La pace dei popoli senza padroni

 

acin

di EMMANUEL ROZENTAL e VILMA ALMENDRA

Pubblichiamo il contributo di Manuel e Vilma sui “negoziati di pace” in Colombia. Manuel Rozantal è appena stato in Italia, ospite del Seminario America Latina di Cortona. Attivista impegnato in diversi processi indigeni e popolari sia in Colombia sia in tutto il continente americano. Analista politico, comunicatore, educatore popolare e stratega nella pianificazione di attività collettive. Negli ultimi anni ha fatto parte dell’ACIN (Associazione dei Consigli Comunali Indigeni del Nord del Cauca) dove ha svolto un ruolo rilevante sia all’interno del processo stesso in Colombia, sia nella sua diffusione verso il resto del mondo. Ha promosso e sostenuto il processo di pianificazione strategica che ha reso possibili la realizzazione della Marcia de la Minga ed il Congresso Indigeno e Popolare del settembre 2004. Manuel è stato fondatore e coordinatore del Comitato di Comunicazione e Relazioni Esterne per la verità e la vita di ACIN. Fa inoltre parte della Segreteria dell’Alleanza Sociale Continentale – ASC, la cui sede si trova in Colombia; in questo ruolo sta promuovendo la resistenza ai trattati di libero commercio e la lotta contro i progetti estrattivi, contro i combustibili da prodotti agricoli e contro la più generale minaccia alla vita del pianeta. Infine, da qualche anno accompagna l’organizzazione del Seminario America Latina.

 

 

(Traduzione di Gaia Capogna –  del Gruppo Seminario America Latina di Cortona – AR)

 

 

In Colombia non c’è sfollamento forzato perché c’è la guerra. C’è la guerra perché ci possa essere sfollamento forzato”. Questa impostazione di Héctor Mondragón evidenzia la natura e gli obiettivi strategici del terrore e della guerra al servizio dell’accumulazione sotto il regime capitalista imposto alla Colombia. Intendiamo dire che la guerra e il terrore, vengano da dove vengano, sono oggi strumenti per ottenere la sottomissione e la spoliazione dei popoli a beneficio del capitale transnazionale e della sua volontà di appropriarsi di territori, lavoro e ricchezze.

 

Desideriamo che i negoziati tra gli insorti armati (per ora le FARC, alle quali sicuramente si aggiungerà presto l’ELN) e il Governo della Colombia si concludano rapidamente con la firma di un accordo che garantisca il cessate il fuoco definitivo e permanente tra le parti. Il contesto, la correlazione di forze, le condizioni e i conseguimenti reali di questi negoziati e di coloro che vi partecipano devono essere esaminati sia dal punto di vista degli obiettivi strategici del capitale globale e delle sue dinamiche e controparti in Colombia, sia da quello delle lotte indigene e popolari, così da poterli ubicare nel luogo che gli corrisponde e contribuire così a evitare di cadere in una trappola che permetta al capitale non solo di consolidare, legittimare e approfondire il modello di spoliazione, questa volta in nome della pace, ma anche di continuare con il terrore e la guerra per altre vie. In modo schematico, questo testo vuole delineare appena alcuni argomenti nello spirito della “Minga de Resistencia Social y Comunitaria” (1) che ci ha convocati a trasformare “un paese con padroni e senza popoli in un paese dei popoli senza padroni” (2).

 

Il Modello si blinda e stabilisce le condizioni

 

La Colombia è un paese-prodotto (3) con un’enorme ricchezza e un’ubicazione strategica per gli interessi del capitale. Fondamentalmente, il paese esiste in funzione del trasferimento di risorse ai gruppi economici che controllano il potere corporativo transnazionale. La storia recente e quella attuale della Colombia è determinata dagli obiettivi strategici messi in atto dal capitale per affrontare e superare la profonda crisi che sta attraversando. Il terrore, la propaganda e le politiche di Stato sono state progettate e implementate in modo articolato, e a loro beneficio, dai gruppi economici globali e dalle corporazioni transnazionali che li conformano. La dottrina base sulla quale si fonda questo progetto strategico corporativo è quella del “Libero Commercio”, che si attua nel contesto coordinato dei “Trattati di Libero Commercio” (TLC) e del “Plan Colombia” (PC). In pratica, tramite i TLC e il PC si è riusciti a convertire le corporazioni transnazionali in soggetti di diritto e a proteggerle dai diritti individuali e collettivi dei cittadini e dei popoli. Una combinazione di biopolitica e geostrategia (4) assoggetta l’attività economica e produttiva, l’immaginario sociale, i territori e le istituzioni al progetto di estrazione di ricchezza “ricondotta al settore primario”, in contesti di spoliazione e sfruttamento sistematici, in modo che i guadagni provenienti dai processi di produzione, sia legali che illegali, si trasferiscano ai gruppi economici transnazionali.

