L’Italia vista dalla Francia (2)

 

di CHRISTOPHE VENTURA

Dal sito francese www.medelu.org una analisi della situazione italiana scritta da Christophe Ventura, che fa parte, con Ignacio Ramonet e Bernard Cassen, dell’équipe della rivista e sito Mémoires de luttes e collabora con Le Monde diplomatique.

Osservare l’Italia oggi è capire l’Europa di domani. Le lezioni delle elezioni generali del 24 febbraio e 25 sono in effetti intruttive.  Sì, la Penisola, come molti altri paesi del Vecchio Continente, conosce una crisi economica, sociale e politica profonda che i media non si stancano di commentare da mesi.  E no, la crisi non è il frutto di una “maledizione” all’italiana le cui radici affonderebbero nella psicologia singolare di un popolo sempre pronto a guardare a soluzioni “populiste” o “autoritarie”.  E no, gli elettori italiani non si sono lasciati ipnotizzare da un incantatore di serpenti. La situazione sociale e politica del paese, ben al contrario, evolve su un percorso di una razionalità implacabile.

Lo scrittore Curzio Malaparte si è regolarmente interrogato, all’indomani della seconda guerra mondiale, di cui fu un attore / osservatore di primo piano, sul crollo dell’Europa. E di chiedersi: “Mi tormenta la domanda perché e come le società marciscono, se esse marciscono da sole, o sotto la pressione di una forza esterna, una spinta sociale contro la quale non hanno altre difese diverse che impudridire”.

Un problema di rovente e inquietante modernità. Ci sono certo molte cose marce nella vita politica interna dell’Italia. La corruzione. Che, quasi istituzionalizzata, è intrinsecamente legata alla storia dello Stato italiano, e della mafia. Ancora una volta, scandali politico-finanziari di grande ampiezza sono regolarmente piombarti sulla campagna elettorale. Scandali che hanno colpito il Popolo della Libertà (Pdl) di Silvio Berlusconi e l’Italia dei Valori (IdV) dell’ex giudice anti-corruzione Antonio Di Pietro in varie regioni (Lazio, Lombardia, ecc). A questo si è aggiunta la rivelazione, pochi giorni prima del voto, dell’affare di tangenti, del gruppo aeronautico e impegnato nelle forze armate Finmeccanica, nella vendita di elicotteri all’India.

Ma è lo scandalo della banca Monte dei Paschi di Siena, la terza banca del paese, e considerata la più antica del mondo, che ha ritmato la sequenza delle elezioni… a favore di Berlusconi e di Beppe Grillo.

Nel mirino di un’inchiesta per corruzione e frode, la banca è accusata di aver ricorso a derivati finanziari ​​tossici per mascherare i propri conti e le perdite abissali tra il 2006 e il 2009. Tuttavia, ha beneficiato di aiuti di Stato concessi in extremis dal governo di Mario Monti – 3,9 miliardi di euro – per evitare il fallimento. Questa somma, più o meno, corrisponde alla previsione di entrate del ripristino, da parte dallo stesso Mario Monti, della impopolare tassa immobliare (Imu). L’ex capo del “governo tecnico” – letteralmente spazzato via dalle urne – è sospettato da ampi settori dell’opinione pubblica, di avere chiuso gli occhi sulla situazione e le pratiche fraudolente della prestigiosa banca toscana.

Altro intoppo, Monte dei Paschi è uno dei principali finanziatori del Partito democratico (Pd). Membri eminenti di questa formazione guidata da Pierluigi Bersani costituiscono anche i due terzi del Consiglio di amministrazione della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, che non è altro che il più grande azionista della banca…

Ben altri ingredienti nutrono il decadimento della politica italiana: l’influenza del Vaticano nella vita pubblica, il divario spalancato tra il Nord industriale e finanziario (ora notevolmente colpito dalla crisi, dalla disoccupazione, dall’impoverimento e dalla precarietà) e il Sud storicamente povero, o, naturalmente, le promesse non mantenute da parte della classe politica.

Tuttavia, vi è una causa che è stata sempre alimentato con zelo da parte di tutti i partiti di governo, a destra, al centro o a sinistra. E con il supporto dei loro vari alleati aggregati nelle coalizioni di governo che si sono susseguite dalla metà degli anni novanta. Questa “promessa” non è mai stata fatta in nome del popolo italiano, ma per conto dei mercati finanziari e del padronato, poi, in maniera combinatae a partire dal 2009, dalla troika, da Berlino, e secondariamente da Parigi.  Si è trattato di un’applicazione rigorosa, negli anni novanta e duemila, delle ricette neoliberiste prescritte dall’Unione europea (Ue) e da tutti i governi europei, che poi, in seguito alla crisi dei mutui subprime, sono divenbute ricette “austeritarie” (neologismo coniato da Ignacio Ramonet fondendo le parole “austerità” e “autoritarismo”, ndt). E’ anche contro questo veleno “austeritairio” che gli italiani si sono lucidamente ribellati.

Nel loro caso, si deve ricordare che il debito è stato in parte accresciuto dall’effetto degli investimenti, numerosi e deliranti in termini di costi, in decine di “grandi opere” (treno ad alta velocità Torino-Milano-Roma-Napoli, autostrade in varie regioni, ecc.). Questi progetti possono costare, al momento della fine lavori, più di dieci volte i prezzi per lavori analoghi in altri paesi, come la Francia. Essi sono anche indicativi del cancro della corruzione e dei conflitti di interesse in Italia. Ed è anche nei molti comitati e movimenti di cittadini organizzati in questi ultimi anni contro queste “grandi opere” che si trova una delle radici del movimento guidato da Beppe Grillo.

