governo</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Mar 2012 07:33:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[La crisi dell'economia]]></category>
		<category><![CDATA[No Tav]]></category>

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		<description><![CDATA[di PAOLO CACCIARI &#160; Il governo ha pubblicato in internet e dato alla stampa un documento con cui spiega le sue ragioni sul treno ad alta velocità Torino Lione. Ne ha tutto il diritto. Anzi, si tratta di una uscita attesa. Peccato solo che il governo abbia scelto una strana forma di comunicazione “non tecnica”, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/NoTavA-post.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3677" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/NoTavA-post-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>di PAOLO CACCIARI</p>
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<p>Il governo ha pubblicato in internet e dato alla stampa un documento con cui spiega le sue ragioni sul treno ad alta velocità Torino Lione. Ne ha tutto il diritto. Anzi, si tratta di una uscita attesa. Peccato solo che il governo abbia scelto una strana forma di comunicazione “non tecnica”, ammiccante e di comodo. La formula, infatti, vorrebbe assomigliare a quella spesso usata nella comunicazione aziendale: le “FAQ”, Frequently Asked Questions.  E’ un modo svelto ed efficace per facilitare l’uso di un prodotto tenendo conto delle capacità di comprensione dei clienti/utenti. Una sorta di istruzioni guidate per l’uso. Ma c’è un’etica deontologica anche nella comunicazione commerciale: per funzionare davvero le  <em>questions</em> devono essere le domande che realmente si pongono i clienti alle prese con un nuovo prodotto, non quelle che l’azienda si immagina o preferirebbe le venissero rivolte. C’è una bella differenza! Nel primo caso &#8211; FAQ davvero utili &#8211; l’azienda raccoglie in modo obiettivo i quesiti e si mette in relazione di ascolto con il cliente per cercare di adeguare la propria azione ai suoi bisogni, nel secondo caso &#8211; FAQ farlocche – si tratta di un penoso tentativo di manipolazione da marketing: far credere che ogni problema sia superabile. Insomma, se davvero il Governo avesse voluto avviare una operazione di verità e trasparenza avrebbe dovuto limitarsi a raccogliere in modo scientifico le domande vere più frequenti che si fanno gli abitanti della Val di Susa sul Tav da ventidue anni e, a queste, rispondere. Se ne è capace.</p>
<p>Le 14 sedicenti domande sono una brutta caduta di stile per un Governo sedicente tecnico. O si è tecnici o si è imbonitori. O si accetta un confronto circostanziato e documentato, o “si fa politica” alla vecchia maniera. O si assume il metodo (giusto) usato per bocciare le Olimpiadi a Roma o quello (sbagliato) del Tav in Val di Susa.</p>
<p>Vi ricordate quando un bravo giornalista di “la Repubblica”, il compianto Peppe D&#8217;Avanzo, incalzava quotidianamente Berlusconi con la stessa serie di domande (ovviamente rimaste inevase) sui suoi comportamenti? Bene, sarebbe una bella dimostrazione di obiettività e di servizio pubblico se lo stesso metodo venisse usato anche nel caso del Tav. Provo ad elencare alcune delle domande vere che si fa la popolazione  della Valle.</p>
<ol start="1">
<li>Perché non è stata elaborata una analisi comparata preliminare tra varie ipotesi progettuali alternative (tra cui l’ammodernamento delle tratte esistenti che potrebbero assorbire una crescita da 4 a 8 volte i volumi di traffico attuali )? In tutta Europa si fa e si chiama VAS: Valutazione Ambientale  Strategica. Perché il governo non la prevede?</li>
</ol>
<ol start="2">
<li>Come fa il governo ad essere così sicuro che l’opera verrà comunque realizzata e che non avrà impatti ambientali negativi (ma è verosimile?) se ancora non esiste un Progetto Definitivo e  tantomeno vi è stata una procedura di Valutazione di Impatto Ambientale integrale (richiesta dalle Direttive europee) sull’intera opera?</li>
</ol>
<ol start="3">
<li>Perché il progetto è stato approvato da governo prima ancora di una analisi economica costi/ricavi?</li>
</ol>
<ol start="4">
<li>Quali priorità si è dato il Governo nell’opera di ammodernamento delle linee ferroviarie italiane, considerando che non si è dotato di un piano nazionale della mobilità?</li>
</ol>
<ol start="5">
<li>Per quali ragioni tutte le tratte per Tav  realizzate fino ad ora in Italia hanno totalizzato, a consuntivo, aumenti dei costi di sei, otto, dieci volte?</li>
</ol>
<ol start="6">