 

Nel corso delle ultime cinque decadi l’agenda legislativa e i Piani di Sviluppo dei governi che si sono succeduti nel paese hanno creato una struttura legale-istituzionale atta a smantellare diritti e libertà per garantire gli interessi estrattivisti e corporativi in preparazione delle firme e ratificazioni dei “TLC”. Ignorata e sottomessa l’opposizione crescente e solidamente argomentata che dimostra i loro effetti nefasti, i TLC soppiantano la Costituzione Politica del 1991 con una serie di costituzioni sopranazionali (5) che convertono la Colombia e i suoi popoli in un’area sottoposta alla conquista corporativa globale. Questa vittoria giuridico-legale non sarebbe stata possibile senza l’assoggettamento di tutto il paese, ottenuto con strategie di coercizione (terrore) e consenso (propaganda). Selva, campagne, litorali e le “ciudades miseria” all’interno delle grandi città vengono mano a mano trasformate in campi di concentramento, di sterminio e di lavoro sotto il controllo di gruppi armati, di mafie e di violenza al servizio dell’accumulazione, in una condizione di terrore permanente. Con il pretesto delle guerre contro il narcotraffico e il terrorismo, coordinate e dirette dal Pentagono, si definiscono e si mettono in atto le varie fasi del Plan Colombia, che orientano la guerra e si servono dei suoi attori (statali e parastatali, legali e illegali) come strumenti al servizio del “Libero Commercio” per provocare, tra gli altri impatti strategici, l’estensione del conflitto armato e del terrore a tutti gli angoli del paese, la spoliazione, il reclutamento, la sottomissione e lo sfollamento forzato e massivo delle popolazioni all’interno di una delle maggiori crisi umanitarie del mondo, la “liberazione” e consegna di territori, lavoro, economia e risorse ai progetti estrattivi, speculativi e produttivi transnazionali.

 

Il terrore e la violenza garantiscono e orientano contemporaneamente il controllo politico sullo Stato da ambiti locali per imporre l’agenda legale-istituzionale del “Libero Commercio”, nello stesso modo in cui risultano fondamentali per consolidare il controllo dei territori e delle popolazioni e delle dinamiche economiche legate all’accumulazione dei gruppi globali. Una sofisticata strategia di propaganda maschera e legittima questo modello di conquista (“for export”), fabbricando un’immagine falsa di paese democratico e rispettoso della legge, e segnalando, eliminando o isolando coloro che svelano verità e propongono alternative, promuovendo in questo modo rassegnazione e consenso pragmatico e “realista” a questo “Modello Colombia” al quale “non ci sono alternative”. Una volta consolidato sufficientemente questo modello di “paese-prodotto”, il potere del capitale globale si è blindato contro resistenze e alternative: le condizioni per il negoziato con l’insorgenza armata sono date.

 

È in questo contesto che “Alfonso Cano”, il comandante capo delle FARC che è stato assassinato, fece una proposta di pace che è, nell’essenziale, l’agenda dei negoziati sulla base della quale si è lavorato e ci si è accordati tra le parti prima d’istallare a Oslo il processo che ora si sta portando avanti a L’Avana. Un’agenda che, nei tratti fondamentali, affronta tematiche nell’ambito del “Libero Commercio”, senza proporre, come condizione essenziale, la trasformazione di questo modello che concentra poteri e benefici per il capitale transnazionale.

