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	<title>Democrazia Km Zero &#187; La crisi della democrazia</title>
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	<description>Rinnoviamo insieme la democrazia dal basso</description>
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		<title>La Repubblica del 99%</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 12:02:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[La crisi della democrazia]]></category>
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		<description><![CDATA[di AMADOR FERNANDEZ-SAVATER * &#8220;Più legna, è la guerra!&#8221;. Il treno dei Fratelli Marx (citazione dal film &#8220;Go West!&#8221; e alla scena in cui i fratelli Marx alimentano la locomotiva del treno con il legname dei vagoni, ndt) è oggi l&#8217;immagine più esatta del capitalismo. Lanciato a capofitto in una fuga in avanti, smantella se [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3919" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/Indignados_MadridR400-300x206.jpg" alt="" width="300" height="206" /></p>
<p>di AMADOR FERNANDEZ-SAVATER *</p>
<p>&#8220;Più legna, è la guerra!&#8221;. Il treno dei Fratelli Marx (citazione dal film &#8220;Go West!&#8221; e alla scena in cui i fratelli Marx alimentano la locomotiva del treno con il legname dei vagoni, ndt) è oggi l&#8217;immagine più esatta del capitalismo. Lanciato a capofitto in una fuga in avanti, smantella se stesso per continuare ad alimentare il fuoco della macchina. Diritti, garanzie, vite, ricchezze, risorse, cautele, legami, l&#8217;intero edificio della civiltà sociale moderna. La folle corsa del capitalismo minaccia di divorare tutto. Non vi è alcun piano complessivo né a lungo termine: basta prendere tutto il legname necessario perché la macchina continui a funzionare. Il capitalismo è diventato completamente punk:<em>&#8220;no future&#8221;.</em></p>
<p>Qualcosa di molto profondo è rotto. Facciamo finta di niente, ma lo sappiamo. La sensazione generale è: &#8220;tutto è possibile&#8221;. Che l&#8217;Unione europea cacci la Spagna dall&#8217;euro, un <em>corralito</em> (una crisi alla argentina, ndt) o un&#8217;insurrezione. Qualsiasi cosa. Ma ci aggrappiamo alla possibilità più remota: che le cose rimangono le stesse, che si ritorna alla &#8220;normalità&#8221;. Il capitalismo improvvisa, ma anche i movimenti che gli si oppongono. Non c&#8217;è bussola che valga, le mappe che abbiamo ci cadono dalle mani, non sappiamo dove andiamo. E&#8217; come se nonc i resti che seguire gli avvenimenti del giorno: ieri le faccende del re (una polemica recente sulle spese della famiglia reale spagnola, ndt), oggi quella di Repsol (multinazionale spagnola, la cui filiale argentina è stata nazionalizzata dal governo della presidenta Kirchner, ndt), domani si vedrà. <em>The time is out of joint </em>(citazione dall&#8217;Amleto di Shakespeare, tradotto in genere con &#8220;il tempo si è spezzato&#8221;, ndt)<em>.</em></p>
<p>Protestare sembra inutile. I greci hanno già fatto più di dieci scioperi generali senza riuscire a rallentare rallentare di una briciola la velocità assurda della locomotiva, o a diminuire il suo potere terribile di devastazione. È come se i poteri si fosse de.connessi dalla società e non ci sia il modo di colpirli. Fa paura. Il ritmo di distruzione del capitalismo si è accelerato per mille dal 2008. Divora in pochi secondi conquiste che hanno richiesrto decenni di lavoro e di lotte. E non sappiamo come fermarlo.</p>
<p>Se tutto va a fondo, almeno partecipiamo al naufragio. Un amico di Barcellona mi ha detto che la tolleranza verso la violenza di strada, durante l&#8217;ultimo sciopero generale, era enorme,: &#8220;tu taglia, io brucio&#8221;. Una risposta legittima. Cosa sarà, bruciare un cassonetto, a confronto con milioni di vite bruciate? Più legname è la guerra: tagli, repressione, menzogne. Ciò che è normale, è ovvio, è la rabbia, l&#8217;odio, la violenza. Legittimo, ma inutile. Gran testate contro il muro, ogni volta sempre più furiosi, ciechi e disperati. Ma il muro e non cede.</p>
<p><em>Loro scelgono i temi.</em><br />
<em>Loro stabiliscono i tempi.</em><br />
<em>Loro creano gli scenari.</em><br />
<em>Noi reagiamo.</em></p>
<p>Qualcuno da queste parti ha visto <a href="http://translate.google.com/translate?hl=it&amp;prev=_t&amp;sl=es&amp;tl=it&amp;u=http://www.youtube.com/watch%3Fv%3DXE-4YaMgUr4%26feature%3Drelated"><em>Michael Collins</em></a>? Il film, sulla vita del leader rivoluzionario irlandese, inizia con l&#8217;insurrezione di Pasqua del 1916. L&#8217;Ira prende un edificio amministrativo, ma gli inglesi li sconfiggono. Non è la prima volta: seguendo le regole della guerra convenzionale, l&#8217;Ira ha sempre perso. Nell&#8217;organizzazione ci sono quelli che pensano che il continuo &#8220;sacrificio di sangue&#8221; aiuta la nascita della nazione irlandese: la repressione provocherà nuove adesioni causa alla causa e nuove insurrezioni. Tanto peggio tanto meglio.</p>
<p>Michael Collins non pensa affatto questo. In carcere riflette e propone un cambiamento strategico radicale: &#8220;da oggi agiremo come se la Repubblica d&#8217;Irlanda sia una realtà. Combatteremo l&#8217;impero britannico ignorandolo. Non seguiremo le loro regole, inventeremo le nostre&#8221;. Iniziò così una guerra di guerriglia storica, che ha fatto impazzire per anni gli inglesi e, infine, li ha costretti a negoziare il primo trattato di pace e di indipendenza con gli irlandesi</p>
<p>Quel che Michael Collins decide è smettere di dare testate al muro. Non vuole semplicemente aver ragione, né sacrificare qualcuno in nome di un futuro migliore. Vuoi vivere e vincere. E questo significa: creare la realtà. <em>Il vero contrattacco è creare nuova realtà..</em> Perciò propone paradossalmente una finzione: facciamo &#8220;come se&#8221; la Repubblica irlandese sia un fatto.</p>
<p>Le finzioni sono cose serie. I rivoluzionari francesi del Settecento hanno deciso di &#8220;agire come se&#8221; non fossero più i sudditi del vecchio regime, ma cittadini in grado di pensare e di scrivere una Costituzione. I proletari dell&#8217;Ottocento secolo hanno deciso di &#8220;agire come se&#8221; non fossero i muli da lavoro che la realtà li costringeva ad essere, ma persone uguali a tutti gli altri, in grado di leggere, scrivere, parlare e auto-organizzarsi. E hanno cambiato il mondo. La finzione è una forza materiale dal momento in cui ci crediamo e ci organizziamo di conseguenza.</p>
<p>Non indignarsi, reagire o chiedere, ma agire come se la <em>Repubblica del 99%</em> sia una realtà, combattere il potere ignorandolo, non obbedire alle loro regole, ma inventare le nostre. Che cosa potrebbe significare, questo?</p>
<p>Immagino per prima cosa, in tutte le piazze, una dichiarazione di massa di rottura con la realtà marcia della monarchia, dell&#8217;economia e della politica. Un gesto sereno, tranquillo: &#8220;siete licenziati, noi ce ne andiamo&#8221;. Il nostro giuramento della Pallacordas (episodio chiave della rivoluzione francese di fine Settecento, ndt). Poi dovremmo trarre tutte le possibili conseguenze <em>pratiche</em> possibili di una cosa impossibile: la Repubblica del 99% è una realtà, cosa ne consegue? Decidere i nostri tempi, temi e scenari. Farli esistere e rispettare e durare e crescere. Abitare già un altro paese: reale e immaginario, visibile e invisibile, intermittente e continuo.</p>
<p><em>Il modo migliore per difendere qualcosa è reinventare tutto.</em><br />
<em>Non per te e i tuoi, ma per il 99% (viaggiamo tutti sullo stesso treno).</em><br />
<em>La nostra vendetta è essere felici.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*Articolo scritto per il periodico madrileno <a href="http://translate.google.com/translate?hl=it&amp;prev=_t&amp;sl=es&amp;tl=it&amp;u=http://www.diagonalperiodico.net/">Diagonal</a> (www.diagonalperiodico.org). <a href="http://www.rebelion.org/mostrar.php?tipo=5&amp;id=Amador%20Fern%C3%A1ndez-Savater&amp;inicio=0">Amador Fernández-Savater</a>, saggista e attivista sociale, è redattore della casa editrice Acuarela Libros, ha diretto per anni la rivista Archipiélago e ha partecipato attivamente a vari movimenti di base a Madrid (studenteschi, anti-globalizzazione, copyleft, &#8220;no guerra&#8221;, V Housing , 15-M). Ha scritto libri sul movimento degli &#8220;indignados&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Galline in fuga</title>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 10:20:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[La crisi della democrazia]]></category>

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		<description><![CDATA[di PIERLUIGI SULLO Doveva accadere e sta accadendo. Con la sorprendente rapidità di un evento catastrofico a lungo previsto &#8211; temuto o desiderato &#8211; ma che per la sua entità spaventa. Atterrisce perché non si vede come e cosa si potrebbe ricostruire sugli edifici che stanno crollando. Il sistema della politica moderna &#8211; non solo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/img_606X341_0505-Greece-Elections-EveAnalyst-Voxpops.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3945" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/img_606X341_0505-Greece-Elections-EveAnalyst-Voxpops-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a>di PIERLUIGI SULLO</p>
<p>Doveva accadere e sta accadendo. Con la sorprendente rapidità di un evento catastrofico a lungo previsto &#8211; temuto o desiderato &#8211; ma che per la sua entità spaventa. Atterrisce perché non si vede come e cosa si potrebbe ricostruire sugli edifici che stanno crollando. Il sistema della politica moderna &#8211; non solo i partiti, che ne sono una protesi, ma la forma stessa della democrazia liberale &#8211; si sta sbriciolando: è questo il senso dello sciame di elezioni &#8211; scosse telluriche &#8211; che ha investito l&#8217;Europa nello scorso fine settimana.</p>
<p>Ignacio Ramonet ha coniato un neologismo (i tempi sono tali che nominare le cose è sempre più arduo): &#8220;austeritarismo&#8221;, una fusione tra &#8220;austerità&#8221;, religione degli Stati nazionali complici e vittime dei &#8220;mercati&#8221;, e &#8220;autoritarismo&#8221;, ossia il regime politico in cui non ci si sente, e non si è, precisamente vittime di una dittatura, bensì di un complesso di norme e poteri, apparentemente legittimi, che però perseguono uno scopo senza tenere in nessun conto le correnti di pensiero e i movimenti della società, dei cittadini in generale. L&#8217;austerità, ossia il trasferimento di ricchezza dalla società alla speculazione finanziaria, illusorio mezzo di &#8220;stabilità&#8221;, è il contenuto; la politica dei &#8220;tecnici&#8221;, in Italia e non solo, è la forma. Il fine e il mezzo.</p>
<p>Ma questa tenaglia ha stritolato non solo i redditi e la protezione sociale, la tutela ambientale e i residui canali attarverso cui i cittadini potevano dialogare &#8211; o confliggere &#8211; con le istituzioni. Ha soprattutto disarticolato la rappresentazione della democrazia, cancellato in pochi mesi qualche decennio di ostinata elaborazione di tecniche del consenso, di marketing elettorale, l&#8217;ammasso di &#8220;talk show&#8221;, &#8220;spin doctor&#8221;, ricerca del voto &#8220;moderato&#8221; (cioè passivo e immobile), alernanze e maggioritario, che ha sostenuto la cosiddetta &#8220;seconda repubblica&#8221; in Italia, e in generale i sistemi politici europei, negli ultimi vent&#8217;anni. I partiti sono odiati non solo, o non soprattutto, perché i loro dirigenti sono bugiardi, incapaci, perché la macchina della &#8220;politica&#8221; drena grandi quantità di denaro ed è fondamentalmente corrotta, ma proprio perché di colpo si è mostrata la loro inutilità.</p>
<p>La Francia sembra un&#8217;eccezione: al ballottaggio tra Sarkozy e Hollande ha votato l&#8217;eccezionale percentuale dell&#8217;80 per cento. E a vincere è stato un politico di lungo corso del Partito socialista. La Francia è un paese in cui lo spirito repubblicano e il prestigio dello Stato sono tuttora grandissimi, e che può sperare di restare nel piccolo numero degli Stati nazionali in grado di far fronte alla finanza globale (speranza vana, probabilmente). Ma anche lì il voto al Front national e quello al Front de gauche &#8211; insieme quasi un terzo dell&#8217;elettorato &#8211; avevano segnalato, in modo opposto, al primo turno, che le formazioni più grandi, quelle che alternativamente prendono la maggioranza, sono lesionate: Sarkozy e Hollande, insieme, valgono non più del 60 per cento di quelli che vanno a votare.</p>
<p>E questo è un primo tratto comune alle elezioni nei diversi paesi europei: il bipolarismo, lungamente coltivato comne il migliore dei sistemi politici possibili, non funziona più. In Grecia, Nuova democrazia, la destra, e il Pasok, la sinistra, che per quarant&#8217;anni hanno dominato la scena, insieme raccolgono circa il 30 per cento. In Italia è più difficile dire: elezioni amministrative con battaglioni di liste civiche di ogni genere, incluse quelle fasulle create dai partiti. Ma è indubbio che il partito berlusconiano sia crollato, che il &#8220;terzo polo&#8221; sia disperso come un formicaio preso a calci (ogni segmento insegue il suo piccolo interesse locale), mentre il Pd sembra &#8220;tenere&#8221;, ma solo dove si allea con i più critici del governo Monti o presenta candidati diversi da quelli che spontaneamente sceglierebbe. C&#8217;è un piccolo comune il cui voto dovrebbe far riflettere Bersani e i suoi: Avigliana, paese di origine di Fassino, in Val di Susa, dove l&#8217;attuale sindaco di Torino e il precedente, Chiamparino, hanno spedito una lettera a tutte le famiglie per invitarle a votare per il candidato Pd-Pdl. Ha vinto il candidato No Tav. La &#8220;grande coalizione&#8221;, la lista chiamata appunto &#8220;Grande Avigliana&#8221;, ha perso disastrosamente.</p>