<li>Per quale motivo è venuto meno il finanziamento inizialmente promesso dai privati per il 60%, tant’è che ora nessuno più propone il “project financing” ?</li>
</ol>
<ol start="7">
<li>Di quanto tempo sarà abbreviato il percorso con il Tav  sulla tratta Milano Parigi e, di conseguenza, quale dovrà essere il costo reale del biglietto per passeggero trasportato per raggiungere il pareggio di bilancio della linea (ammortamenti e costi di gestione)?</li>
</ol>
<ol start="8">
<li>Identico ragionamento va riproposto per quanto riguarda le merci: tempo risparmiato, costo per collo trasportato.</li>
</ol>
<ol start="9">
<li>Per quale motivo sono state scelte procedure “semplificate” nell’esecuzione dei lavori che non rispettano le normali procedure di informazione della popolazione interessata e nemmeno la normale tutela degli interessi dei proprietari dei terreni espropriati (occupati manu militari), evadendo persino l’applicazione di idonee misure di sicurezza del cantiere?</li>
</ol>
<ol start="10">
<li>Quali sono i piani e i costi dettagliati per le indagini epidemiologiche, il monitoraggio e lo smaltimento dell’”amianto sporadico” presente fino al 15% nel materiale di scavo (“smarino”)? E quali procedure verrebbero adottate nel caso ci si imbatta in una vena significativa di materiale uranifero?</li>
</ol>
<ol start="11">
<li>Quali misure saranno adottate per abbattere a zero l’inaccettabile aumento dal 10 al 20% (previsto negli stessi studi dei proponenti) della malattie cardiovascolari e respiratorie dovute agli anni di cantiere (come è già stato accertato in casi di lavori analoghi, per esempio al Mugello)?</li>
</ol>
<ol start="12">
<li>In forza a quali regole di trasparenza e buona amministrazione i lavori per realizzare la nuova galleria geognostica di Chiomonte non sono stati assegnati con regolare gara, preferendo invece il vecchio raggruppamento di imprese sorto per realizzare la galleria di Venaus cancellata dopo il 2005 che era profondamente diversa nel tracciato e molto meno costosa?</li>
</ol>
<ol start="13">
<li>Con quali risorse sarà possibile tenere aperta la ferrovia in quota (che serve i paesi e le località turistiche dell’alta valle) quando dovesse venire aperta la galleria di base (come dimostra ampiamente la sorte di treni pendolari, intercity e notturni cancellati dalla rete ordinaria per dare ossigeno all’attuale dorsale TAV)?</li>
</ol>
<ol start="14">
<li>Perché il Governo non adotta processi di democrazia partecipativa, sul modello del <em>débat public</em> francese o analogo  <em>public hearing </em>anglosassone, e si rifiuta di istituire un tavolo di valutazione tecnico super partes (per esempio, composto da persone estratte a sorte, sul modello delle giurie popolari) a cui cedere il potere decisionale?</li>
</ol>
<p>Fino a che il governo e i suoi sostenitori non vorranno rispondere a queste domande, i valsusini – e noi con loro – saremo autorizzati a pensare che le uniche vere ragioni per realizzare l’opera siano quelle delle lobby della movimentazione terra e del cemento.</p>
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		<title>Fornero non è flessibile</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Mar 2012 15:49:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[La crisi dell'economia]]></category>

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		<description><![CDATA[di ALFONSO GIANNI Si può anche sostenere che la ministra Fornero, nella sua lunga lettera inviata a La Stampa, in fondo non dica nulla di concreto e di valido ai fini del confronto in corso fra governo e parti sociali sul mercato del lavoro. Tuttavia non è disutile analizzare le numerose e clamorose contraddizioni che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/Elsa-Fornero-lavoro-638x425.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3654" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/Elsa-Fornero-lavoro-638x425-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>di ALFONSO GIANNI</p>
<p>Si può anche sostenere che la ministra Fornero, nella sua lunga lettera inviata a <em>La Stampa</em>, in fondo non dica nulla di concreto e di valido ai fini del confronto in corso fra governo e parti sociali sul mercato del lavoro. Tuttavia non è disutile analizzare le numerose e clamorose contraddizioni che caratterizzano il suo discorso.</p>