 

Guardando retrospettivamente risulta evidente che mentre le FARC e il Governo negoziavano l’agenda, i movimenti, le organizzazioni e processi di resistenza, opposizione e lotta indigena e popolare adattavano visibilmente le loro agende in quello stesso senso. Si distaccano la Minga de Resistencia Social y Comunitaria e il Congreso de los Pueblos, nato dalla Minga. L’agenda originaria, il cui “Mandato” (7) riconosceva il modello economico e il “Libero Commercio”, i suoi attori e impatti come “la sfida che ci convoca”, rimase subordinata ad altri temi, simili e compatibili con quello di cui si stava dibattendo a L’Avana (8). Tutto indica che il modello economico si blindò per rendere possibili i negoziati e condizionarne gli effetti.

 

 

Bottino Colombia: la disputa per il potere

 

Le controparti nazionali di questo modello economico sono costituite da piccoli gruppi esclusivi ed escludenti, necessariamente alleati e vincolati alla generazione e al trasferimento di ricchezze al capitale corporativo globale che li condiziona. Questi gruppi costituiscono e detengono il potere in Colombia, un potere che si regge a partire dal controllo sulla ricchezza: natura, lavoro e risparmi. Sono lo Stato colombiano. Si tratta di settori che concentrano privilegi assumendo come principio di base l’assioma che il loro benessere è il benessere della nazione e che la loro avidità è un diritto indiscutibile. Non si tratta, oggi, di un settore monolitico e omogeneo.

 

La lotta per entrare negli ambiti del privilegio e controllare per il proprio beneficio le istituzioni e le risorse del potere è dura e, nel caso colombiano, particolarmente violenta e cruenta. Il dominio sui territori, sul governo e sulla popolazione richiede alti livelli di coercizione e, alla stesso tempo, strategie per ottenere sia sottomissione che consenso. Questa struttura di potere verticale, basata sul privilegio escludente, ha stabilito una contraddizione permanente tra il legittimo e il legale, la criminalizzazione della lotta per la sopravvivenza e la legittimazione della violenza e della criminalità, come meccanismi per accedere tanto alla sopravvivenza come al potere, a beni e a benefici. La struttura e la dinamica sociale sono violente e promuovono la violenza come condizione sia per perpetuarsi e preservare la concentrazione dei poteri, sia per conseguire cambi. I potenti, a loro volta, sorgono e blindano il loro privilegio tramite l’appoggio corporativo-imperiale, la loro disponibilità economica, il terrore, la propaganda e le politiche pubbliche create a loro beneficio. Le borghesie tradizionali, costituite in “classi dirigenti”, sono dinastie ereditarie (Pastrana, Santos e altre) che si sono trovate obbligate a competere e a stringere alleanze con classi e gruppi emergenti (è il caso di Álvaro Uribe Vélez) che si fanno strada controllando risorse, mercati (legali e illegali), territori e forze (militari e paramilitari). Si consolidano mafie dall’alto e dal basso, gerarchicamente e verticalmente articolate, con la capacità di sottomettere e spartirsi il paese e la sua popolazione dominata a loro immagine e somiglianza. Tutto questo si occulta con discorsi, rituali e usanze che producono un’apparenza di civiltà, democrazia e rispetto per la legge, l’”onore” e il dibattito aperto d’idee e argomenti, in modo che le buone maniere e il rispetto per le istituzioni diventino dispositivi di selezione, inclusione escludente e norme di assoggettamento. Tutto è valido per arrivare in alto dove il codice di formalità e le apparenze coprono – con difficoltà – la corruzione e il terrore. Sedersi alla tavola dalla quale si controlla il potere nel contesto del paese-prodotto del capitale transnazionale, è una disputa cruenta tra contraddittori e nemici, fino a che si stabiliscono equilibri fragili e temporanei, a seconda che convenga più l’alleanza o la coesistenza piuttosto che l’eliminazione del contraddittore. Questo è l’esercizio della politica e del potere in Colombia: la disputa per un bottino tra i pochi che manipolano basi per il loro beneficio con tutta una serie di pretesti e argomenti (pace, democrazia, sviluppo, progresso ecc.). Dal punto di vista di questi gruppi, il Tavolo dei Negoziati con la guerriglia è, simultaneamente, un tentativo di questa per accedere al potere attraverso un accordo ed anche una disputa tra chi calcola che concedendo agli insorti un ristretto spazio consoliderà l’istituzionalità e difenderà (o incrementerà) la sua parte di bottino grazie al cessate il fuoco, e chi, invece, con lo stesso proposito, insiste per eliminarla.