<p>Avigliana è &#8211; nel suo piccolo &#8211; un modello. Ovunque, gli elettori hanno cercato altre possibilità più <em>efficaci </em>e affidabili dei partiti tradizionali. A Genova c&#8217;era il candidato Doria, che ha quasi vinto al primo turno, ma il Pd si è fermato al 23 per cento. A Parma non ci si fidava del politico già presidente della provincia, candidato del centrosinsitra, e moltissimi hanno votato per il candidato grillino. Eccetera. Il &#8220;movimento 5 stelle&#8221; è l&#8217;effetto, prima di tutto, di questa fuga dai partiti verso qualunque cosa apparisse come alternativo, incluso perfino un vecchio navigatore come Leoluca Orlando a Palermo. I grillini, in più, offrono due caratteristiche in evidente contraddizione tra loro: la prima è la verticalità del guru, del lider maximo, lo stesso Beppe Grillo; la seconda è il fatto che liste e candidati sono effettivamente frutto dei territori, hanno conoscenza e sapienza locali, la loro orizzontalità è rassicurante. In questo caso, le due qualità dei &#8220;cinque stelle&#8221; si sono alimentate a vicenda. Offrendo un approdo ad elettori Pd delusi e ad elettori leghisti delusi, ma anche degli altri partiti. E la Lega, l&#8217;&#8221;anti-partito&#8221; della seconda repubblica, ha pagato il pegno dell&#8217;essere diventata un pezzo di potere come gli altri, con gli stessi vizi: è fin troppo ovvio.</p>
<p>Ma questa fuga dai partiti, che ricorda il bellissimo film di animazione intitolato &#8220;Chicken run&#8221;, galline in fuga, si approfondisce quando più profonda è la crisi sociale. In Grecia è un fenomeno clamoroso: si vota per chiunque tranne per chi ha approvato &#8220;memorandum&#8221; ed altri strumenti di tortura sociale. La Grecia, paese di dieci milioni di abitanti, conta in questo momento, a causa dell&#8217;&#8221;austeritarismo&#8221;, 400 mila bambini denutriti. Non basta, questo numero, per concludere che i partiti, i governi, sono nel migliore dei casi dei pericolosi incapaci?</p>
<p>Perciò ci si ribella. Di fatto, si smantellano i sistemi politici ormai percepiti come nemici. E se in Francia ha votato l&#8217;80 per cento, al ballottaggio, in Italia la partecipazione al voto &#8211; municipale, per di più &#8211; è scesa del 7 per cento, dopo essere scesa di altro 7 per cento nelle elezioni precedenti. In Grecia non hanno votato più di quattro elettori su dieci. Altra via di fuga: non mi serve, è nocivo, quindi non voto più.</p>
<p>Il terremoto è talmente profondo e repentino da spaventare anche chi &#8211; come noi &#8211; da anni segnala la crisi della democrazia rappresentativa, che è stata, nel bene e nel male, la pietra angolare della vita sociale dal 1947 a oggi. L&#8217;ignoto fa paura. Quel che appare è che il discorso pubblico &#8211; i politici chiamati a commentare eternamente le elezioni in tutte le televisioni, ciechi, sordi e preoccupati soprattutto di fingere il passato &#8211; suona falso come una moneta bucata, che le alternative rispecchiano bruscamente, quasi brutalmente, la caduta di fiducia e di senso del voto, che affronteremo una infinita transizione verso chissà cosa.</p>
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		<title>Hollande e il terremoto greco</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 07:40:27 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[La crisi della democrazia]]></category>

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		<description><![CDATA[di ROBERTO MUSACCHIO Mentre a Piazza della Bastiglia si festeggiava la liberazione da Sarkozy e l’ascesa di Hollande, lo spoglio dei voti  in Grecia continuava, rendendo sempre più incerta l’esistenza di una maggioranza, anche minima, a favore delle misure draconiane imposte ad un popolo stremato dalla troika (Commissione europea, Banca centrale europea, Fondo monetario). Ora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/hollande.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3934" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/hollande-300x228.jpg" alt="" width="300" height="228" /></a>di ROBERTO MUSACCHIO</p>
<p>Mentre a Piazza della Bastiglia si festeggiava la liberazione da Sarkozy e l’ascesa di Hollande, lo spoglio dei voti  in Grecia continuava, rendendo sempre più incerta l’esistenza di una maggioranza, anche minima, a favore delle misure draconiane imposte ad un popolo stremato dalla troika (Commissione europea, Banca centrale europea, Fondo monetario).</p>
<p>Ora che il &#8220;Merkozy&#8221; non c’è più, sarà bene che tutti, a partire da Hollande, guardino bene al voto ellenico. Dalle urne di Atene esce un vero terremoto. I due partiti dell’attuale “grande coalizione“ a sostegno del governo tecnico crollano dal 78% a meno del 33%! In particolare, il conservatore Nuova Democrazia arriva sì primo ma con il 19,04%, perdendo oltre 15 punti, mentre i socialisti del Pasok fanno anche peggio, precipitando al 13,3%, con meno 30 e arrivando terzi. La sorpresa più grande è Syriza, la coalizione di sinistra intorno al Synaspismos, aderente al Partito della sinistra europea, lo stesso del  Prc italiano, che arriva al secondo posto con il 16,67% e un incremento di quasi 10 punti. Bene anche le altre forze di sinistra, con il Partito comunista che arriva all’8,44%, guadagnando un punto, e la Sinistra Democratica, una sorta di Sel italiana, che esordisce con il 6,09%. Il che dà un voto di sinistra contrario ai diktat che supera il 30%. Questo, a bilanciare l’affermazione di forze di estrema destra, una delle quali, Alba Dorata, entra in parlamento con l’8,45%.</p>
<p>Se poi si guarda al voto sul territorio, ad Atene Syriza è il primo partito, arrivando intorno al 20%, mentre il Pasok non raggiunge il 10. Ed anche in uno dei due collegi di Salonicco Syriza ottiene la leadership, così come anche al Pireo e in Attica. Delle tante forze che si sono opposte a quel piano di salvataggio che sta in realtà uccidendo la Grecia, viene dunque premiata Syriza, che ha una storia che nasce agli inizi degli anni settanta quando fu fondato il Synaspismos, formazione che assomigliava al Manifesto italiano. Poi, un percorso lungo, fino alla partecipazione alla fondazione del Partito della sinistra europea. Una forza, quella di Syriza, che è tutt’altro che antieuropeista e che invece fa parte di quell’europeismo critico di sinistra che è tornato a dare segni di vita anche con il successo di Mélenchon in Francia.</p>
<p>Ora la situazione greca è tutta aperta. Certo, colpisce e dispiace che non vi sia stata convergenza almeno tra Syriza e Sinistra Democratica, che nasce da una scissione della prima. Convergenza che avrebbe portato al primo posto e a quei 50 seggi di premio che la legge greca assegna al primo partito. Certo è che nel guazzabuglio europeo si manifesta ora un’altra possibilità, legata proprio a quella sinistra radicale che in tanti davano per morta.</p>
<p>Per continuare a guardare in questo guazzabuglio è bene dire anche degli altri voti di ieri. Nel  piccolo land tedesco della Schlewig-Holstein, ai confini della Danimarca, la signora Merkel ha confermato di non avere nessuna intenzione di fare la stessa fine di Sarkozy. Il suo partito, la Cdu, resta primo, col 30,5%. Ma perde un punto e, soprattutto, la coalizione con il Fdp, liberali, non ha più la maggioranza. Infatti questi ultimi cadono dal 14,9% all’8,55. Un forte calo, che però non è una scomparsa, come per mesi si è pronosticato. Anche a livello di sondaggi nazionali l’Fdp è tornato a rivedere la luce del 5%. Nel piccolo land nordico intanto tornano a salire i socialisti che incrementano di 4 punti arrivando al 29,5%. Bene i verdi con il 14%. Male la Linke, che con il 2,5% perde quell’accesso ai seggi che, sia pure di stretta misura, aveva guadagnato alle precedenti elezioni. Si conferma invece l’exploit dei Pirati che, dopo Berlino e la Saar, ottengono anche qui l’ingresso al Parlamento regionale con l’8%, il che rafforza quei sondaggi nazionali che li danno terzo partito con l’11%.</p>
<p>Cosa farà qui, e guardando al futuro nazionale, Angela Merkel è da vedere. Berlino e la Saar hanno prodotto due grandi coalizioni. E di grande coalizione si parla apertamente per la Germania. Certo è che la Cancelliera sta già pensando ai nuovi equilibri che si rendono necessari dopo la sconfitta di Sarkozy. In questi giorni c’è stata una curiosa polemica tra lei, che accusava Hollande di non volere il Fiscal Compact, e Gabriel, leader della Spd, a rintuzzarla accusandola di dire bugie perché Hollande vorrebbe, a suo dire,  solo aggiungere la crescita. Si, la crescita sembra diventata una parola magica. Quella che lega la Merkel a Monti nella decisione di una comune, nei tempi e nei modi, approvazione del Fiscal Compact in Germania e in Italia. E che dovrebbe, in Germania, tenere agganciata la Spd come in Italia è agganciato il Pd di Bersani. E che, soprattutto, dovrebbe agganciare Hollande.</p>
<p>Il quale intanto si insedia all’Eliseo. Ma che, subito, entra in campagna elettorale per le legislative. Che si preannunciano assolutamente nuove con a destra la sfida a tutto campo della Marine Le Pen e a sinistra la nuova forza del Front de Gauche di Melenchon. Cosa farà Hollande? Convergerà nel grande governo allargato dell’Europa in nome di una sommatoria “austerità più crescita “ che assomiglia un poco alle vecchie, e italiane, “convergenze parallele “? O cercherà una via nuova, a partire da un confronto ravvicinato tra le sinistre?</p>
<p>La situazione di questa Europa stravolta da anni di politiche liberiste sembra assai più grave da affrontare di quello che si possa fare con un poco di aggiustamenti. D’altronde l’ipergoverno che ha commissariato la democrazia europea l’ha ben detto che in gioco c’è niente di meno che quel modello sociale che non è più considerato compatibile con la globalizzazione. Il fatto è che di quel modello sociale, corpi e vite, sono quelli delle persone che, quando possono, cercano di mandare messaggi. Non univoci, se non nella sofferenza.</p>
<p>Sofferenza che si esprime anche nel voto in Serbia. Dove cala la partecipazione ed è testa a testa tra l’“europeista“ Tadic, presidente uscente, del Partito democratico, che è davanti, e il conservatore Nikolic, leader del Partito del Progresso Serbo. Situazione, tra i due partiti, che si rovescia alle politiche. Entrambi sono poco sopra il 20%, con un voto spezzettato che si vedrà come verrà ricomposto al secondo turno. D’altronde, nelle situazioni dove il processo di destrutturazione delle vecchie forme politiche messo in atto da quella sorta di fase costituente di una Europa post compromesso sociale che stiamo vivendo da tempo è andato più avanti, il quadro appare inedito e confuso. Questo vale naturalmente per le transizioni infinite dei paesi che furono del “ campo socialista“. Ma vale anche per  le realtà più “moderne“ dove, non a caso, si parla sempre più di “crisi della politica“. Forse se provassimo a dire che questa crisi non è altro che l’impossibilità &#8211; che si vorrebbe rendere irreversibile &#8211; di cambiare le scelte che si vorrebbe imporre come obbligate saremmo già a buon punto. Proprio per questo, mentre festeggiamo Hollande, è bene che guardiamo ad Atene con occhi nuovi e diversi.</p>
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		<title>Il soggetto politico e il territorio</title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 06:57:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[La crisi della democrazia]]></category>

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		<description><![CDATA[di MARIO AGOSTINELLI Il &#8220;manifesto per un soggetto politico nuovo&#8221; affronta molte delle questioni irrisolte che riguardano un popolo determinato e sostanzialmente convergente verso il cambiamento, che tuttavia da ormai quindici anni affronta le nuove fratture, avanza e si ritrae da zone tematiche inesplorate (la pace globale permanente, i beni comuni, l&#8217;ingiustizia climatica, i diritti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/mario.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3923" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/mario.jpg" alt="" width="300" height="201" /></a>di MARIO AGOSTINELLI</p>
<p>Il &#8220;manifesto per un soggetto politico nuovo&#8221; affronta molte delle questioni irrisolte che riguardano un popolo determinato e sostanzialmente convergente verso il cambiamento, che tuttavia da ormai quindici anni affronta le nuove fratture, avanza e si ritrae da zone tematiche inesplorate (la pace globale permanente, i beni comuni, l&#8217;ingiustizia climatica, i diritti del lavoro globalizzato e dei migranti, solo per citarne alcune), senza trovare sintesi definitive, né riuscire a fissare nuovi rapporti di forza sotto forma di una rappresentanza di massa in una società che invece arretra nelle sue istituzioni partecipative. Ma non credo che l&#8217;adesione al &#8220;manifesto&#8221; sia l&#8217;unica forma per contribuire a fare il punto di una lunghissima fase di ricerca senza adeguato approdo. Anzi, io vorrei semplicemente mettere a fuoco le novità, rilevare alcuni limiti interpretativi, precisare alleanze e allargare il fronte dei contenuti senza pretese esaustive, stando però in un cammino comune ancora in corso, che trae la sua forza dall&#8217;inclusione e dall&#8217;ascolto.</p>
<p>Che la territorialità e i beni comuni costituiscano, in quanto ambito e contenuto, un punto di partenza indispensabile e dalle potenzialità non del tutto esperite per recuperare una soggettività conflittuale che si organizza stabilmente rispetto alla feroce astrattezza della globalizzazione, è un risultato che ha portato al successo dei referendum e che continuerà a produrre anche alle imminenti amministrative importanti effetti sulla rivitalizzazione delle autonomie locali. Il documento, tuttavia, non contestualizza la crisi e sottovaluta come l&#8217;attacco sociale e la gestione della recessione in corso siano riusciti a colpire in modo particolare la speranza di un mondo diverso possibile, rendendo più difficile la marcia di avvicinamento tra diverse esperienze, lasciandole confinate in spazi territoriali separati, senza fondere i rispettivi messaggi. Chi ha visto l&#8217;inizio della crisi come una opportunità, deve fare i conti adesso col fatto che, almeno in Europa, il discrimine posto dal risanamento del debito ad opera della troika è riuscito a bloccare una narrazione in atto che Ulrich Beck riteneva vincente ed ha ribaltato il giudizio inappellabile delle nuove generazioni sul liberismo e sui disvalori del sistema capitalista (voi l&#8217;1%, noi il 99%) in una recriminazione nei confronti delle conquiste del lavoro e della democrazia sociale del dopoguerra, bollati come eccessivi e pregiudizievoli per una rientro in gioco dei giovani.<br />