<p>Fornero fa infatti un’affermazione importante della quale in primo luogo il suo governo dovrebbe tenere nel massimo conto. La ministra ci dice che le riforme pro flessibilità introdotte con generosità lungo gli ultimi quindici anni non ha fatto altro che accompagnare e probabilmente favorire la “debole crescita” che ha caratterizzato il nostro paese ben prima che esso venisse coinvolto nella terribile crisi economica mondiale che stiamo attraversando. La ragione, o una delle principali ragioni, è esattamente quella individuata dalla ministra, ovvero il fatto che “il maggiore grado di flessibilità e il conseguente calo del costo effettivo (del lavoro) hanno indotto alcune componenti del sistema produttivo a ritardare l’aggiustamento strutturale richiesto dal nuovo assetto mondiale anziché accelerarlo”. A questo fenomeno la ministra aggiunge le croniche carenze del nostro sistema formativo nonché i sempre presenti “ritardi della pubblica amministrazione”.</p>
<p>L’affermazione non è da poco. Essa infatti conferma esattamente che flessibilità, “spesso trasformatesi in precarietà” (sono sempre parole di Fornero), e ossessiva ricerca del minor costo del lavoro sono fattori che aumentano la debolezza complessiva di un sistema economico e produttivo, tendono a rallentare la crescita o addirittura a coogenerare recessione tanto più quando la competizione internazionale è più accanita. Si badi bene: questa analisi viene preposta, quindi considerata più importante, a quella generalmente prevalente sul carattere duale del mercato del lavoro italiano, diviso fra settori precari o con minori diritti e quelli compresi nel circolo delle imprese al di sopra dei 15 addetti.</p>
<p>E’ esattamente quanto viene affermato nei migliori studi scientifici sulla evoluzione del sistema economico e produttivo e sulla sua correlazione con la legislazione e l’organizzazione concreta del mercato del lavoro nel campo dei paesi industrialmente più avanzati. Questi hanno dimostrato che tra aumento della precarietà e diminuzione della crescita, passando attraverso una precipitazione della qualità dei prodotti e quindi di competitività del sistema nel suo complesso, vi è una precisa relazione di causa ed effetto riscontrabile anche empiricamente. Di per sé quindi le parole della ministra non aggiungono nulla di innovativo a quanto già sapevamo. Ma il fatto che sia lei a dirlo costituisce un fatto politico in sé, anche se contraddetto dalla pratica negoziale  e legislativa del governo di cui fa parte.</p>
<p>Infatti da una simile analisi ci si potrebbe logicamente aspettare una esplicita dichiarazione di intangibilità dell’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori, in quanto si dovrebbe escludere una sua diretta responsabilità nella “debole crescita” del sistema produttivo italiano e persino nella segmentazione del mercato del lavoro italiano, essendo questa ultima dovuta al pessimo utilizzo della flessibilità da parte degli operatori economici e non già alla permanenza di rigidità in uscita dal rapporto di lavoro. Ma la ministra non trae questa logica conclusione, anche se dell’articolo 18 nella sua intervista non fa pure un cenno. Come si vede la coerenza non è il piatto forte di questi “tecnici” diventati politici a tutto tondo in quanto ministri.</p>
<p>Il percorso contradditorio su cui si muove la lettera della ministra diventa ancora più chiaro, quindi più grave, quando essa si addentra in un paragone con la Germania. Fornero si lancia in uno sperticato elogio del sistema tedesco, lodando senza misura le riforme introdotte in quel paese particolarmente nel campo del mercato del lavoro. Essa ci racconta di una maggiore flessibilità ottenuta “sia con nuove tipologie contrattuali sia negli spazi della contrattazione tra impresa  e lavoro”.</p>
<p>Per non disvelare le evidenti contraddizioni nelle quali si infila sempre più il suo discorso, Fornero è costretta qui a tacere su diversi elementi che riguardano il caso tedesco e la sua relazione con quello italiano. La ministra tace ad esempio, e non dovrebbe farlo, sul fatto che i salari tedeschi, benché ancora inferiori a quanto sarebbe bene che fossero in relazione all’enorme sviluppo della produttività in quel paese, sono nettamente superiori al nostro, fanalino di coda insieme alla Grecia nella Ue. Non dice che negli accordi tra le parti sociali in Germania è largamente usata la <em>flessibilità interna</em> all’azienda, ovvero la riduzione dell’orario di lavoro per evitare la pioggia dei licenziamenti. E’ grazie  a questo che la Germania ha avuto <em>perfomances </em>occupazionali anche dentro questa crisi. E’ vero, come ci avvertono fonti analitiche alternative a quelle ufficiali, che in Germania si è fatto ampiamente uso del <em>lifting</em> delle cifre sulla disoccupazione, corrette probabilmente per quasi un milione di