 

 Re-legittimazione con condizioni e crepe

 

La Marcia per la pace del 9 aprile 2013, giorno delle vittime, è stata convocata palesemente sia dal governo Santos e da settori della borghesia tradizionale che dagli insorti e da settori a loro vicini. Hanno creato un avvenimento politico visibile per dimostrare capacità di convocazione e, così, una correlazione di forze in favore dei negoziati. Il successo della marcia offre il pretesto per l’istallazione di un tavolo di negoziazione Governo-ELN. I settori fascisti, capeggiati da Uribe Vélez, dichiarano la loro opposizione alla marcia e ai negoziati che definiscono un processo che offre impunità a “banditi e criminali” promuovendo il terrore e la guerra. Probabilmente, la maggioranza di quelli che hanno marciato a favore della pace non si identifica con chi, da posizioni opposte, l’ha convocata, ma con la fine del conflitto armato, evidenziando la sua limitata autonomia politica. Malgrado la situazione di privacy e discrezione in cui si svolgono, i dialoghi hanno aperto spazi per il dibattito ristretto di temi normalmente esclusi dall’agenda politica. L’agro, la concentrazione di terre, le “Zone di riserva contadina”, la partecipazione politico culturale con garanzie, i diritti delle vittime del conflitto armato, il rispetto per diritti e libertà che vengono sempre più ristretti e negati nella misura in cui si consolida il potere transnazionale-mafioso, tra le altre cose. Queste aperture sono positive ma la loro portata è limitata.

 

Se il governo riesce a controllare le forze dell’ultradestra incrementando l’accumulazione e garantendo stabilità al regime, e gli insorti ottengono un minimo di garanzie e riforme per il loro insediamento formale nella dinamica istituzionale come organizzazione politico-elettorale con una base d’appoggio significativa, il risultato sarà un ampliamento dell’ambito del potere e del contenuto del dibattito politico, nel contesto dell’attuale modello di “Libero Commercio”. Il sistema si ri-legittima con l’inserimento e l’incorporazione di nuovi attori in cambio di riforme che non lo minacciano ma, al contrario, lo consolidano. I negoziati appaiono a settori della società come un’opportunità di cui approfittare. La pace si converte in bottino elettorale e in possibilità di ascesa, ma è anche una promessa lontana e incerta di poter realizzare le postergate trasformazioni, all’interno della struttura del potere. Per altri, questa è una minaccia intollerabile. I negoziati si svolgono nel mezzo di una guerra in cui lo Stato, senza sconfiggerla, ha dimostrato la sua capacità di saper ubicare ed eliminare alti comandi dell’organizzazione guerrigliera. Il perpetuarsi del terrore e della guerra, il potenziale smantellamento e ricollocazione di parte degli attori armati in bande criminali e il consolidamento di strutture mafiose locali e nazionali, instaurano una cultura di coazione asfissiante che spinge la popolazione a esigere risultati e ad accettare con rassegnazione gli accordi possibili malgrado siano lontani da essere quelli necessari.

 

Per il sistema, le condizioni minime per cui si firmi un accordo di cessate il fuoco definitivo e permanente includono, ad esempio, mantenere o incrementare l’inversione budgetaria post-conflitto riguardante le forze armate, ri-lanciare la guerra con altri pretesti, garantire gli interessi delle transnazionali e proteggere i monopoli economici, inclusi l’agro-negozio e l’inversione speculativa, in cambio della redistribuzione e all’incremento dell’inversione sociale. Processi indigeni e popolari che si erano mobilizzati contro il modello con indipendenza dagli attori armati, optano ora per modificare le loro agende trasformatrici per poter partecipare ai negoziati con proposte politico-elettorali, rivendicative e di riforme. In queste circostanze, il rischio di trasformare gli accordi in una ripartizione del bottino Colombia in cambio del cessate il fuoco, non deve perdersi di vista. Rischio davanti al quale le vittime del conflitto hanno reclamato i loro diritti proponendo meccanismi per cui la verità, la giustizia e la riparazione integrale determinino il risultato e la portata degli accordi.