Dove sta il conflitto?</p>
<p>È proprio perché la caratteristica della crisi non si può ridurre ad aspetti settoriali, che il nuovo soggetto deve essere aperto, permeabile ad una prassi del conflitto che non ha bisogno di essere nominata preventivamente, nè circoscritta e nemmeno gerarchizzata, dato che il conflitto sociale è ormai penetrato nelle esistenze ed emerge in tutte le sue articolazioni &#8211; dal lavoro, alla natura, al genere &#8211; ad ogni passaggio in cui il potere rimarca l&#8217;insussistenza dei margini redistributivi entro cui nel passato si cercavano i compromessi sociali. Il conflitto potrebbe solo essere esorcizzato, legalmente abolito, ma non sembra esserci obiettivo di giustizia che si possa comporre naturalmente nella forma di un patto preventivo. Provatevi a scoprire la radicalità e la tensione al cambiamento che molti dei programmi per le prossime elezioni comunali vanno esibendo: noterete come spesso i partiti a livello locale sposino posizioni condivise dai loro elettori, che fanno strame delle rassicurazioni che Casini, Alfano e Bersani mandano all&#8217;austerità montiana. Sono programmi che, per dare senso all&#8217;amministrare, cercano punti di contatto praticabili tra conservazione dei beni comuni e creazione di lavoro, mentre la scure delle privatizzazioni e dei tagli ai servizi spingerebbe proprio in direzione opposta. La categoria dei beni comuni evoca conflitto, ma occorre guardarsi dal ricondurre ogni forma di alternativa al concetto dei commons. Bisogna, a mio parere, approfondire una strategia, prima di allargarne a dismisura il campo di applicazione. Io penso che i riferimenti debbano per ora andare solo alla insostituibilità per la vita e la riproduzione: occorre allora andare oltre l&#8217;esperienza, pur formidabile, dell&#8217;acqua, per disegnare un approccio complessivo alla natura &#8211; e quindi al lavoro e all&#8217;esistenza intera &#8211; alternativo a quello che il capitale oggi impone, esulando dai confini tradizionali della geopolitica (il Novecento) e invadendo quelli della biosfera.</p>
<p>Continuo a rimanere deluso di una organizzazione post-referendum in cui i singoli movimenti permangono organizzati come se dovessero procedere confederati.<br />
Il rapporto energia-acqua-cibo-territorio dovrebbe essere invece pensato nella sua complessità e indissolubilità. Innanzitutto nell&#8217;ambito dell&#8217;autogoverno comunale e con la partecipazione della popolazione locale, e poi su su con concretezza, fino a contrastare la requisizione ad opera di un mercato che si organizza su scala continentale e mondiale. Si tratta già così di un programma politico di amplissime ambizioni: una alternativa alla dittatura delle borse e delle banche, che porta alla miseria i paesi, alla finanziarizzazione dei servizi locali essenziali, alla distruzione degli unici posti di lavoro programmabili in qualità e quantità con un livello di partecipazione autentico.</p>
<p><strong>La riconversione produttiva</strong></p>
<p>Il ritorno ad una descrizione qualitativa anziché solo quantitativa del mondo in cui viviamo ci consente di produrre sintesi politiche che i soli numeri e i modelli econometrici non sono in grado né di esprimere né di prevedere. Nella relazione tra gli elementi naturali rinnovabili, riproducibili ma anche degradabili, si ritrova un equilibrio tra uomo e ambiente in cui possono agire da mediatori il livello di civiltà che viene consegnata alle nuove generazioni e la creazione di un lavoro che trasforma conservando, nel segno della giustizia e della sufficienza. Un programma politico, potremmo dire, che funziona se trova rappresentanza adeguata e lotte vincenti. In pratica, si tratta di realizzare una organizzazione democratica della società ecosostenibile, ossia una società che soddisfa i propri bisogni senza alterare i complessi meccanismi che reggono il clima, che non preleva dalla natura più risorse di quanto essa possa rigenerare nel tempo, che non spreca e distrugge il territorio nella sua componente sociale e naturale. Questo proposito tiene insieme acqua, sole, aria, terra e cibo e consente l&#8217;avvio di una transizione che fissa anche i tempi urgentissimi del mutamento del quadro politico-organizzativo di riferimento. Inutile aggiungere che il mondo del lavoro torna ad essere il fulcro di un&#8217;azione che riporta al centro del conflitto la riconversione della produzione solo se di fronte al capitale riprende potere e si autorappresenta con la democrazia diretta.</p>
<p>Io credo che la questione energetica sia determinante e il tempo nuovo che stiamo vivendo e che offre la scoperta della soggettività relazionale, dell&#8217;emergenza di una coscienza di specie, richieda proprio quella democrazia dal basso a cui il &#8220;manifesto&#8221; dedica un&#8217;attenzione puntigliosa; un po&#8217; astratta, forse, se non opta con decisione per il collegamento tra giustizia sociale e giustizia ecologica come leva interpretativa delle priorità per l&#8217;umanità e del superamento definitivo del produttivismo e della competizione.</p>
<p><strong>Il paradigma energetico</strong></p>
<p>Per il freddo calcolo dei banchieri al governo una politica energetica low carbon e improntata alla riduzione dei consumi è roba da sognatori e il ripensamento imposto dal referendum un incidente da metabolizzare quanto prima. In effetti, c&#8217;è intima coerenza tra l&#8217;azione e la speculazione del mondo finanziario e il sostegno al modello energetico attuale. Ed è fuor di dubbio che il sistema delle grandi banche tragga profitto dal rallentamento e dalla non diffusione delle fonti rinnovabili. Corrado Passera ha segnalato la direzione del Governo per affrontare la tematica energetica nella sua complessità. Si tratta di fare dell&#8217;Italia l&#8217;hub del gas in Europa, lasciando sostanzialmente inalterata la dipendenza del sistema dei trasporti dal petrolio: in altri termini, l&#8217;Italia diventerebbe, con il sostegno del fondo per la sicurezza energetica messo a disposizione dalla Ue, il punto di transito e di stoccaggio di gas e petrolio per l&#8217;Europa e di concentrazione della logistica per le merci di passaggio dai nuovi centri di produzione globali (il progetto della Tav Torino-Lione è del tutto coerente con questa logica). Niente, quindi, politica industriale di riconversione ecologica che, ponendo al centro rinnovabili e mobilità sostenibile, richiederebbe linee di credito trasparenti e basate sul consenso sociale, quando invece la manna del petrolio e del gas può giungere alle bocche dei soliti investitori con il corredo ulteriore di nuove centrali, condotte, navi, rigassificatori, stoccaggi sotterranei, perforazioni senza tregua.</p>
<p>Il conflitto è evidente, ma va di nuovo segnalato come sul cambio di paradigma incominciano a sintonizzarsi le autonomie locali più aperte e avvedute, che costruiscono coi cittadini, le associazioni ed i movimenti riassetti territoriali e piani regolatori partecipati, sistemi di mobilità sostenibile, progetti energetici innovativi per le loro città o i loro comuni. Siamo assai più avanti di quanto si dica. Il patto dei sindaci, previsto dalla Ue per i piani di azione per l&#8217;energia sostenibile (Paes), dispone direttamente fondi e sostegni alle comunità che in modo condiviso rendono virtuose le loro abitazioni, i loro stili di vita, l&#8217;approvvigionamento dalle fonti rinnovabili. Esistono oggi in Italia 1153 comuni che hanno aderito al patto dei sindaci su 2653 in Europa. Un movimento che è già intrecciato a gruppi di acquisto solidale, a reti di coenergia, ad azioni di risparmio solidale e che costituisce un brusco richiamo alle ipotesi finanziarie di creare multiutility da quotare in borsa. Perché allora non unificare quanto prima in progetti coerenti almeno i riferimenti territoriali che sui beni comuni sono già all&#8217;opera?</p>
<p>www.energiafelice.it</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Per disarmare i mercati</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 11:56:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[La crisi della democrazia]]></category>

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		<description><![CDATA[di MARCO BERSANI * 1. La crisi morde, attanaglia, non dà respiro. Investe l’economia e la società, l’ambiente e le condizioni di vita, la democrazia e le relazioni sociali. La crisi rivela. Scopre la grande menzogna di quaranta anni di modello neoliberista e l’enorme espropriazione sociale messa in atto ai danni delle persone. Allora, grazie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/Occupy-Wall-Street-Moveme-005.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3909" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/Occupy-Wall-Street-Moveme-005-300x180.jpg" alt="" width="300" height="180" /></a></p>
<p>di MARCO BERSANI *</p>
<p><strong>1</strong><strong>.</strong> <strong>La crisi morde, attanaglia, non dà respiro</strong>. Investe l’economia e la società, l’ambiente e le condizioni di vita, la democrazia e le relazioni sociali. La crisi rivela. Scopre la grande menzogna di quaranta anni di modello neoliberista e l’enorme espropriazione sociale messa in atto ai danni delle persone.</p>
<p>Allora, grazie ad una serie di innovazioni tecnologiche nel campo dell’informatica, della comunicazione e dei trasporti, l’ideologia neoliberale ha raccontato a tutti la favola oggi trasformatasi in incubo : “<em>Facciamo dell’intero pianeta un unico grande mercato, liberalizziamo i mercati finanziari e diamo piena libertà ai movimenti di capitali; togliamo loro ‘lacci e lacciuoli’, legati a concezioni obsolete e sconfitte dalla storia, eliminiamo tutti i vincoli sociali e ambientali, e sarà il libero dispiegarsi del mercato a regolare la società, producendo un’enorme ricchezza che, se anche non eliminerà le diseguaglianze sociali, produrrà a cascata benessere per tutti</em>”</p>
<p>La favola ha trovato un suo primo momento di <em>impasse </em>già alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, quando, contrariamente a quanto enfaticamente annunciato, le diseguaglianze tra la parte più ricca e quella più povera del pianeta si sono rivelate mai così ampie nella storia dell’umanità, al punto che la stragrande maggioranza della popolazione può essere considerata “fuori mercato”, ovvero talmente impoverita e depredata da non poter accedere neppure al ruolo di consumatore. Contemporaneamente, la parte minoritaria della popolazione,che ha continuato a detenere un potere d’acquisto, si è trovata nella condizione di aver sostanzialmente già comprato quasi tutto, determinando per il modello capitalistico <em>una situazione di sovrapproduzione di merci e una crescente difficoltà nell’allocarle su nuovi mercati.</em></p>
<p><strong>2.</strong> <strong>La prima conseguenza</strong> di questa <em>impasse</em> è stata l’abnorme espansione dei mercati finanziari: Poiché l’obiettivo di ogni detentore di capitali è quello di ottenere, nel più breve tempo possibile, più denaro di quanto ne avesse prima, in caso di difficoltà nel campo della produzione di merci e di servizi, si apre la via della valorizzazione dentro la sfera finanziaria e del capitale fittizio. Con esiti da incubo che alcuni semplici dati possono ben chiarire : gli scambi di valute all’interno del sistema finanziario hanno oggi superato i 3.000 miliardi di dollari al giorno a fronte di un commercio transfrontaliero di beni di 10.000 miliardi di dollari l’anno; i prodotti finanziari derivati, negoziati sui mercati non regolamentati <em>“over the counter</em>” hanno raggiunto una cifra pari a 12/15 volte l’intero Pil del pianeta.</p>
<p>L’espansione della sfera finanziaria dell’economia, lungi dall’aver provocato la crisi di una presupposta “buona” economia reale, ne ha invece consentito la posticipazione di almeno altri due decenni, fino ai giorni nostri, con lo scoppio della bolla dei <em>subprime</em> e della “crisi” del debito.</p>
<p><strong>3.</strong> <strong>La seconda conseguenza</strong> è stata –ed è tuttora – la necessità da parte del modello capitalistico di mettere a valorizzazione finanziaria l’intera vita delle persone, da una parte smantellando l’insieme dei diritti del lavoro e lo stato sociale , e dall’altra consegnando ai capitali finanziari la natura, i beni comuni e i servizi pubblici locali.</p>
<p>Terreno sul quale si è tuttavia sviluppata una variegata, per quanto frammentata, conflittualità sociale, fino all’esperienza del <em>movimento per l’acqua</em> che, attraverso un lavoro capillare di radicamento territoriale e di sensibilizzazione sociale di massa, ha permesso –con la straordinaria vittoria referendaria del giugno 2011- di affermare la rottura collettiva della catena culturale che per decenni aveva legato le persone all’idea dell’indiscutibilità del pensiero unico del mercato, facendo irrompere nell’immaginario collettivo la categoria dei beni comuni e nella pratica sociale l’esigenza di un nuovo protagonismo diretto delle persone e di una nuova democrazia.</p>
<p><strong>4.</strong> <strong>E’ anche per rispondere<em> </em></strong>a questa nuova insorgenza democratica che si è prodotta la sapiente costruzione dello <em>shock </em>del debito e della relativa emergenza. Noncuranti del fatto di come l’innalzamento del debito pubblico sia stato direttamente provocato dalle politiche liberiste messe in atto –drastica riduzione delle imposte sui redditi da capitale, spinta all’elusione ed evasione fiscale come scelta di politica economica orientata al sostegno ai profitti, corruzione generalizzata nella gestione della cosa pubblica- l’aumento del debito pubblico viene spiegato alle popolazioni come una sorta di colpa collettiva per aver abusato di garanzie sociali e di privilegi individuali, l’espiazione dei quali rende inevitabili anni di rigore, di austerità e di sacrifici.</p>