unità, grazie alla possibilità di contare come occupati anche coloro che hanno rapporti sporadici con il mondo del lavoro o partecipano a corsi di formazione o di riqualificazione. Ma resta pur sempre vero che questi aggiustamenti delle cifre sono usati anche altrove, compreso da noi, e che in ogni caso la condizione della Germania sia migliore degli altri paese sotto il profilo occupazionale, al punto che recentemente i tedeschi hanno riaperto le frontiere della immigrazione di mano d’opera proveniente da est per fare fronte alla domanda di lavoro nei settori più bassi non diversamente soddisfabile. Ma soprattutto la ministra tace sul fatto che l’indice di rigidità nell’uscita dai rapporti di lavoro in Germania è superiore che nel nostro paese (rispettivamente 3.0 e 1.77), il che dimostra che proprio l’esperienza della migliore economia produttiva del continente esclude che la facilitazione dei licenziamenti possa essere un efficace volano nella ripresa economica.</p>
<p>Infine Fornero fa riferimento alla ben maggiore generosità del welfare state tedesco, in particolare per quanto riguarda il sostegno diretto ai disoccupati: “prima della crisi la spesa pubblica (in Germania) per il sostegno alle famiglie, i sussidi ai disoccupati, i provvedimenti per l’abitazione e contro l’esclusione sociale raggiungeva il 5,1 per cento del Pil, contro l’1,8 per cento in Italia”. Quindi se ne dovrebbe dedurre che il welfare state è un potente fattore di crescita e che il suo incremento è ciò che esattamente bisognerebbe fare proprio per evitare e per uscire da una crisi economica che comporta una profonda recessione come quella attuale. Che quindi una misura come il reddito minimo garantito, così come richiesta dallo stesso Parlamento Europeo, finalizzato alla ricerca di un buon lavoro, un <em>decent work</em> come dicono gli inglesi, sarebbe la cosa da introdurre anche nel nostro sistema che, uno dei pochissimi in Europa, ne è del tutto privo. Invece l’esito di queste buone considerazioni si traduce nel suo contrario quando si passa ad esaminare le proposte del governo che addirittura vorrebbero eliminare la cassa integrazione straordinaria e si guardano bene di affrontare in termini concreti, cioè economici, il tema di un’estensione in senso universalistico del welfare state e delle misure contro la disoccupazione fino al reddito minimo.</p>
<p>Non ci sono soldi, fa capire la ministra. Qualche sindacalista offre la risposta sbagliata, come Bonanni che fa riferimento alla possibilità di utilizzare in questa direzione ciò che si risparmia togliendolo ai pensionati. Certo che non ci sono se non si introduce una tassazione patrimoniale  e invece si persegue la strada dell’introduzione nella Costituzione del pareggio di bilancio (la Camera ne ha iniziato l’esame in questi giorni in seconda lettura), che inibisce qualunque possibilità di spesa in deficit per politiche sociali.</p>
<p>Ma i paradossi non finiscono mai. Il nostro governo e gli altri paesi della Ue firmano il nuovo <em>fiscal compact</em>, che prevede appunto la militarizzazione del pareggio di bilancio, e nello stesso giorno due paesi come la Spagna e l’Olanda dichiarano candidamente che non saranno in grado di rispettare i limiti previsti nel contenimento del deficit. Possibile che proprio noi dobbiamo esser più realisti del re? In realtà il <em>cupio servendi</em> verso l’attuale governance europea pare essere la vera cifra di questo governo, non a caso il più politico degli ultimi tempi.</p>
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		<title>&#8220;La crescita è da ripensare&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Feb 2012 08:14:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[La crisi dell'economia]]></category>

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		<description><![CDATA[di PAOLO CACCIARI Ci siamo, finalmente: “La crescita, un obiettivo da ripensare”, titolava a tutta pagina Il Sole 24 Ore di domenica 12 febbraio 2012. L’articolo è una traduzione di uno scritto di Kenneth Rogoff, professore di economia alla Harvard University: “La macroeconomia sembra spesso considerare una crescita economica rapida e stabile come lo scopo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/02/crescita-economica-verde2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3504" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/02/crescita-economica-verde2-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>di PAOLO CACCIARI</p>