 

 Né lo Stato né la l’insorgenza armata possono costruire la pace in nome della Colombia

 

Le organizzazioni guerrigliere, sorte negli ultimi 50 anni, sono una risposta all’illegittimo Stato colombiano e al regime che questo Stato serve. Le FARC-EP nacquero come un esercito di contadini, vittime che si organizzano per proteggersi e proteggere il popolo dalla violenta aggressione delle forze dello Stato al servizio dei proprietari terrieri e degli interessi stranieri. Esercito che soffrì come e con i popoli non solo le conseguenze della politica pubblica e della propaganda ma anche le terribili azioni delle forze armate e degli squadroni della morte appoggiati dal Pentagono, azioni che continuano a lasciare orme di terrore e impunità incancellabili. È necessario ricordare lo sterminio del movimento politico Unión Patriótica e le centinaia di massacri commessi contro il popolo colombiano e i suoi processi organizzativi d’opposizione e resistenza, che sono la dimostrazione di come il regime massacri chi lascia le armi o partecipa alla lotta popolare senza armi. Sfortunatamente, questo “Esercito del popolo”, da decadi, è vittima e vittimario. È diventato un aggressore in più, soprattutto nei territori dove si è istallato.

 

Nella dinamica della guerra e nel suo affanno per fare reclute e finanziarsi per poter arrivare al potere, assoggetta il popolo colombiano alla legge delle sue armi, alle sue imposizioni, autoritarismo, settarismo crudeltà e terrore, contrapponendo così i suoi fini retorici ai propri atti, a differenza dalle molte proposte che nascono dal basso e sono collettive e che si occupano di autonomia territoriale, di governi propri, di resistenza, trasformazione e alternative al modello. Rifiuta la libertà ideologica e politica, e nello stesso modo in cui lotta contro le forze dello Stato, va contro i processi indigeni e popolari. Le FARC-EP, soggette alle conseguenze di una guerra prolungata in circostanze e dinamiche mutanti, dall’intolleranza inerente al rigido modello e alle strutture di guerra rivoluzionaria che gli ha dato origine in un contesto particolare, segnalano, perseguitano, dichiarano obiettivo militare e convertono in loro vittime coloro che, per principio, dovrebbero proteggere: attivisti popolari e comunità povere. Lontani dal proteggere le iniziative popolari di trasformazione e resistenza, hanno preteso di sottomettere il popolo alla loro organizzazione politico-militare. Il capitale ottiene così un risultato strategico: converte la guerra, venga da dove venga, in uno strumento per lo smantellamento della resistenza popolare e per la paralisi dell’insurrezione indigena e popolare autonoma e trasformatrice, schiacciata tra il fuoco incrociato della guerriglia e del regime. Di conseguenza, i popoli in resistenza esigono che la guerra esca dai loro territori e l’insorgenza ha perso legittimità come portavoce della lotta popolare.

 

Sono questi signori della guerra: Stato colombiano mafioso e transnazionale e insorgenza armata delle FARC (per il momento), coloro che stanno negoziando a La Avana “la Pace della Colombia” alle condizioni del modello di “libero commercio”. Non hanno la legittimità per farlo.

 

 Ci hanno derubato con la guerra. Che non ci rubino la pace

 

Quello che devono negoziare sono le condizioni per un cessate il fuoco definitivo e permanente, per porre fine alla guerra tra di loro e contro i popoli. Gli accordi devono garantire che i popoli recuperino e non perdano più spazi di lotta autonoma, già ristretti dal sistema con il terrore e la guerra e che ora potrebbero venire ulteriormente ristretti con la “pace” del regime. La soluzione del conflitto sociale e politico che ha generato la guerra supera la capacità e legittimità di coloro che partecipano ai negoziati, così come supera la portata degli accordi. Né lo Stato né gli insorti hanno legittimità per negoziare la pace in nome e rappresentanza del popolo colombiano. La Colombia, la sua trasformazione, i suoi popoli e la pace non sono contenuti in questi negoziati tra lo Stato e la guerriglia. Non si può né si deve negoziare il Paese a quei tavoli, anche ampliando la partecipazione ad altri settori, visto che questi e il futuro rimarrebbero soggetti tanto agli attori armati e ai loro interessi, quanto ad accettare le condizioni strutturali imposte dal modello economico sotto al quale si negozia. Questo lo ha dimostrato il recente “Paro Cafetero” (sciopero a oltranza dei coltivatori di caffè), che ha interessato la maggior parte del paese, mettendo in evidenza che davanti all’inattuabilità e crisi del modello economico e dello Stato, il cammino di resistenza e trasformazione è autonomo e viene dalle basi, perché la pace è la libertà dei territori con i suoi popoli.