<p>E se fino a cinque anni prima l’ideologia del <em>“privato è bello”</em> parlava ai cuori e alle menti delle persone con l’obiettivo di convincerle, ora si passa al <em>“privato è obbligatorio e ineluttabile”</em>, chiedendo non più un’adesione ideale, bensì una mesta rassegnazione.</p>
<p><strong>5</strong>. <strong>Se il modello capitalistico</strong>, per la sua stessa sopravvivenza, è necessitato a mettere a valorizzazione finanziaria l’intero pianeta e la vita delle persone, diviene evidente come l’etimologia della parola <em>crisis, </em>che significa <em>scelta</em>, ponga ai movimenti sociali la necessità di una nuova consapevolezza sull’insostenibilità strutturale di tale modello e di un salto di qualità nell’azione collettiva.</p>
<p>Si tratta di un passaggio sostanziale dall’intervento <em>a valle</em> dei processi in direzione dell’intervento <em>a monte</em>, ovvero nei luoghi della accumulazione delle risorse e della decisionalità politica.</p>
<p>Non ci si può più accontentare dell’esercizio quotidiano del consumo critico a valle senza rivendicare la critica della produzione e la riconversione ecologica a monte, non si possono più contrastare le politiche di privatizzazione a valle senza rivendicare un altro modello sociale e le relative risorse a monte.</p>
<p><strong>6.</strong> <strong>Emerge nella sua piena drammaticità</strong> la crisi della democrazia. L’attacco delle politiche liberiste e monetariste della Bce e dei poteri forti all’anomalia del continente europeo –lo stato sociale- e ai diritti collettivi in ogni singolo Paese, rende evidente il progressivo divorzio fra capitalismo e democrazia, anche nella sua versione più formale, quella di una democrazia rappresentativa consegnata agli interessi particolaristici di piccoli o grandi potentati.</p>
<p>E, d’altronde, la richiesta comune a tutte le conflittualità sociali –che siano i metalmeccanici della Fiat, la resistenza valsusina al Tav o la battaglia per la ripubblicizzazione dell’acqua- è proprio quella di una nuova democrazia, fondata sulla partecipazione diretta delle persone e sulla collegialità dei luoghi in cui si possa affermare.</p>
<p>La questione della democrazia chiama in causa la relazione fra movimenti e politica, che rappresenta, da Genova 2001 in poi, uno dei nodi irrisolti che attraversa le mobilitazioni sociali in questo Paese. E’ su quel nodo che il movimento di allora si è infranto, non sapendo affrontare in maniera compiuta la dialettica tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa, come il disastro del governo Prodi ha reso evidente.</p>
<p>E’ un nodo particolarmente difficile da sciogliere, perché presenta contraddizioni da qualunque punto lo si affronti : se da una parte il ruolo dei partiti è venuto progressivamente scemando sino a metterne in discussione l’utilità sociale, dall’altra il problema per i movimenti di accumulare forza sociale per vederla ogni volta respinta dal muro di gomma di istituzioni impermeabili fino all’’autismo’ si pone con sempre maggiore evidenza.</p>
<p><strong>7.</strong> <strong>Occorre prendere atto</strong>, dal punto di vista dei partiti, che il filo rosso che, fino agli settanta del secolo scorso, collegava in piena osmosi l’espressione di bisogni da parte della società, la loro rappresentanza sociale attraverso grandi organizzazioni sindacali e associative e la loro rappresentanza politica attraverso i partiti come organizzazioni di massa, si è definitivamente rotto.</p>
<p>Oggi i partiti sono quasi sempre luoghi autoreferenziali che leggono la realtà come proiezione delle proprie analisi sempre più inadeguate o sedi di interessi particolaristici di piccola bottega o vero e proprio clan.</p>
<p>L’idea che il ruolo dei partiti sia la rappresentanza generale di interessi sociali, di per sé parziali, costringe gli stessi a sottovalutare ogni nuova conflittualità perché non &#8220;centrale&#8221; e, nello stesso tempo, a sottovalutare l’esigenza di un protagonismo sociale non mediato da istanze che rischiano di anestetizzarne la tensione radicale.</p>
<p>Occorre tuttavia contemporaneamente prendere atto di un’ancora insufficiente elaborazione da parte dei movimenti sociali in merito alla complessità del tema, spesso dagli stessi risolto o con il definitivo approdo ad un’antipolitica accompagnata da una poco realistica autosufficienza dei movimenti, sia specularmente attraverso spericolate operazioni di incursione dentro la politica istituzionale, nelle diverse forme della cooptazione, contrattazione politicista di posti o nell’idea di soggetti politici &#8220;nuovi&#8221;, ma già direttamente incamminati sulla strada della scorciatoia politico-elettoralistica, con gli inevitabili corollari di delega, leadership carismatica e contrattazione nel mercato della rappresentanza.</p>
<p>Il tema in tutta evidenza c’è e rimane sul piatto, ma entrambe le strade rischiano solo di aggravarne le conseguenze.</p>
<p>Perché è sui nodi della riapertura di spazi pubblici della decisionalità politica che va riaperto il confronto e la conflittualità politica e sociale: dentro l’espropriazione di diritti e beni comuni portata avanti dai mercati finanziari, il ruolo dello Stato non si riduce quantitativamente, bensì viene stravolto qualitativamente.</p>
<p>Se il pubblico non può più essere la sede della programmazione economica e sociale, né il luogo che dispensa servizi e garantisce diritti collettivi, il suo ruolo non può che verticalizzarsi assumendo i connotati dell’autoritarismo e del controllo sociale.</p>
<p><strong>8.</strong> <strong>Rompere questa spirale</strong> significa aprire una vasta mobilitazione per <em>la riappropriazione sociale dei beni comuni, della finanza e della democrazia,</em> ovvero ragionare sulla costruzione di una coalizione sociale plurima che dal livello locale a quello nazionale e internazionale ponga la necessità di ricostruire luoghi pubblici, trasparenti e collettivi dentro i quali si prendano le decisioni e si destinino le risorse sociali.</p>
<p>Occorre sottrarre al <em>mantra</em> della redditività finanziaria i beni comuni naturali e sociali che sono essenziali alla vita e alla dignità della stessa; occorrono politiche di controllo democratico dei capitali finanziari e di risocializzazione del credito, a partire dall’enorme patrimonio collettivo raccolto dalla Cassa Depositi e Prestiti; occorre una lotta contro le politiche monetariste europee e l’attuale patto di stabilità per sottrarvi tutte le risorse destinate agli investimenti per i beni comuni e il welfare collettivo, occorre prendere di petto l’artificio del debito, rimettendone in discussione i presupposti e i pagamenti.</p>
<p>Ma per poter fare tutto ciò, serve una grande battaglia per la riapertura degli spazi di democrazia a tutti i livelli, dagli enti locali di prossimità allo spazio sociale europeo.</p>
<p>La costruzione di una grande coalizione sociale che veda al suo interno movimenti sociali, forze sindacali, associative e culturali, forze politiche diviene il primo passo per un &#8220;assedio&#8221; ai luoghi oggi impermeabili della decisionalità politica e per il riconoscimento della necessità di una democrazia partecipativa plurilivello come <em>humus</em> di un nuovo modello economico e sociale.</p>
<p>Una coalizione che non finalizzi la mobilitazione sociale all’approdo nelle aule parlamentari di qualche rappresentanza più o meno carismatica, ma che abbia come scopo l’allargamento della partecipazione e degli spazi di democrazia e che, solo con questa lente, valuti di volta in volta senso e possibilità di una presenza istituzionale.</p>
<p>Perché occorre disarmare i mercati per poter parlare di futuro.</p>
<p>* Attac Italia</p>
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		<title>Una nuova cittadinanza</title>
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		<pubDate>Tue, 01 May 2012 13:07:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[La crisi della democrazia]]></category>

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		<description><![CDATA[di MARCO REVELLI Il testo dell&#8217;intervento introduttivo di Marco Revelli all&#8217;assemblea di sabato 28 aprile del Soggetto politico nuovo (il cui nome alla fine è stato scelto: Alba, Alleanza lavoro benicomuni ambiente), promossa con l&#8217;appello intitolato &#8220;Non c&#8217;è più tempo&#8221;, leggibile in questo stesso sito. Tutte le informazioni sul sito www.soggettopolitico.nuovo.it. Ecco il testo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/SoggettoPoliticoNuovo.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3899" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/SoggettoPoliticoNuovo-300x165.jpg" alt="" width="300" height="165" /></a>di MARCO REVELLI</p>
<p>Il testo dell&#8217;intervento introduttivo di Marco Revelli all&#8217;assemblea di sabato 28 aprile del Soggetto politico nuovo (il cui nome alla fine è stato scelto: Alba, Alleanza lavoro benicomuni ambiente), promossa con l&#8217;appello intitolato &#8220;Non c&#8217;è più tempo&#8221;, leggibile in questo stesso sito. Tutte le informazioni sul sito www.soggettopolitico.nuovo.it. Ecco il testo di Revelli.</p>
<p>Siamo al nostro primo appuntamento. In molti non ci conosciamo neppure tra di noi. Non siamo certo “i soliti noti”, venuti a recitare il “solito copione”. Se siamo qui, in questo sabato di ponte, è perché avvertiamo che non c’è più tempo: che i pilastri fondamentali che la Costituzione aveva posto alla base della nostra democrazia – intendo i partiti politici – stanno sgretolandosi. Rapidamente. E rischiano di trascinare nel loro crollo le stesse istituzioni repubblicane. Parafrasando il Presidente del Consiglio potremmo dire che “se siamo qui, è perché gli altri hanno<br />
fallito”: e cioè i politici di professione, i partiti (a cominciare dai più grandi), la “politica” come la conosciamo dai giornali e dalla televisione.</p>
<p>Non ci fa piacere, ma è così. C’è la concreta, concretissima possibilità che si arrivi al più importante appuntamento elettorale della storia repubblicana – a questa sorta di “ultima spiaggia” che saranno le elezioni politiche prossime – con un sistema politico liquefatto. Per metà abbandonato dagli elettori, per l’altra metà frantumato in<br />
mille schegge impazzite.</p>
<p>Convocati dall’urgenza, ci tocca l’obbligo di dire, fin da subito, “chi siamo”. E insieme, naturalmente, “cosa non siamo” e non vogliamo essere. Non siamo materia di gossip per i media. L’abbiamo percepito, con una certa sorpresa, non lo nego, dal silenzio mediatico sul nostro esordio: non uno dei grandi quotidiani nazionali ci ha degnato di uno sguardo. E forse è un bene. Intanto perché godiamo del grande privilegio di poter scegliere in autonomia il nostro nome, invece di vedercelo imposto dagli altri. E di poter costruire con i nostri tempi la nostra identità, invece di<br />
vedercela appiccicata dall’esterno da altri. Crediamo più nel fare che nell’apparire; nel lavoro paziente di elaborazione e di organizzazione più che nel fuoco d’artificio.<br />
Non siamo nemmeno l’urlo roco del populismo a buon mercato. La voce sguaiata del rancore e della rabbia impotente. Non cerchiamo “serbatoi dell’ira” da poter sfruttare per un effimero consenso elettorale. Non useremo mai il linguaggio come una clava, l’invettiva come forma del discorso. Crediamo nella parola come mezzo di comunicazione e di argomentazione: per intendersi e magari distinguersi, non per separarsi in amici e nemici. E all’argomentazione ci affideremo sempre per affermare le nostre ragioni.</p>
<p>Non siamo, infine, una nuova, piccola formazione politica. Un ennesimo partitino: uno tra gli altri, uno contro gli altri. La gravità della crisi in atto – il suo intreccio di crisi politica e di crisi economica, entrambi potenzialmente terminali – non lascia spazio né tempo alle vocazioni minoritarie. Allo spirito di setta. Richiede la messa in movimento di un fronte molto ampio. Soprattutto richiede una svolta radicale ma tendenzialmente maggioritaria. Un “cambio di paradigma” nel modo di pensare le cose e di fare la politica. Nei programmi, certo, ma anche negli stili di comportamento e di organizzazione. Nel metodo, che qui diventa contenuto. Nel rapporto inevitabilmente nuovo, tra governanti e governati, che rovesci l’attuale deriva che va, ferocemente, dall’alto verso (e contro) il basso. Nel linguaggio, che sappia parlare non ai già convinti, ai “nostri” come si dice, ma alla platea ampia, larghissima, delle vittime dell’attuale modello economico e sociale – fallito e fallimentare, ma totalitario -: a quel 99% a cui si rivolge il movimento di Occupy Wall Street, tanto per intenderci, e che non si riconosce nella lingua morta delle diverse tradizioni politiche…</p>
<p>E un “salto di paradigma” – diciamocelo pure – anche negli strumenti organizzativi, che non possono essere quelli tradizionali – centralistici, verticali e gerarchici – delle burocrazie dominanti, ma che sappiano praticare, all’opposto, l’orizzontalità della rete, la comunicazione decentrata, l’eguaglianza nella parola e nell’ascolto “tra diversi”. Tutto questo vuol dire – come ci è stato contestato – rimuovere il “conflitto sociale”? Cancellare le “forme di organizzazione” – i “corpi intermedi” costituiti dai partiti politici -, in nome di uno spontaneismo un po’anarchico? O non significa, piuttosto, ripensare il conflitto – e insieme l’organizzazione – nelle forme e nei modi in cui ce lo ripropone quello che Luciano Gallino ha definito il finanz-capitalismo (che non cancella certo le classi sociali e il loro antagonismo, ma che le ridisegna in forma del tutto inedita)? E d’altra parte, che ne pensereste se qualcuno, dopo il 1848, avesse continuato a proporre i vecchi club del 1789, come strumenti della lotta politica (i Cordiglieri, i Montagnardi, i Foglianti, i Girondini…), e la jacquerie contadina come via all’emancipazione?</p>
