Wall-E a Pisa

 

di PIERLUIGI SULLO

Moltissimi hanno visto e rivisto “Wall-E”, uno dei più intelligenti film di animazione degli ultimi anni. La storia, riassunta in due parole per i pochi che non l’hanno visto, è questa: Wall-E è un piccolo robot addetto alla raccolta dei rifiuti, ancora all’opera in una Terra abbandonata da secoli perché l’accumulo di immondizia aveva ucciso ogni forma di vita. Gli esseri umani, i sopravvissuti, erano partiti su una nave spaziale da crociera, offerta dalla multinazionale che governava il pianeta, e, accuditi da plotoni di robot, sono ormai incapaci di camminare, si spostano su poltrone anti-gravità e sono del tutto immemori del loro luogo di origine. Il piccolo robot, che raccoglie strani oggetti e infine si innamora del robot super-moderno mandato dalla nave spaziale a indagare su quel che accade sulla Terra, trova una strana cosa, che spunta da un vecchio scarpone: un piantina verde, fragile ma ostinata. Da quel momento in poi succederà di tutto: l’umanità si ribella al perfido Timone robot della nave spaziale e torna sul pianeta.

La metafora è semplice, e mi è venuta in mente nei giorni in cui sono stato al Municipio dei beni comuni, a Pisa, per i dibattiti di “United colors of commons”. Anche lì eravamo tra i rifiuti, o meglio i ragazzi di Rebeldia, centro sociale sfrattato con disprezzo tempo prima da un altro edificio, avevano trovato cumuli di roba gettata lì da anni, quando occuparono l’ex Colorificio Toscano. Hanno ripulito, organizzato illuminazione e riscaldamento, le cucine, internet, sedie e panche e tavoli, insomma hanno reso abitabile un luogo abbandonato. Ma essi stessi, e il loro luogo, sono una piantina verde nel deserto sociale e ambientale e urbano creato dal capitalismo di rapina detto “neoliberismo”. Che oggi, trent’anni dopo il suo trionfo (guardate il film su Margaret Thatcher, “The Iron Lady”, con una straordinaria Meryl Streep) reagisce al suo fallimento saccheggiando i popoli e la natura. Scrive Barbara Spinelli su Repubblica (cito una opinionista non radicale, metto le mani avanti), a proposito di quel che è accaduto dopo la fine della guerra fredda e la caduta dell’Unione sovietica: “La ricetta comunista è fallita, ma il capitalismo sta messo abbastanza male (non quello della guerra fredda: quello decerebrato e svuotato dalla fine della guerra fredda). Non è rovinato come il comunismo sovietico, ma di scacco si tratta pur sempre”.

Dunque, come nel film “Wall-E”, tutto ruota attorno a un evento in apparenza minuscolo, la riapparizione di qualcosa di vivo, una piccola pianta. nella discarica planetaria. La vicenda del Municipio pisano, prontamente minacciato di sgombero da un qualche perfido Timone (questore, sindaco o proprietario dell’area) in base a un automatismo per cui la proprietà privata è intangibile e infrangibile, mentre la proprietà pubblica è dominio eslusivo dei “rappresentanti”, parla per noi tutti: coloro che sono alla ricerca di una terza soluzione tra lo Stato e il Mercato.

Forse è stato lo stesso nome dell’incontro di tre giorni organizzato dal Municipio alla fine di gennaio, “United colors of commons”, a far squillare qualche campanello d’allarme. Citazione beffarda delle campagne pubblicitarie di Benetton e allusione all’ex Colorificio, ma soprattutto una sintesi, infine un simbolo, di quel che andiamo cercando. Insieme a quell’altro nome, Municipio, che se in origine, nell’etimologia latina, voleva dire “il luogo dove si prendono le tasse”, ha ormai stratificato nei secoli, e specialmente in Italia, un significato ben insediato nella coscienza collettiva e civica: municipio è il luogo, l’istituzione, la convenzione sociale che permette di governare insieme ciò che appartiene a tutti. “Municipios autonomos”, si chiamano le unità di base della democrazia zapatista, una delle esperienza mondiali più durature ed efficaci, che poi hanno dato luogo alle “Juntas del Buen Gobierno”.