<p>Ci siamo, finalmente: “La crescita, un obiettivo da ripensare”, titolava a tutta pagina <em>Il Sole 24 Ore</em> di domenica 12 febbraio 2012. L’articolo è una traduzione di uno scritto di Kenneth Rogoff, professore di economia alla Harvard University: “La macroeconomia sembra spesso considerare una crescita economica rapida e stabile come lo scopo principale di tutte le politiche, un messaggio che viene ribadito nei dibattiti politici, nelle sale di consiglio delle banche e nei titoli di prima pagina dei quotidiani. Ma ha effettivamente senso continuare a considerare la crescita come il principale obiettivo sociale?”, si chiede retoricamente l’economista, che fa proprie le considerazioni della commissione  Stiglitz, Sen e Fitoussi sull’inadeguatezza dell’indice del Pil a misurare l’effettivo benessere di una popolazione.</p>
<p>Seppur con quarantacinque anni di ritardo dal discorso del candidato presidente Robert Kennedy (“Il Pil misura tutto ad eccezione di ciò che conta veramente”) e quarantasette dall’economista Kenneth Boulding, che pronunciò la famosa battuta: “Chi crede in una crescita esponenziale in un mondo finito o è un pazzo o è un economista”, anche gli economisti <em>mainstream</em> sembrano avere dei dubbi. Il prof. Rogoff può oggi appoggiarsi ad una serie di studi che hanno dimostrato empiricamente come la percezione della “felicità” individuale, superata una certa soglia di reddito, non segue l’andamento del Pil, poiché nelle valutazioni individuali entrano anche molti altri fattori non misurabili in termini monetari: qualità dell’ambiente,  condizioni psicologiche, relazioni umane. Da qui la conclusione forte che ci troveremmo di fronte al “fallimento della teoria della crescita”.</p>
<p>L’economista americano punta l’attenzione soprattutto sul fatto che sarebbe irrealistico oltre che mostruoso ipotizzare indici di crescita costanti annui tali da raddoppiare i redditi ogni settant’anni (al ritmo di una crescita del Pil del solo 1%), di otto volte in due secoli. “L’ossessione di continuare a massimizzare la crescita a lungo termine del reddito medio trascurando altri rischi e considerazioni è in parte assurda”. Mentre “sarebbe più logico preoccuparsi della sostenibilità e della durata della crescita globale a lungo termine”.</p>
<p>Insomma, una conclusione analoga a quanto affermano i critici della crescita da molto tempo: l’aumento esponenziale (un tot all’anno sull’anno precedente) sul lungo periodo è una ossessione suicida. O, più probabilmente, una promessa bugiarda pronunciata per tentare di far digerire all’opinione pubblica delle misure drammaticamente restrittive; la cosiddetta “austerità”. Anche loro, i <em>policy makers</em>, sanno benissimo che non ci potrà essere nessuna nuova crescita né nel 2013, né nel 2014, né in Grecia, né in Italia, né altrove nelle economie industriali mature.  Poiché questa non è una crisi congiunturale, una parentesi che presto si chiuderà e tutto tornerà come prima. Il neoministro economico Barca lo ha affermato chiaramente: il massimo obiettivo del governo è mantenere uno “stato stazionario” dell’economia. Sembra sentire Herman Daly , allievo di Georgescu-Rogen, oltre che di Boulding, che già agli inizi degli anni settanta, facendo riferimento alle leggi della termodinamica, asseriva la necessità di trovare una  <em>steady-state economy</em> in equilibrio biofisico.</p>
<p>Ostinarsi a spremere un limone che è già alla buccia non è molto intelligente. Intensificare lo sfruttamento dei mezzi di produzione (lavoro e risorse naturali) oltre ogni rendimento ipotizzabile, significa – per ragionare in termini comprensibili anche agli economisti – superare ogni convenienza nel bilancio costi/benefici: i danni che ne derivano superano gli utili.</p>
<p>Non è un ragionamento che riguarda solo (si fa per dire) l’ambiente naturale, ma anche e prima di tutto il lavoro umano. Che senso ha  aumentare in  continuazione lo sforzo lavorativo, il tempo dedicato all’ottenimento di un reddito che è sempre più svalutato e insufficiente per comprare merci sempre più scadenti, deteriorabili e con uno scarso valore d’uso? Si tratta di un giro vizioso che forse fa aumentare il Pil, ma peggiora progressivamente le condizioni di vita.  Sarebbe meglio seguire i suggerimenti dell’economista Kenneth Rogoff: disinteressarci della crescita a breve, trimestrale di cassa per trimestrale di cassa, e pensare in una prospettiva di lungo periodo. Lavorare, cioè, per mantenere efficienti più a lungo possibile le limitate risorse naturali e per produrre beni che durino nel tempo, possano essere riusati, riciclati, reimpiegati.</p>
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