<p>Insomma, per dirla in positivo: “cosa vogliamo”? Vogliamo essere gli abitanti di un nuovo spazio pubblico liberato dalle presenze ingombranti dei vecchi monopolisti della decisione. L’embrione di una nuova cittadinanza, che ha mostrato il proprio profilo esattamente un anno fa, con la vittoria referendaria e con i risultati “eretici” delle amministrative in molti comuni. Abbiamo scritto a chiare lettere che “intendiamo dar vita a uno strumento costituzionale di partecipazione della cittadinanza alla vita democratica del paese”. Una forma organizzata che raccolga la testarda domanda di partecipazione di quella parte di cittadini che (oggi in Francia, domani in Italia) non vogliono rassegnarsi al cappio del fiscal compact e alla dogmatica feroce di Berlino e di Bruxelles, alla riduzione dei diritti sociali in costi da tagliare e sacrificare sull’altare dei mercati, allo smantellamento del modello sociale europeo e alla mercificazione sistematica della vita individuale e collettiva…</p>
<p>Abbiamo aggiunto che parlare di “beni comuni” al plurale significa, in primo luogo, riappropriazione dello spazio pubblico e indisponibilità alla delega per le decisioni impegnative per tutti. L’abbiamo detto, e da oggi dobbiamo incominciare a praticarlo. Non come punto, lontano, di un programma futuribile, ma qui ed ora. Come esperienza in atto. In cima alla nostra “agenda” sta la questione della democrazia. Della malattia grave – per certi versi “terminale” – che l’affligge; e dei possibili antidoti, da mettere in campo urgentemente. Ebbene, questo è il luogo e il tempo per sperimentarli. Per questo seguiremo, fin da oggi, nella gestione di questa giornata, alcune semplici, ma impegnative,</p>
<p>REGOLE:<br />
Intanto per quanto riguarda <strong>il programma,</strong> a cui è dedicata la seconda parte di questa plenaria: verrà elaborato dal basso, con la più ampia partecipazione, senza pregiudiziali iniziali, né punti già scritti, con due sole eccezioni. 1) la pregiudiziale antiliberista – la constatazione del fallimento totale del dogma che ci ha portato alla catastrofe attuale e la necessità di contrapporgli un organico modello alternativo; 2) la centralità della questione del lavoro, a cominciare dalla difesa intransigente dello Statuto dei lavoratori nella sua integralità.</p>
<p>Tutto il resto sarà oggetto di un percorso che incomincia oggi, si articolerà nei territori, e sarà alimentato da contributi, schede, materiali di informazione per favorire la più ampia “partecipazione informata”.</p>
<p>E poi:<br />
<em>Prima regola</em>: <strong>gli interventi</strong> dureranno tutti, senza eccezioni, 7 minuti. E saremo feroci nel far rispettare a tutti questi tempi, in modo da favorire la massima partecipazione alla discussione. Poi, dal prossimo incontro, ci organizzeremo anche per TAVOLI, come si dice nel Manifesto.<br />
<em>Seconda regola:</em><strong> il nome.</strong> E’ il prodotto anch’esso di un’ampia consultazione, di un primo pronunciamento in rete, e oggi ne completeremo il percorso con una votazione in aula preceduta da brevi interventi esplicativi.<br />
<em>Terza regola:</em><strong> le strutture, il coordinamento.</strong> Gli organi di coordinamento sono tutti a termine – a breve termine -: il gruppo promotore si presenterà dimissionario. L’articolazione territoriale è l’asse portante del “soggetto nuovo”: il coordinamento dovrà rispondere a questo principio.<br />
<em>Quarta regola</em>: <strong>la trasparenza.</strong> Tutti i passaggi della nostra elaborazione e della nostra vita collettiva dovranno essere visibili, accessibili, conoscibili tra tutti. Il dibattito, le scelte, e anche le (scarse) finanze. Nessuna carica o ruolo sarà retribuita.<br />
<em>Quinta regola</em>: <strong>l’appartenenza.</strong> Non vogliamo l’esclusiva dell’appartenenza. Non diremo mai: “o con noi o fuori (o contro) di noi”. Siamo per l’appartenenza plurima. Per l’apertura a tutti coloro che condividono questo stile “altro”, anche se militano, contemporaneamente, in un’altra organizzazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il soggetto politico nuovo e il Sud</title>
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		<pubDate>Tue, 01 May 2012 12:35:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[La crisi della democrazia]]></category>

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		<description><![CDATA[di TONINO PERNA I dati macroeconomici ci dicono che il divario nord-sud nel nostro paese è decisamente aumentato nell’ ultimo quinquennio, quello della crisi. Ma, i dati sul reddito pro-capite, i consumi e la disoccupazione ufficiale non spiegano le forme del disagio e le resistenze che la società meridionale vive in questa fase. Il Mezzogiorno, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3895" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/05/ponte-sullo-stretto-300x213.jpg" alt="" width="300" height="213" /></p>
<p>di TONINO PERNA</p>
<p>I dati macroeconomici ci dicono che il divario nord-sud nel nostro paese è decisamente aumentato nell’ ultimo quinquennio, quello della crisi. Ma, i dati sul reddito pro-capite, i consumi e la disoccupazione ufficiale non spiegano le forme del disagio e le resistenze che la società meridionale vive in questa fase.</p>
<p>Il Mezzogiorno, infatti,  attraversa questa pesante recessione in modo diverso dalle ricche regioni del nord.  Le fabbriche che chiudono sono relativamente  poche e spesso dimenticate (come nel caso della Fiat di Termini Imerese di cui non si parla più) rispetto a quanto sta succedendo nel lombardo-veneto, per la semplice ragione che l’apparato produttivo è stato smantellato da molto tempo, così come i lavoratori “scoraggiati” che l’Istat ha di recente denunciato con una stima di 3 milioni a livello nazionale, sono una costante dagli anni ’80 nel mercato del lavoro meridionale.    Emigrazione (soprattutto giovanile), alti tassi di disoccupazione, difficoltà di accesso al credito per le piccole imprese, sono tutti fenomeni già vistosamente presenti nel territorio meridionale molto tempo prima che scoppiasse la crisi finanziaria e si traducesse in pesante recessione.  Ciò che oggi colpisce direttamente e pesantemente il nostro Sud è il taglio drastico della spesa pubblica, legato sia all’austerity che al federalismo fiscale, che costituiva un fondamentale ammortizzatore sociale, ma anche il principale meccanismo di riproduzione della classe politica.    In breve, la crisi ha solo accentuato ed acuito fenomeni già presenti, portando alla disperazione le fasce più deboli della popolazione, che per sopravvivere deve fare ricorso alle risorse tradizionali del Mezzogiorno.</p>
<p>Paradossalmente, la cosiddetta “arretratezza del Mezzogiorno” costituisce oggi, per alcuni versi,  una risorsa.  La maggiore percentuale di case in proprietà, il largo possesso di piccoli appezzamenti di terreni agricoli (autoproduzione), una più forte presenza di reti amicali e parentali, tutti fenomeni legati ad una incompiuta modernizzazione del Mezzogiorno, al suo “sottosviluppo”,  rappresentano chiaramente oggi una forma di resistenza e rifugio rispetto agli effetti devastanti della crisi.    Ma, è soprattutto sul piano  sociale –rapporti tra le classi-  e sul piano politico –ruolo e legittimazione dei partiti- che il Mezzogiorno è stato un laboratorio che ha anticipato di decenni fenomeni con cui tutta l’Italia e l’Europa oggi debbono fare i conti.</p>
<p>Sul “piano sociale” è emersa fin dagli anni ’80  in alcune regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Campania), una nuova classe sociale –la borghesia mafiosa- che è diventata  in pochi decenni la nuova classe dominante, arrivando a controllare una gran parte dell’economia, della finanza, e delle istituzioni.  Fino a pochi anni fa questo fenomeno veniva relegato come una specificità meridionale, un’anomalia all’interno di un sistema sano.  Oggi, nessuno può negare la presenza ingombrante nel Centro-Nord di questa nuova classe emergente (e finiamola di chiamarla “criminalità organizzata”).  Anzi, con la crisi di liquidità delle piccole e medie imprese, la borghesia mafiosa sta facendo incetta di imprese nelle aree più ricche, così come sta proseguendo la sua marcia nelle istituzioni, fino ad arrivare all’inimmaginabile: entrare in affari con la Lega Nord per il riciclaggio del denaro pubblico sottratto al partito!  La classe politica del Nord Italia, che ha sempre negato o sottovalutato la forte presenza della borghesia mafiosa nel suo territorio,oggi si trova ad essere fortemente “arretrata” nella capacità di rispondere a questo inquietante cambiamento nella struttura sociale.  Basti ricordare le parole del giudice Ilda Bocassini che ha denunciato la totale omertà degli imprenditori lombardi di fronte alle richieste del racket, usura, ecc.  Di contro, nel Mezzogiorno sono sempre più frequenti i casi di imprenditori,lavoratori, giovani e donne che si ribellano, denunciano, collaborano con la magistratura,  rischiando la propria vita e quella dei propri cari.  Non solo, ma nelle terre confiscate alle mafie sta nascendo una nuova economia solidale, ed i germi di una rivoluzione di segno socialista – il passaggio della proprietà dalla borghesia mafiosa alle cooperative sociali- che ha un valore maggiore della Riforma Agraria degli anni ’50 che dette ai contadini le terre incolte.</p>
<p>Sul “piano politico” la disaffezione e disistima dei partiti è nata nel Mezzogiorno molto prima che nel resto d’Italia.  La corruzione di massa, che attraversa oggi tutti gli apparati dello Stato, era già un dato di fatto nel territorio meridionale dagli anni ’80. Le popolazioni meridionali hanno usato i partiti per ottenerne favori, posti, sussidi, contaminando tutte le forze politiche, compresi i partiti della sinistra, storica e non. D’altra parte, come è stato notato da chi scrive (“Lo sviluppo insostenibile”, 1994) lo scambio tradizionale basato su “dono e reciprocità” , espulso dalla sfera economica dalla forza del mercato capitalistico si è rifatto entrando come principio base della sfera politica .  Questo è il senso profondo del cosiddetto “voto di scambio”.  Esso continua ad essere la norma vigente nel mercato politico quando non esistono alternative valide e credibili.  Solo in questi casi le popolazioni meridionali sono disponibili a cambiare registro.  E’ successo negli anni ’90 nella cosiddetta stagione dei sindaci ed anche recentemente con le elezioni regionali in Puglia e nella città di Napoli.  Ma, in tutti questi casi è stato sempre un leader locale, stimato e credibile, che ha raccolto la voglia di giustizia e di una politica radicalmente diversa.  La personalizzazione della politica è ormai un dato acquisito in Italia, ma lo è stato molto prima nel Mezzogiorno dove è diventato un luogo comune dire: i partiti sono tutti uguali, la differenza la fanno le persone.</p>
<p>Si può costruire un soggetto politico “nuovo” a prescindere dalla realtà del Mezzogiorno?  Vale a dire: a prescindere dallo scontro frontale con la borghesia mafiosa, dalla permanenza del voto di scambio, dalla disgregazione sociale imperante?  Cioè: senza dare risposte a queste sfide che riguardano oggi tutto il paese ?</p>
<p>Il Manifesto per un soggetto politico “nuovo” ruota intorno a due assi portanti: i Beni Comuni e la Democrazia Partecipativa.  Sono valori di grande significato politico ed impatto socio-economico, ma richiedono alcune precondizioni.</p>
<p>I Beni Comuni, come scrive Paolo Cacciari, non sono definibili a priori, ma sono quelli che una comunità locale individua, fa propri e li vive in questa dimensione, anche sul piano emotivo.  Per esempio, il movimento No al Ponte, nell’area dello Stretto di Messina, è riuscito negli anni a far maturare nelle popolazioni locali il valore di Bene Comune del paesaggio dello Stretto, tra Scilla e Cariddi.  Ma, nello stesso territorio l’acqua continua ad essere gestita dalla Sorical , ed altri beni di rilevanza comunitaria non sono reclamati e vissuti come Beni Comuni. Anzi, molti beni demaniali –come spiagge, foreste, aree archeologiche, ecc. – sono state negli anni devastate e stuprate da una parte rilevante di cittadini in quanto ciò che è pubblico, cioè dello Stato,  è stato visto e vissuto come “res nullius”.</p>
<p>La democrazia partecipativa, a parte il recente tentativo che sta coraggiosamente portando avanti la giunta De Magistris a Napoli, non ha radici storiche nel Mezzogiorno. E’ noto, infatti, che il gap culturale e politico con il resto del paese risiede proprio nella storia:  il  Centro-Nord ha avuto la straordinaria esperienza dei Comuni, prime forme di democrazia partecipativa e di cittadinanza attiva, il Sud è stato condannato dalla dominazione spagnola ad un regime feudale accentratore che non ha permesso la nascita e la maturazione delle autonomie locali.  Dopo Porto Alegre 2002  il movimento new global è riuscito anche nel Mezzogiorno a far votare a Comuni e Province delibere a favore del bilancio partecipativo. Cosa è successo dopo ?  Niente.</p>
<p>Pertanto, Beni Comuni e Democrazia Partecipativa sono strumenti fondamentali per cambiare il modello neoliberista che ci sta portando alla rovina, ma richiedono tempi lunghi, mentre la crisi morde e necessita di risposte chiare e forti hic et nunc.      Scriveva Giuseppe Mazzini  “l’Italia sarà quello che sarà il Mezzogiorno”.  La storia gli sta dando ragione.</p>
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		<title>Due treni corrono paralleli</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Apr 2012 18:00:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
				<category><![CDATA[La crisi della democrazia]]></category>

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		<description><![CDATA[di PIERLUIGI SULLO Rubrica &#8220;Democrazia km zero&#8221; pubblicata sul manifesto di giovedì 26 aprile 2012. Si vanno infittendo – a sinistra – appelli a ridare slancio alla politica, ossia ai partiti, con l’urgenza di chi vede avvicinarsi le elezioni. Talvolta, si tratta di intimazioni: chi si estranea dalla lotta… E rispunta l’epiteto buono per tutti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/04/98242-subcomandante-marcos-1280x1024.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3886" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/04/98242-subcomandante-marcos-1280x1024-300x240.jpg" alt="" width="300" height="240" /></a>di PIERLUIGI SULLO</p>