L’altra cosa marcia nella vita pubblica italiana, è l’Europa. Come osserva saggiamente Jacques Sapir, “la prima ad emergere è, ovviamente, l’ampiezza del rifiuto delle politiche ispirate da Bruxelles e Berlino, ma anche, si deve ricordare, da Parigi. Alla Camera dei deputati, i partiti che difendono queste politiche hanno rappresentato solo il 40 per cento degli elettori (il Pd di centrosinistra di Bersani il 29,5 per cento e l’alleanza di centro-destra di Mario Monti il 10,5). I partiti che rifiutano queste politiche, e in realtà rifiutano la logica dell’euro, hanno ottenuto più del 54 per cento dei voti (il Pdl di Berlusconi il 29,1 e il M5S di Beppe Grillo il 25,5)” (http://www.democraziakmzero.org/2013/03/01/litalia-vista-dalla-francia-2/).

Lo tsunami del M5S (si tratta ormai della principale forza politica – installata sull’insieme del territorio – in Italia) non sarà un “colpo” effimero. Questo “movimento liquido” interclassista, che riunisce frammenti delle classi medie (soprattutto tra i giovani studenti) e popolari, così come artigiani e piccoli commercianti, è epidermico e moralizzatore. E’ anche ambivalente nella sua capacità di riciclare tanto elementi programmatici progressisti (affermazione della sovranità e della partecipazione popolare, politica salariale ambiziosa) quanto reazionari (questione dell’immigrazione, il ruolo dei corpi intermedi in una società democratica).

Indipendentemente dal suo comportamento istituzionale a breve termine (non si può escludere che alla maniera del poujadismo francese dopo le elezioni del 1956, i suoi neo-eletti non scelgano in ultima analisi di stringere alleanze a geometria variabile con differenti partiti, specie il Pd), questo movimento sarà durevole. Infatti, è il figlio della crisi di destra e sinistra, l’esito disorientato dei fallimenti, delle rinunce, delle conversioni, delle collusioni, dell’affarismo dei partiti dell’oligarchia.

Al fondo, l’esplosione dimostra che l’Italia è il primo dei paesi del centro delle economie europee a raggiungere il momento “gramsciano” in cui si rivela l’incapacità strutturale di un sistema politico a prendere in carico la risoluzione dei problemi concreti di popolazione.  Da questo blocco della sovrastruttura nasce un nuovo periodo, un “interregno” – “la crisi consiste proprio nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere” – durante il quale si osservano i fenomeni morbosi più vari “. Già da ora, il M5S ha fatto deragliare il bipartitismo italiano e modificherà, con prospettive al momento incerte, la geometria dei poteri nel paese.

Gli italiani, come tutti i popoli europei, hanno capito che le questioni che strutturano la loro vita quotidiana (economia, moneta, finanza) non sono più di competenza delle democrazie nazionali e dei parlamenti, ma dipendono da accordi istituzionali (a volte informali) a Bruxelles stipulati a porte chiuse tra i governi, le istituzioni (Commissione europea e la Banca centrale europea, in particolare) e le lobby industriali e finanziarie.  (…)

Di questa Europa anti-democratica, neoliberista austeritaria, nulla è da salvare. Non è di “pedagogia” che i popoli hanno bisogno. La loro intelligenza e la loro lucidità sono totali. Si tratta di élite E’ l’autismo delle élite dominanti, e il loro desiderio di imporre il loro modello, che porta alle situazioni attuali.

Che si tratti dell’Italia collocata al centro nevralgico dell’Europa, (…) o di altri paesi del sud della regione (Grecia, Spagna, Portogallo), le convulsioni politiche e sociali che bruciano sotto i nostri occhi sono lo specchio del fallimento evidente e terminale dell’Unione europea, della sua forma politica, come delle sue politiche.

Il suo fallimento non deve più incutere timore. La forza propulsiva si è esaurita. In questo “interregno” incerto e instabile aperto dalla fase “austeritaria” della costruzione europea, quali politiche dovrebbe proporre la sinistra per la  trasformazione, precipitata, a parte la Francia e la Grecia (e secondariamente in Germania e Spagna) sotto la soglia di credibilità?

La rivendicazione di un’Europa sociale che promuova un’armonizzazione verso l’alto, nuovi diritti per i popoli e i lavoratori, delle regole per l’ambiente, la solidarietà di bilancio con trasferimenti alle regioni più povere d’Europa, il controllo dei movimenti di capitali ecc., è certo desiderabile, anzi necessaria. Ma non si realizerà, tutto questo, alla scala della Ue, con i rapporti di forza e ideologici attuali. Come si vede, queste proposte non attirano voti.

In queste condizioni, la sinistra per la trasformazione, a un anno delle elezioni europee del 2014, deve – come minimo – indirizzare la giusta e lucida collera popolare verso le dimissioni deei governanti. La sinistra deve dire cosa farebbe o richiederebbe se accedesse alle responsabilità di governo di fronte al fallimento dell’Europa; assumere di rompere unilateralmente con i Trattati europei, di non applicare le direttive e regolamenti di liberalizzazione e privatizzazione che minano le nostre società, riprendere il controllo della politica monetaria, delle banche centrali nazionali e della Bce. A rischio di essere esclusi dall’euro.

Queste misure non sono in contraddizione con la costruzione di una solidarietà europea, perché essee provocherebbero sostegno da parte die popoli, e mirerebbero ad essere applicate ovunque.

Non assumere questo approccio per il fatto che l’estrema destra si impadronista di questo argomento – per altri scopi, come ad esempio lo sfruttamento dei lavoratori da parte dei datori di lavoro nazionali (il grande affare!) – provocherà il crollo della sinistra nel periodo incerto che si apre. Quello in cui “si osservano i fenomeni morbosi più vari”.

 

 
 
 
 

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