 

Gli accordi per il cessate il fuoco, una volta ratificati, dovrebbero generare e rispettare le condizioni minime per promuovere processi includenti, autonomi, partecipativi e ampi per la costruzione di una Colombia altra, riprendendo, ad esempio, il cammino proposto inizialmente dalla Minga de Resistencia Social y Comunitaria, dal Congreso de los Pueblos e da tante altre lotte sociali e popolari. Nel contesto della mobilitazione per la costruzione collettiva di un paese-altro, lo Stato e l’insorgenza, intanto divenuta movimento politico, possono essere contenuti nella Colombia. Al contrario, pretendere che la Colombia sia contenuta nei negoziati tra gli insorti e lo Stato, nelle condizioni attuali, o pretendere di mettere l’agenda del paese-altro e i settori e le lotte popolari alla Tavola dei negoziati, non solo complicherebbe e intralcerebbe il processo in corso, ma, sicuramente, finirebbe per legittimare il regime, generando false aspettative e frustrazioni, consolidando il modello mafioso di terrore e controllo politico-territoriale, ripartendo il paese come un bottino, e, nello stesso tempo, incorporando al progetto di accumulazione estrattivista nuove borghesie con discorsi di trasformazione sociale, e fornirebbe la scusa al settore fascista che si oppone ai negoziati per ricongungersi e agire, bloccando a sangue e fuoco, ancora una volta, il cammino per il dialogo e gli accordi.

 

 Il requisito che non può compiersi

 

La pace di cui ha bisogno la Colombia oltraggiata e violata, a partire dalle sue vittime, reclama, in primo luogo dallo Stato ma anche dagli insorti armati, un pre-requisito impostergabile, espresso con un gesto sincero di umiltà, generosità e grandezza che fino ad ora non sembra essere presente nell’agenda dei negoziati. Prima o poi dovranno comprendere e assumersi la responsabilità dei loro crimini e le conseguenze dei loro atti, commessi sotto la premessa patriarcale, egoista e arrogante, pilastro dell’ordine sociale che ci sottomette e che deve cambiare: la stessa che li ha condotti a usurpare, a schiavizzare, a eliminare attraverso il potere ciò che è collettivo, comune, perfino la vita e il territorio, per accumulare sottomettendo. Prima o poi dovranno essere disposti a chiederle sinceramente perdono alla Colombia, per poter far parte, partendo da lì, alla costruzione collettiva di un paese altro.

 

Compromettersi sul serio con la verità, la giustizia e la riparazione integrale davanti a ciascuna delle vittime, affinché il: Mai più! non torni a essere menzogna e se ne assumano le conseguenze. Questa deve essere una condizione fondamentale per la pace e un risultato concreto delle lotte trasformatrici. Noi che facciamo parte dei processi indigeni e popolari e che lottiamo contro questo “Paese con padroni e senza popolo” per un “Paese dei Popoli senza padroni” difendiamo i negoziati e il cessate il fuoco definitivo e permanente tra lo Stato e l’insorgenza armata da questa prospettiva, perché sappiamo che la pace è collettiva, senza sfruttamento da parte del capitale, e che viene dal basso.

 

Convochiamo “coloro che ci intrappolano tra due machismi che non vogliono ascoltare la Madre Terra. Un machismo che dice parole e realizza azioni di guerra, di violenza, di forza e aiuta a reclutare per la morte i nostri figli e figlie dell’armonia. L’altro machismo che ci condanna a piegarci davanti al comando dei potenti con motivi pratici e brame autoritarie ed egoiste” (10), li convochiamo ad ascoltare i nostri popoli e la nostra Madre Terra, affinché quest’altra parola che viene taciuta emerga dalla penombra e si converta nel cammino di cui abbiamo bisogno per la nostra pace. Una volta ancora, ribadiamo il nostro appoggio alla proposta di cessate il fuoco che si sta negoziando e speriamo che gli accordi si firmino presto, così che questo passo ci permetta di sollevarci in libertà per camminare parola e azione emanata dalla Madre Terra senza patriarcati, corporazioni transnazionali, élite, avanguardie illuminate, estrattivismo, monocoltivazioni mentali e territoriali e senza più agende di morte che privilegino l’avidità. Esigiamo il cessate il fuoco per costruire la pace di tutte e tutti.