<p>Rubrica &#8220;Democrazia km zero&#8221; pubblicata sul manifesto di giovedì 26 aprile 2012.</p>
<p>Si vanno infittendo – a sinistra – appelli a ridare slancio alla politica, ossia ai partiti, con l’urgenza di chi vede avvicinarsi le elezioni. Talvolta, si tratta di intimazioni: chi si estranea dalla lotta… E rispunta l’epiteto buono per tutti gli usi: “qualunquista!”. Sei anni fa, l’allora popolarissimo subcomandante Marcos, portavoce dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale, nel pieno della campagna presidenziale in cui si affrontavano l’attuale presidente del Messico, Calderòn, uomo di estrema destra, e il candidato del centrosinistra, Andrés Manuel Lòpez Obrador (Amlo per gli amici), obiettò che non era per la via elettorale che si sarebbe cambiato il paese. Fu sepolto sotto valanghe di insulti, l’intellettualità di sinistra, fino ad allora in coda per poterlo incontrare, lo ripudiò. Marcos scomparve dalla stampa di sinistra messicana. Ora il Messico è di nuovo in campagna elettorale, a luglio si rielegge il presidente, e il candidato del centrosinistra è ancora Amlo, il quale, in un comizio in Chiapas, ha rivolto un caldo appello all’Ezln perché non resti indifferente. La replica è stata il silenzio.</p>
<p>Sulla <em>Jornada</em>, quotidiano progressista di Città del Messico, ha scritto qualche giorno fa un articolo interessante Gilberto Lòpez y Rivas, tra i massimi antropologi e indigenisti, “Come treni che marciano su binari paralleli e con differenti destinazioni, i processi elettorali – ha scritto – sono lontani dai movimenti di resistenza che difendono territori, antogoverni (come quelli nel Chiapas zapatista, ndt), identità collettive, modi diversi di far politica”. Quella del Messico è una situazione di “guerra integrale”, in cui la “guerra alla droga” ha permesso di estendere il controllo militare ad ogni ambito della vita sociale, così che il sistema politico-statuale, dice Lòpez y Rivas, è “un circo a due piste, in una si esibiscono i clown, nell’altra i leoni che minacciano di divorare tutto il pubblico”. “A fronte dell’individualismo e della frammentazione, all’autismo e ad altre psicopatie politiche &#8211; cito sempre Lopez y Rivas – le assemblee comunitarie costituiscono un bastione di resistenza che ha dato prova di efficacia per secoli”. E dato che la guerra è totale, è la morale, le comunità non si limitano a proteste o mobilitazioni, bensì costruiscono e difendono la loro stessa vita, auto-organizzando salute e educazione, agricoltura e democrazia.</p>
<p>Si parla delle comunità indigene (il 10 per cento circa della popolazione messicana), ma, dice l’antropologo messicano, la globalizzazione neoliberista e i suoi “accoliti locali”, inclusi i partiti politici che “mettono in scena l’alternanza”, attaccano ogni altra forma di aggregazione che tenti di prendere decisioni in modo democratico. Conclusione: “Per un certo settore, queste riflessioni sono politicamente scomode, dato che si pretende che sia solo la via elettorale quella in cui si decidono i destini del paese ogni sei anni. E quindi, già da ora, si preparano accuse e giudizi sommarissimi contro chi verrà indicato come responsabile delle loro sconfitte e nuove frustrazioni”.</p>
<p>Non ricordo più chi ha riassunto l’ossessione della crescita infinita come una follia: andare a sbattere sempre contro lo stesso muro aspettandosi ogni volta un esito differente.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Cadrà la Bastiglia?</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 13:41:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>red</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di ROBERTO MUSACCHIO Hollande è primo, al primo turno delle Presidenziali, e questa è una buona notizia. E la sinistra di Melenchon , il Front de Gauche, arriva all&#8217;11%, ed e&#8217;è un&#8217;altra buona notizia. Ma poi le cose si fanno più difficili. Sarkozy, arrivato al voto in una situazione di crisi del paese e di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/04/fileV69T4g.jpeg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3879" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/04/fileV69T4g-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" /></a>di ROBERTO MUSACCHIO<br />
Hollande è primo, al primo turno delle Presidenziali, e questa è una buona notizia. E la sinistra di Melenchon , il Front de Gauche, arriva all&#8217;11%, ed e&#8217;è un&#8217;altra buona notizia. Ma poi le cose si fanno più difficili. Sarkozy, arrivato al voto in una situazione di crisi del paese e di scontento nei suoi confronti, resta ad una incollatura ed è dunque in corsa. Alla sua destra Marine Le Pen sfonda il record che fu di suo padre e sfiora il 18%. Soprattutto questo è un dato inquietante.</p>
<p>Hollande è probabilmente favorito per il secondo turno e l&#8217;effetto psicologico di essere arrivato primo è&#8217; sicuramente importante. Ma Sarkozy è tutt&#8217;altro che morto e nonostante le defezioni dal suo stesso campo si mostra combattivo, rinvigorito dal mancato crollo. Il ballottaggio sarà dunque molto duro. E poi ci saranno subito le elezioni politiche, per completare il quadro. E&#8217; dunque è bene guardare un poco più dentro al voto per tranne indicazioni utili.</p>
<p>L&#8217;affluenza e&#8217; stata alta. Quasi come nelle scorse presidenziali quando si era reagito al trauma della consultazione ancora precedente dove nel disinteresse per il voto Le Pen padre aveva conquistato il ballottaggio. Il voto a destra conferma e consolida un dato che ha cambiato la politica francese, abituata per lungo tempo alla competizione nel campo moderato tra gollisti e centristi. Ora la corsa è tra due destre, una delle quali, quella di Le Pen, è portata ad ripensamento di se stessa che la rende assai meno l&#8217;erede di Vichy di quanto sia invece interprete delle pulsioni reazionarie evocate dalla globalizzazione e dall&#8217;Europa tecnocratica.</p>
<p>Di questa Europa si è fatto invece interprete Sarkozy disattendendo buona parte delle velleità populiste con cui era stato eletto. Ma le due destre hanno punti di contatto significativi. Si vedrà quale sarà il riporto effettivo di voti, che solitamente non va oltre il 60%. Per altro Le Pen sembra guardare molto al dopo, candidandosi ad una leadership anti sinistra una volta che Sarkozy perdesse. Resta il fattore tradizionale di un voto di Parigi che ancora argina la destra lepeniana, che non va oltre il 6,20%. In compenso la destra-destra va fortissimo a Marsiglia, 21,22%; a Lione, il 28,95%; a Lille, il 21,12%; a Nimes, 20,61%; Nizza, 23,03%.</p>
<p>Storia antica, quella delle due Francia, Parigi e tutto il resto, ma che si riattualizzano in questo tornante di crisi epocale. Da questo punto di vista colpisce invece il voto a Mélenchon, che ha una forte tenuta nazionale. A Parigi è all&#8217;11,09%, cioè nella media nazionale nonostante sia Hollande, 34,83%, sia Sarkozy, 32,19%, siano sopra le loro percentuali nazionali e la stessa verde Jolie sia al 4,18%, cioè quasi il doppio del dato generale. Mélenchon fa poi il 13,83% a Marsiglia, dove Sarkozy, col 29,13% supera Hollande, 28,05%. E a Lione, dove Hollande crolla al 15,79% a fronte del 31,58% di Sarkozy,  ottiene un significativo 13,16%. E a Toulouse, luogo divenuto tragicamente simbolico, Mélenchon fa il 15,91% e Hollande il 34,44%, dando alle sinistre una netta affermazione, quanto mai significativa. Bene anche Strasburgo, sede di quel Parlamento Europeo che così poco conta in questa Europa: Hollande e&#8217; primo con il 32,14% e Melenchon ottiene l&#8217;11,37%.</p>
<p>Se si guarda poi al voto parigino, le banlieues e i quartieri popolari vanno bene per Mélanchon, anche se la stessa Le Pen va oltre la media complessiva. Questa volta il voto dei cosiddetti Bobo, cioè la borghesia intellettuale, non gonfia il simbolo verde ma va, in parte, direttamente ai socialisti. Ma poi il voto cosiddetto centrista è complessivamente assai più ridotto. Bayrou, il leader di centro che aveva ottenuto il 19% con il suo Modem, affascinando tanti esegeti dell&#8217;Ulivismo anche italiano, dimezza i voti. Nella stessa Parigi è ampiamente superato dal Front de Gauche. Dunque non è certo il centro il protagonista di questa fase. Anche perché le politiche portate avanti, anzi imposte, dall&#8217;attuale gruppo di comando europeo tutto sono meno che moderate e di centro. Se il loro obiettivo è il superamento del modello sociale europeo verso una sorta di americanizzazione, la società e la politica sono destinate sempre più ad essere scosse da veri e propri movimenti tellurici.</p>
<p>La dinamica principale rischia di continuare ad essere quella tra tecnocrazie e populismi. Una dinamica che vive ancor prima nella società che nei palazzi di governi sempre più spinti a praticare le stesse politiche. Per questo la campagna elettorale di Mélenchon è stata un fatto importante: perché ha provato a contrastare le destre in campo aperto e in nome di una alternativa reale. Qui anche il senso della sfida ad arrivare prima di Le Pen che non è riuscita ma indicava una necessità. Che poi l&#8217;11,1%, praticamente 4 milioni di voti, siano, come scrive qualche giornale cattivo ispiratore, una sconfitta, è nel novero delle cose italiche. Partito col 5% dei voti accreditatigli, dalle macerie dell&#8217; ultima presentazione del Pcf, 1,9%, Mélenchon supera l&#8217;11%. Rimette insieme voti che se è vero che non erano mai del tutto scomparsi nel panorama francese, ora ritrovano un momento di coesione e di prospettiva. Soprattutto, mobilita forze che hanno riempito piazze e mostrato combattività. Il che sarà indispensabile se si vuole veramente vincere al secondo turno. E soprattutto se si vorrà provare a cambiare qualcosa. Ma questo richiederebbe un altro articolo.</p>
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		<title>Non c&#8217;è più tempo</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Apr 2012 08:41:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ECCO IL TESTO DEL &#8220;Manifesto per un soggetto politico nuovo per un&#8217;altra politica nelle forme e nelle passioni&#8221;. Oggi in Italia meno del 4% degli elettori si dichiarano soddisfatti dei partiti politici come si sono configurati nel loro paese. Questo profondo disincanto non è solo italiano. In tutto il mondo della democrazia rappresentativa i partiti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/iwantchange.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-3776" src="http://www.democraziakmzero.org/files/2012/03/iwantchange-300x226.jpg" alt="" width="300" height="226" /></a>ECCO IL TESTO DEL &#8220;Manifesto per un soggetto politico nuovo<br />
per un&#8217;altra politica nelle forme e nelle passioni&#8221;.</p>
<p>Oggi in Italia meno del 4% degli elettori si dichiarano soddisfatti dei partiti politici come si sono configurati nel loro paese. Questo profondo disincanto non è solo italiano. In tutto il mondo della democrazia rappresentativa i partiti politici sono guardati con crescente sfiducia, disprezzo, perfino rabbia. Al cuore della nostra democrazia si è aperto un buco nero, una sfera separata, abitata da professionisti in gran parte maschi, organizzata dalle élite di partito, protetta dal linguaggio tecnico e dalla prassi burocratica degli amministratori e, in vastissima misura, impermeabile alla generalità del pubblico. È crescente l’ impressione che i nostri rappresentanti rappresentino solo se stessi, i loro interessi, i loro amici e parenti. Quasi fossimo tornati al Settecento inglese, quando il sistema politico si è guadagnato l’epiteto di ‘Old Corruption’.</p>
<p>In reazione a tutto questo è maturata da tempo, anche troppo, la necessità di una politica radicalmente diversa. Bisogna riscrivere le regole della democrazia, aprirne le porte, abolire la concentrazione del potere ed i privilegi dei rappresentanti, cambiarne le istituzioni. E allo stesso tempo bisogna inventare un soggetto nuovo che sia in grado di esprimersi con forza nella sfera pubblica e di raccogliere questo bisogno di una nuova partenza. I due livelli – la democratizzazione della vita pubblica del paese e la fondazione, anche a livello europeo, di un soggetto collettivo nuovo, si intersecano e ci accompagnano in tutto il manifesto. Le nostre sono grandi ambizioni ma siamo stanchi delle clientele che imperversano, dell’appiattimento della politica su un modello unico, delle partenze che non partono. E poi, con la destra estrema che alza la testa in tutta l’Europa, si fa sempre più pressante lo stimolo ad agire, a non lasciare una massa di persone in balia alle menzogne populiste.</p>
<p>Oggi la sfera separata della politica in Italia, ‘il palazzo’ per intenderci, non rappresenta affatto parti intere del paese: le persone giovani, specialmente del Sud e donne, che non trovano sbocco ai loro sogni e ai loro percorsi educativi; le operaie e gli operai, che vedono giorno dopo giorno minacciati i loro diritti dentro la fabbrica, le commesse e i commessi intrappolati nella catena della distribuzione, i ceti medi del pubblico impiego, quelli della scuola, della sanità, dell’ amministrazione pubblica, che in questi anni sono stati tartassati e disprezzati; i giovani precari, spesso super-qualificati, vittime di una flessibilità selvaggia neoliberista inizialmente introdotta dal centro-sinistra che ha tolto loro dignità e futuro, la rete dei microproduttori e del cosiddetto lavoro autonomo di seconda generazione entrata in crisi con la recessione. Tutti questi elementi possono mobilitarsi nella società per poi trovare nel palazzo solo un muro di gomma o un ascolto distratto. E’ ora di spezzare questi meccanismi perversi. Al loro posto proponiamo un nuovo percorso in cui i cittadini riescano ad appropriarsi, attraverso processi democratici diversi, del potere di contare e di decidere.<br />
La ‘poesia pubblica’, per utilizzare la frase del poeta americano Walt Whitman, deve entrare nella storia della Repubblica. E lo farà quando un gruppo sempre più grande di cittadini (donne ed uomini) qualificati, informati e attivi decideranno di farne la loro bandiera.</p>
<p><strong>A. Diffondere il potere, non concentrarlo.</strong></p>
<p>Oggi le decisioni sono sempre prese altrove &#8211; non a livello comunale ma regionale, non nel parlamento romano ma a Bruxelles, non a Bruxelles ma a Francoforte, non alla BCE ma dai ‘mercati’, strane creature che vivono solo di giorno ma che decidono tutto lo stesso, sia per il giorno che per la notte. Il nostro compito è di frenare per quanto possiamo questa fuga decisionale verso l’alto, l’inspiegabile e l’astratto. Bisogna innescare un processo opposto che destituisca, decostruisca, ceda, decentri, abbassi, distribuisca, diffonda il potere. Bisogna riaffermare la validità della dimensione territoriale locale (ma non’ localistica’), espandendo tutti quegli spazi in cui il governo e il cittadino sono vicini l’uno all’altro. Il comune è uno di questi. Carlo Cattaneo, una delle più belle ed inascoltate voci del nostro Risorgimento, nel 1864 descrisse il comune come ‘la nazione nel più intimo asilo della sua libertà’. E aggiunse, con un pizzico di amarezza: ‘pare che fuori di codesto modo di governo la nostra nazione non sappia operare cose grandi’. Ridare spazio e poteri ai comuni, e metterli in contatto tra di loro sarebbe già in sé una ‘cosa grande’. La Rete dei comuni per i beni comuni punta in questa direzione, verso una valorizzazione profonda dei beni comuni e dei diritti fondamentali ad essi collegati. E punta anche ad agire dal basso verso l’alto, costituendo una sede congeniale per proposte da sottoporre alla Commissione Europea ai sensi del Trattato di Lisbona e del reg. UE n.211/2001. Si pensi, per esempio, al progetto di una ‘Carta Europea dei Beni Comuni’, così come deliberato dal Comune di Napoli, mediante la quale inserire la nozione di bene comune tra i valori fondanti dell’Unione e fronteggiare la dimensione puramente mercantile (market oriented) del diritto comunitario. In questo modo il potere locale riesce ad aggregarsi, a contare a livello nazionale, a diventare forza anche transnazionale ma sempre quale attuazione di un indirizzo politico espresso dal basso e soprattutto dalla cittadinanza attiva.</p>
<p>Non basta. Il comune è un’istituzione costituzionale, non un’aggregazione di una certa tendenza politica. Un soggetto politico nuovo dovrebbe impegnarsi su tanti terreni, sia dentro le istituzioni che fuori, cercando sempre di coniugare fra di loro livelli diversi della democrazia: quella rappresentativa, quella partecipativa e quella di prossimità. In prima istanza esso dovrebbe interagire con le forze e movimenti della società civile. Essi agiscono per una grande varietà di motivi – in nome dell’ambiente, in difesa dei diritti dei lavoratori, per la legalità e contro la criminalità organizzata, per la dignità e la parità delle donne – in un mondo (e un mondo di lavoro) ancora profondamente patriarcali. Nel rapporto tra i generi l’eguaglianza non può limitarsi alle “pari opportunità” cioè ad accomodamenti (pur necessari) dentro un sistema che resta immutabile, ma diviene un processo in grado di sovvertire l’esistente. Chi vive una situazione di ineguaglianza non può limitarsi a voler essere uguale a chi si ritiene superiore o più potente, al contrario aspira al superamento dei vecchi modelli.<br />
Tutte queste istanze della società civile sottolineano giustamente la loro specificità e autonomia; molte insistono anche sull’informalità e spontaneità delle loro strutture. Ma allo stesso tempo tutte hanno un bisogno disperato di connettersi fra loro e con le sedi decisionali, di presentare i loro punti di vista nelle istituzioni e di riformare quelle istituzioni stesse. Si cerca un nuovo tipo di relazione politica: che forma potrebbe mai assumere una volta che ci si rende conto dell’inadeguatezza del sistema attuale della rappresentanza?</p>
<p><strong>B. Il nuovo spazio pubblico della democrazia</strong></p>
<p>A metà dell’Ottocento John Stuart Mill era convinto che il nuovo sistema rappresentativo garantisse a ‘tutte le voci ‘ del Regno di farsi sentire nel parlamento. La storia gli ha dato torto. Anche in virtù della deriva maggioritaria, i parlamenti si sono sempre più allontanati dal paese reale, e sempre più i parlamentari rappresentano, in primo luogo, se stessi. La democrazia rappresentativa ha bisogno, dunque, sia di una sua riforma interna in senso proporzionale, sia di essere arricchita da nuove forme di democrazia partecipativa. Ciò che vale per il sistema politico nazionale è ancora più vero per i partiti in cui la democrazia ha sempre fatto fatica ad imporsi. La teoria che sottende ai cambiamenti deve essere resa esplicita: il sistema rappresentativo è l’unico che garantisce la partecipazione di tutti i cittadini in condizioni di voto segreto. Esso gioca di conseguenza un ruolo insostituibile. Ma per affrontare l’attuale crisi deve essere associato alla democrazia partecipativa E il punto cruciale riguardante il rapporto tra i due risiede nel fatto che l’attività costante della partecipazione alimenta e garantisce, stimola e controlla la qualità della rappresentanza e la qualità della politica pubblica.</p>
<p>In altre parole è emersa in questi ultimi anni una domanda esplicita di rottura che ha al suo centro una nuova percezione dello spazio pubblico, che non può essere ridotto né all’attività, sempre più degradata, dei partiti, né ai codici di per sé privatistici, del “mercato”. Tra i cittadini è cresciuto il desiderio di riappropriarsi di ciò che è comune, non solo beni ma anche processi. La democrazia si allarga e diventa più inclusiva: delle nuove forme di partecipazione dei cittadini, della gestione dei beni comuni, della società civile che interagisce, in piena autonomia, con una sfera politica che si apre alla cittadinanza invece di chiudersi come un riccio.</p>
<p>Processi di questo tipo cambierebbero in positivo anche il delicato rapporto tra privato e pubblico. Nei decenni del neoliberismo abbiamo assistito al trionfo del privato, declinato in vari modi: consumismo, chiusura nell&#8217;interesse personale, familismo, evasione fiscale; ma anche, sul versante opposto, solitudine, frammentazione, esclusione. Sarebbe ora di riattivare e riapplicare quella rivoluzionaria intuizione del movimento delle donne degli anni ’60 e ’70: ‘il personale è politico’. Le persone, uomini e donne, devono riflettere sul loro ‘privato’ – i loro valori, consumi, strategie individuali e familiari. Questa riflessione ha rilevanza per lo spazio pubblico di più grande emergenza – l’ambiente. Una visione ecologica del mondo incentrata sui beni comuni richiede una trasformazione qualitativa e relazionale del rapporto tra spazi pubblici e privati, così da perseguire la giustizia ambientale e sociale. I destini del pianeta non possono essere affidati esclusivamente ad interessi individualistici, guidati dal tasso di profitto a breve termine e dalla negazione della dignità del lavoro. In coerenza con una visione ecologica del mondo incentrata sui beni comuni, occorre invece coniugare i doveri e i diritti, per costruire relazioni equilibrate per l&#8217;insieme della collettività.</p>
<p>Troppe volte la ‘partecipazione’, come viene praticata dai partiti ansiosi di dimostrare la loro disponibilità e la loro ‘modernità’, ha assunto il volto dello ‘sfogatoio’, con assemblee caratterizzate da un confusionismo generale. Occorre invece uscire da questa mistificazione della sovranità popolare, e allo stesso tempo destrutturare una sovranità popolare totalmente fondata sulla delega. Occorre trasformare il livello prepolitico della partecipazione in diritto alla democrazia.</p>
<p>Possiamo infatti mutuare i principi della Convenzione europea di Aarhus – legge dello Stato a partire dal 2001. La Convenzione, attraverso l’istituto della partecipazione, riduce la discrezionalità delle scelte politico-amministrative, obbligando le istituzioni a prendere in considerazione le istanze partecipative e ad argomentare in maniera più circostanziata le proprie decisioni.</p>
<p>In questo senso il Laboratorio Napoli “Per una Costituente dei beni comuni” prevede sedici consulte divise per macro-aree che si interfacciano con i singoli assessorati attraverso il ruolo dei facilitatori. L’informazione deve costituire il presupposto per una reale partecipazione. Il processo partecipativo è normato e calendarizzato, la sua violazione può determinare l’annullamento degli atti amministrativi. Ciò rende certo il processo evitando forme fasulle e confusionarie della partecipazione, ponendosi come un esempio del necessario connubio tra rappresentanza e partecipazione.</p>
<p>Un altro esempio di partecipazione, disegnato per la consultazione di un grande numero di cittadini, è il referendum on line che, preceduto dalla necessaria dispensa di informazione bi-partisan, può portare alle decisioni in tempi rapidissimi.<br />
Un altro ancora viene chiamato PARTY (partecipazione attiva riunendo tavoli interagenti). E’ un metodo ispirato a due fra i più diffusi (Town meeting e Open Space Technology), che permette di discutere e decidere insieme sia su questioni locali che nazionali. Un’assemblea, ad esempio, viene divisa in tavoli di dieci-quindici persone ciascuno. I/le partecipanti, che possono non conoscersi affatto, affrontano i temi a loro sottoposti. Per ogni tavolo si sceglie una persona per facilitare il dibattito, un’altra per prendere appunti. Dopo una lunga e informata discussione in un arco di tempo prestabilito, ogni tavolo cerca di esprimere nel report un’opinione collettiva che può anche comprendere proposte diverse. Alla fine, una sintesi di tutto il lavoro svolto viene presentato alla plenaria. L’interazione tra chi partecipa ai tavoli e la possibilità di essere praticata a costi contenuti e con un uso ottimale delle tecnologie informatiche, costituiscono un pregio particolare di questo tipo di democrazia partecipativa.</p>
<p>Di tutte le forme di democrazia partecipativa, quella iniziata nella città di Porto Alegre in Brasile rimane una delle più convincenti, e per tre ragioni principali: la prima perché la partecipazione è calendarizzata, con un forte senso di continuità temporale durante l’anno, non limitata a una singola occasione. La seconda perché prevede un gran numero di luoghi e livelli di partecipazione, dagli incontri di strada (street meeting) di gennaio al Consiglio di bilancio in settembre, alla solenne adozione del bilancio partecipativo da parte del consiglio municipale e del sindaco a fine anno. E la terza perché è un processo, non un momento, che contribuisce così alla formazione di un prezioso capitale per qualsiasi democrazia &#8211; gruppi crescenti di cittadini informati, attivi e con idee chiare su che cosa costituisce una cultura democratica. Dobbiamo trovare, declinando in più di un modo la democrazia partecipativa, la forza per portare avanti una vera rivoluzione culturale fatta di trasparenza e responsabilità.<strong></strong></p>
<p><strong>C. Forme e pratiche di una nuova aggregazione</strong></p>
<p>La degenerazione degli attuali partiti politici oscura e mortifica gli ideali di molte persone che, soprattutto a livello di base, vi militano in buona fede e con generosità. La volontà di partecipazione, di “far da sé”, di riprendere in mano il bandolo del discorso pubblico, richiede invece un modello di pratica e di organizzazione politica radicalmente altro rispetto a quello formatosi nel lungo ciclo novecentesco. Non possiamo più accettare un modello incentrato sulla stretta identificazione di “sfera pubblica” e di “sfera politica” con un tendenziale primato della seconda sulla prima, in quanto luogo di espressione della “forma partito” intesa come unico soggetto dotato di voce e legittimazione.</p>
<p>I nostri Costituenti, nello scrivere l&#8217;art. 49, avevano immaginato i partiti come luoghi di mediazione, corpi intermedi fra società e istituzioni politiche. Luoghi nei quali potesse formarsi e organizzarsi il consenso. Ma il principio costituzionale che i partiti devono concorrere “con metodo democratico” alla vita politica nazionale, è stato realizzato solo parzialmente, in riferimento alle relazioni esterne dei partiti. In realtà s&#8217;immaginava che il metodo democratico dovesse valere soprattutto nel funzionamento interno dei partiti, sulla base di principi quali la solidarietà, l’eguaglianza, la pari dignità, la trasparenza. Una volontà velocemente disattesa da un sistema  politico che si è progressivamente  organizzato con strutture opache, piramidali, fortemente escludenti.</p>
<p>I partiti politici attuali sono così diventati organizzazioni completamente  anacronistiche rispetto ad un modello di democrazia che non può più  esaurirsi nella rappresentanza e nella delega. Il fondamento giuridico leggero che li intende quali libere  associazioni di cittadini non riconosciute (Codice civile) risulta  paradossale. Essi incredibilmente si trovano nella posizione di godere da un lato di tutti i benefici di un soggetto privato,  dall&#8217;altro di avere accesso ad ingenti risorse pubbliche. Un mostro a due teste che si appella al diritto di  riservatezza, proprio dei soggetti privati, mentre vive di risorse  pubbliche in una dimensione opaca, espressione di corruzione e  perversa contaminazione di interessi pubblici-privati.<br />
Noi vogliamo invece affermare l&#8217;interpretazione autentica dell&#8217;espressione “metodo democratico”, vogliamo un soggetto politico che, oltre i partiti, sappia muovere dai fondamenti costituzionali per creare nuovi modelli di partecipazione politica, fondati sulla passione, la trasparenza e l&#8217;altruismo.</p>