 

Il contenuto di questo testo esprime nei suoi tratti fondamentali i contributi e le posizioni di componenti delle comunità indigene del Cauca, di collettivi di comunicazione indigena di diverse regioni della Colombia e di alcuni rappresentanti di processi indigeni e popolari. Gli autori riconoscono in modo particolare gli apporti collettivi di vari membri del Tejido de Comunicación y Relaciones Externas para la Verdad y la Vida di ACIN (Asociación de Cabildos Indígenas del Norte del Cauca). La responsabilità per il contenuto finale del testo è esclusivamente degli autori.

 

Emmanuel Rozental e Vilma Almendra per la Revista Contrapunto, Centro de Formación Popular del Oeste de Montevideo, Montevideo, 2013. http://www.pueblosencamino.org/index.php/asi-si/resistencias-y-luchas-sociales02/455-la-paz-de-los-pueblos-sin-duenos 

 

 note:

 

(1)Para contrastar la agenda de 5 puntos de la Minga modificada ver. Vieira, Constanza. Los 5 puntos de la agenda con Álvaro Uribe siguen vigentes. 2008-10-26. http://www.ips.org/blog/cvieira/?p=206 . Consultado 2013-04-10

 

(2)Diálogo con el ELN más pronto que trade. El Espectador 2013-04-10. http://www.elespectador.com/noticias/paz/articulo-415022-dialogo-el-eln-mas-pronto-tarde . Consultado 2013-04-10

 

(3)Francisco Santos, tal como Uribe, pide no marchar el 9 de abril. El Espectador, 2013-04-07. http://www.elespectador.com/noticias/politica/articulo-414514-francisco-santos-tal-uribe-pide-no-marchar-el-9-de-abril consultado 2013-04-10

 

(4)La paz con las FARC costaría 18 billones de pesos. RCN Noticias, 2013-03013. http://www.canalrcnmsn.com/noticias/ministerio_de_defensa_prepara_estrategia_si_se_logra_un_acuerdo_con_las_farc Consultado 2013-04-10

 

(5)Santos anunció guerra contra “Ollas” del país. El Tiempo, 2013-04-01. http://www.eltiempo.com/colombia/bogota/ARTICULO-WEB-NEW_NOTA_INTERIOR-12719853.html . Consultado 2013-04-10

 

(6)MOVICE.   Propuestas mínimas sobre verdad, justicia, reparación y garantías de no repetición. 2013-03-06. http://www.movimientodevictimas.org/images/archivos2/folleto1A_1_68.pdf  . Consultado 2013-04-10

 

(7)Ver, González-Posso, Camilo. Desde el Cauca, desarmar la guerra. 2012-07-24. http://www.censat.org/articulos/10024-analisis/10519-desde-el-cauca-desarmar-la-guerra. Consultado 2013-04-10

 

(8)Montoya Suárez, Aurelio. Las razones estructurales y coyunturales del Paro Cafetero. Entrevista, equipo Desde Abajo. 2013-03-22.http://www.moir.org.co/Las-razones-estructurales-y.html . Consultado 2013-04-10

 

(9)Rozental, Emmanuel. La crisis de ellos es en sentido inverso a la nuestra. En Palabras para Tejernos, resistir y transformar en la época que estamos viviendo. Gutiérrez, Raquel Ed. Pez en el árbol. Septiembre de 2011. Páginas 179-202

 

(10)Almendra Quiguanás, Vilma. La paz de Mama Kiwe en libertad, de la mujer sin amarras ni silencio. En Palabras para Tejernos, resistir y transformar en la época que estamos viviendo. Gutiérrez, Raquel Ed. Pez en el árbol. Septiembre de 2011. Página 146

 

 

 
 
 
 

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