<p>In primo luogo il soggetto nuovo, nelle sue regole e pratiche, dovrebbe mettere l’accento sull’inclusione. L’immagine dei partiti arroccati ai propri privilegi e separati dal resto della società, dediti all’hollowing out, allo svuotamento della democrazia – sempre più potere nelle mani della leadership, sempre meno democrazia interna, sempre meno iscritti (Peter Mair) &#8211; dovrebbe cedere il passo a un’altra, totalmente diversa, basata sull’allargamento dello spazio pubblico della politica, non sulla sua restrizione. Dentro questo spazio, non più separato dalle istanze della società, si muoverebbe una pluralità di attori politici nuovi. Si passa così dall’esclusione verticistica (il tesserato come spettatore passivo degli show dei suoi leader) all’inclusione orizzontale: il cittadino come agente in una struttura basata su regole democratiche. La struttura del nuovo soggetto non sarebbe piramidale ma confederale, senza un centro ‘nazionale’ fisso ma con un coordinamento itinerante e a rotazione che si sposta regolarmente da regione a regione. I singoli individui si aggregano in modo egualitario sia alla sfera della discussione e della decisione, sia a quella dell’azione, ognuno nei limiti delle sue possibilità e delle sue disponibilità di tempo. A tutti i livelli cerchiamo le forme politiche che consentiranno realisticamente la possibilità di confrontarsi e decidere insieme (vedi sopra nel paragrafo B). Ci interessa un luogo dove si sperimentino pratiche fondate sul “potere di” piuttosto che sul “potere su”.</p>
<p>Il “soggetto nuovo” nascerà da un’istanza diametralmente opposta a quella che ha guidato quasi tutti i processi organizzativi novecenteschi. Organizzarsi, secondo quel modello significava unificare gli identici, raccogliere in un unico contenitore (modellato gerarchicamente sulla struttura statale) gli “omogenei” – coloro che condividono gli stessi valori, gli stessi linguaggi, gli stessi ideali, gli stessi interessi e gli stessi luoghi. Crediamo invece che organizzare, oggi, voglia dire mettere in connessione le diversità: culturali, etniche, linguistiche. Inventare la forma della convivenza in un mondo e in una società in cui quello che era distante e separato tende a convergere e intrecciarsi. L’organizzazione politica dovrebbe essere il grande laboratorio in cui si inventano e si forgiano i nuovi linguaggi di un dialetto universale in grado di superare la separatezza Una politica che sappia emanciparsi dalla coppia schmittiana “amico-nemico”. Che sappia trovare la propria “essenza” non nell’esclusione reciproca (e nel conflitto tra identità chiuse e separate) ma nell’inclusione e nella contaminazione-connessione-ibridazione tra identità.</p>
<p>Una serie di regole semplici e condivise che in questi anni sono diventate patrimonio comune determineranno il comportamento del nuovo soggetto nelle istituzioni e fuori di esse. Adozione di un codice etico e dunque politico nella ricerca e accettazione dei finanziamenti, rifiuto della gestione clientelare di risorse e consulenze, primarie per la selezione dei candidati o assemblee partecipate nei piccoli comuni, limiti e vincoli di mandato, rotazione negli incarichi di direzione, trasparenza nell’uso delle risorse. La vita interna del nuovo soggetto si baserà anch’essa su alcune semplici regole di base: prendere le decisioni ricercando in modo prioritario il massimo consenso possibile; quando occorre procedere al voto con il sistema “una testa un voto”, unire il rispetto delle decisioni maggioritarie con la salvaguardia dei diritti delle minoranze, possibilità per tutti di votare in modo regolare e segreto. Nelle riunioni del nuovo soggetto, considerazioni di genere devono assumere un posto di massima importanza: nessuna tolleranza per i soliti maschi accentratori. Tempi stretti di intervento, ascoltare ciascuno/a e fare in modo che ciascuno/a parli, report tempestivi delle riunioni.</p>
<p>La chiave della vita interna dovrebbe essere la prevenzione insieme all’invenzione: prevenzione di tutte quelle forme di burocratizzazione e di oligarchia che hanno sempre caratterizzato i partiti socialdemocratici (per non parlare di quelli democristiani), un’invenzione che si nutre di una partecipazione dal basso sempre più formata politicamente: negli ultimi anni, tante delle persone coinvolte nelle campagne referendarie e in mobilitazioni simili si sono informate, studiando, sostituendosi così ai partiti nelle proposte di nuove politiche. La formazione, ormai assente nelle strutture partitiche (con gravi danni non solo a livello nazionale, ma anche nelle amministrazioni locali, con politici sempre più ignoranti) è un terreno su cui ritornare a impegnarsi. Più estesa la scala, più arduo diventa il nostro compito. In ogni caso la nuova democrazia deve camminare mano in mano con l’efficacia. Oltre al come si decide, diventa importante come si funziona. E&#8217; del tutto inutile rimpiazzare la repubblica delle banane o quella dei “tecnici” con una delle chiacchiere.<br />
Lavoriamo per stemperare, rendendolo dinamico, il confine fra le persone che partecipano a campagne e gli iscritti. Pensiamo ad allargare il potere decisionale a tutti, attraverso consultazioni vincolanti tramite voto referendario e primarie, per la materia elettorale e non solo.</p>
<p><strong>D. Comportamenti e passioni</strong></p>
<p>Le regole formali, preziose e insostituibili, non sono sufficienti. Ad esse va associata la lenta ma costante creazione di una cultura profondamente diversa. Per troppo tempo abbiamo scelto di escludere dal campo della politica qualsiasi riflessione sulle passioni e sui comportamenti individuali. Un esempio fra tanti: la cultura della pace. Siamo bravi a predicare la non-violenza a livello internazionale ma molto meno a praticarla come virtù sociale. Le relazioni tra di noi nella sfera pubblica politica rimangono piuttosto primitive, senza alcun guida. Anzi. Abbiamo accettato fin troppo facilmente che la nostra pratica politica sia intrisa della violenza e della competitività, una forma di ‘neo-liberismo interiorizzato&#8217;. Superare una cultura così longeva e insidiosa non è questione di una stagione politica. Ma riconoscere la legittimità del tentativo è già un grande passo in avanti.</p>
<p>Quando parliamo delle passioni e delle emozioni viene in mente primo di tutto un discorso sul loro governo. Tante volte consentiamo che siano le passioni negative – l’invidia, l’odio, l’orgoglio, l’ira – e i comportamenti sociali che ne derivano &#8211; la rivalità, la voglia di sopraffare, il perseguimento dei propri interessi in modo esclusivo – a guidare le nostre azioni. E spesso lo facciamo con una grande inventiva, rappresentando i dissidi come ‘differenze oggettive ’, negando con veemenza le loro origini soggettive. Questo approccio rende la sfera pubblica politica paragonabile a una grande giungla preistorica, dominata da ‘ego-mostri’ &#8211; politici moderni gonfiati dall’attenzione incessante dei media. Un primo passo, dunque, verso una nuova politica in questo campo sarebbe un discorso centrato sul governo e sull’autogoverno delle passioni, l’invito forte all’autodisciplina, la produzione di un codice di comportamento.</p>
<p>Soprattutto dobbiamo negare spazio a una delle passioni più dannose – il narcisismo. Siamo stufi di leader narcisi e non vogliamo  semplicemente affidarci a figure carismatiche, incoraggiate al massimo dalla moderna personalizzazione della politica. Non sopportiamo il protagonismo sfrenato e l’auto-compiacimento senza fine. Se il nuovo soggetto politico venisse concepito come veicolo per una leadership che si presenta in questo modo, avrebbe poca possibilità di crescere e fiorire.</p>
<p>Le passioni non esistono però solo per essere governate. Una seconda riflessione invita al superamento della classica contrapposizione tra ragione e emozioni, la prima vista come positiva e civilizzante, le seconde giudicate negative e primitive. Certe emozioni e i comportamenti sociali che ne derivano costituiscono invece una risorsa preziosissima per la sfera pubblica politica: la compassione e la gioia, l’amore e la speranza, la generosità e il rispetto per gli altri. Non cerchiamo una nuova sfera politica di auto-abnegazione e di sacrificio, in cui l’individuo si annulli a servizio della causa comune. Cerchiamo invece l’autorealizzazione individuale in un contesto collettivo radicalmente nuovo, all’insegna dell’eguaglianza. Sarebbe interessante sperimentare di più il sentimento dell’empatia, cioè la capacità di mettersi nei panni dell’altra/o, in termini non solo personali ma politici, praticando quella “salda comunanza” (Martha Nussbaum) che esalta le facoltà tipicamente umane di scelta e di socialità.</p>
<p>Tutto questo può trovare una prima verifica nella sfera della micro-politica, la cultura sottostante e di supporto alle regole formali e alle grandi riunioni nazionali. E’ qui che i partiti politici tradizionali danno il peggio di sé. Abbiamo visto dirigenti dei partiti venire alle riunioni e poi leggere ostinatamente i giornali finché non è il loro turno di parlare o quello di un altro dirigente (rivale). Abbiamo visto ovunque i tipici atteggiamenti maschili – non solo di uomini – per cui ci si preoccupa solo del proprio intervento, poi si riaccendono i cellulari e ci si mette a chiacchierare in fondo alla sala. Tutti arrivano in ritardo: più importante sei, più in ritardo arrivi. Tutto l’impasto di una riunione o di un’assemblea assume l’aspetto livido di una contusione, di una profonda e persistente ferita alla democrazia. Da quel terreno cosa può scaturire di nuovo o di buono?<br />
A livello di micro-politica un soggetto nuovo metterebbe invece l’accento su un modo di comportarsi radicalmente diverso, all’insegna dell’eguaglianza e della cooperazione fra generi, della capacità di ascoltare, della puntualità, dell’incoraggiare alla partecipazione i più timidi o chi ha meno esperienza. Ritroverebbe una fisicità della politica oltre le reti virtuali di Internet, avrebbe attenzione alla massima circolazione dell’informazione interna e cura che i nuovi partecipanti non si sentano “ospiti”, ma protagonisti alla pari degli altri. A predominare sarebbero le virtù sociali della mitezza e della fermezza. Il mite, scrive Norberto Bobbio, ‘è l’uomo [donna] di cui l’altro ha bisogno per vincere il male dentro di sé’. Alle sue qualità intrinseche ne viene aggiunta un’altra – quella della fermezza, la capacità di non cedere, come ci ha insegnato Gandhi, ma di insistere con pacatezza. Così la cultura politica nuova si distanzia mille miglia da quella classica del Novecento, basata com’era in grande parte sul machiavellismo, sulla realpolitik, sulla furbizia e l’autoreferenzialità.</p>
<p><strong>Per concludere</strong>:<br />
quattro nodi radicali e di rottura per un soggetto politico nuovo e una proposta</p>
<p>Si rompe con il modello novecentesco del partito, introducendo nuove regole e pratiche: trasparenza non segretezza, semplicità non burocrazia, potere distribuito non accentrato, servizio non carrierismo, eguaglianza di genere non enclave maschili, direzione e coordinamento collettivo e a rotazione, non di singoli individui carismatici.<br />
Si rompe con questo modello neo liberista europeo che vuole privatizzare a tutti i costi, che non ha alcuna cultura dell’eguaglianza, che minaccia a morte lo stato sociale, la dignità e sicurezza del lavoro. Si insiste invece sulla centralità dei beni comuni, la loro inalienabilità, la loro gestione democratica e partecipata.<br />
Si rompe con la visione ristretta della politica, tutta concentrata sul parlamento e i partiti. Si lavora invece per un nuovo spazio pubblico allargato, dove la democrazia rappresentativa e quella partecipata lavorano insieme, dove la società civile e i bisogni dei cittadini sono accolti e rispettati.<br />
Si riconosce l’importanza della sfera dei comportamenti e delle passioni, rompendo con le pratiche mai esplicitate ma sempre perseguite dal ceto politico attuale: la furbizia, la rivalità, la voglia di sopraffare, il mirare all’interesse personale. Al loro posto mettiamo l&#8217;inclusività, l’empatia, la mitezza coniugata con la fermezza.</p>
<p><strong>Una proposta</strong>:<br />
Il futuro di questo manifesto, del progetto di radicale rinnovamento della soggettività politica che esso propone, è nelle mani di tutti e tutte coloro che lo desiderano attivamente. Si può iniziare dall&#8217;impegno a promuovere incontri, inventare momenti partecipativi e occasioni di confronto fondate su una comune condizione sociale o sul radicamento attivo nei territori. Una mobilitazione diffusa e connessa, che non imponga esclusività di appartenenze e che si ritrovi poi in un primo appuntamento nazionale.<br />
Inoltre si può pensare che sia positiva la presenza alle elezioni amministrative di liste di cittadinanza politica che prendano a riferimento e contribuiscano a costruire questo progetto nazionale. Una rete orizzontale di rappresentanza che sia radicata nei territori e connotata dagli elementi di metodo prima indicati: democrazia, governo partecipato dei beni comuni, etica, nuova cultura delle relazioni. Non si tratta di aggiungere sigle contro tutto e tutti, né di sommare esperienze locali che restano locali, tanto meno di chiudersi nel recinto di una radicalità ideologica.<br />
Vogliamo costruire un soggetto che determini una trasformazione complessiva, costruisca anche alleanze e mediazioni ma con l&#8217;ambizione tutt&#8217;altro che minoritaria di mettere in campo un&#8217;altra Italia. Di lavorare per un&#8217;altra Europa.</p>
<p><strong>Primi firmatari</strong>: Andrea Bagni, Paul Ginsborg, Claudio Giorno, Chiara Giunti, Alberto Lucarelli, Ugo Mattei, Nicoletta Pirotta, Marco Revelli, Massimo Torelli, (Redattori del testo) Giuseppina Antolini, Danila Baldo, Giuliana Beltrame, Piero Bevilacqua, Valter Bonan, Paolo Cacciari, Nicoletta Cerrato, Adelaide Coletti, Emmanuele Curti, Sergio D&#8217;Angelo, Giuseppe De Marzo, Gianna De Masi, Silvia Dradi, Luigi Ferrajoli, Dario Fracchia, Luciano Gallino, Domenico Gattuso, Luca Giunti, Celeste Grossi, Danilo Lillia, Marinunzia Maiorani, Teresa Masciopinto, Luca Nivarra, Leo Palmisano, Tonino Perna, Riccardo Petrella, Anna Picciolini, Sandro Plano, Chiara Prascina, Corinna Preda, Giuliana Quattromini, Leana Quilici, Alessandro Rampiconi, Domenico Rizzuti, Stefano Rodotà, Chiara Sasso, Enzo Scandurra, Laura Tonoli, Mapi Trevisani, Vittorio Vasquez, Fulvio Vassallo Paleologo, Guido Viale.</p>
<p>Per adesioni, contributi scritti, informazioni: <a href="http://www.soggettopoliticonuovo.it/">www.soggettopoliticonuovo.it</a></p>
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