La risposta alla domanda su che cosa possa essere una democrazia differente da quella che si esibisce dagli orrendi manifesti elettorali che vediamo ad ogni angolo di strada – i “credici!” del fascista Storace, e mancano solo “obbedisci” e “combatti”;  l'”Italia giusta” del Pd (sì, “quella che dice sì alla Tav”); l'”Immagina” di Zingaretti, candidato alla Regione Lazio che ruba gli slogan al George Clooney di Fastweb – ecco, la risposta, o almeno il principio di una risposta è “united colors”, è il tentativo esplicito di offrire un luogo dove possano convivere, e conoscersi, e agire insieme, frammenti diversi di una società saccheggiata e zittita e impoverita, e che è stata sottoposta a un processo violento di “de-powerment”.

Si tratta di un passo avanti semplice e funzionale. E’ quel che in effetti i molti movimenti – territoriali, tematici, sociali, culturali – vanno cercando da almeno una dozzina d’anni, da quando la nuova ondata sociale andò a sbattere contro la violenza di Stato, a Genova, nel 2001. Dai No Tav della Val di Susa ai comitati salentini contro le nuove superstrade, per dire, o dai movimenti di studenti e precari della conoscenza alle aggregazioni attive della nuova economia (“nuova” e non “altra” per sottolinearne l’ambizione: fondare una nuova civilizzazione e non solo mostrare che c’è una possibilità diversa da quella dominante), ai comitati a difesa dei beni comuni: tutta questa effervescenza di azioni e di auto-apprendimento cerca da anni il “luogo” dove riunirsi. Dove affermare la sovranità cittadina, l’autogoverno. Ossia quel che noi chiamiamo “democrazia insorgente”, che, come si dicono in uuno scambio di lettere (che prossimamente pubblicheremo qui) Michael Hardt e John Holloway, rimane ben salda su un’altalena che oscilla tra “istituzione” e “sovversione”, senza mai fermarsi di qua o di là. E dove, aggiungono i due pensatori, finalmente d’accordo, a fare da tessuto connettivo è un fatto umano di cui la politica politicante o l’economia del calcolo economico non tengono alcun conto: l’amore.

Ecco, la manifestazione che si terrà a Pisa il 16 febbraio, un raduno “con respiro nazionale”, come dicono i pisani per modestia, simboleggia questo tentativo di riprendersi la democrazia e di plasmarla nelle forme adatte alla società locale-globale in cui viviamo: una democrazia municipale, appunto, i cui delegati siano revocabili, provvisori e obbedienti al mandato dei cittadini, dove viga la decisione per consenso, perché le maggioranze escludono fatalmente le minoranze e l’una e l’altra si congelano in una guerar di posizione, e che abbia lo sguardo lungo sull’orizzonte, com’è esperienza di ciascuno di noi appena fa due passi in internet. Di più: il 16 febbraio cade a pochi giorni dalle elezioni politiche, così che un grande, grandissimo corteo che riempia le strade bellissime di Pisa, città modello della civilizzazione municipale italiana per dimensioni e storia, sarebbe di fatto la nostra “altra campagna”. L’affermazione gentile, multicolore, ostinata che c’è un’altra possibilità, desiderabile e concreta.

 
 
 
 

3 Commenti

 
  1. Ci vediamo il 16 a Pisa scrive:

    […] una nuova realtà politica controcorrente. Un altro articolo apparso sul nostro sito zerista (/2013/02/06/wall-e-a-pisa/) paragonaa l’esperienza pisana alla Otra Campaña zapatista, che attraversò nel 2006 le […]

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  2. Ciro scrive:

    Bella lettura di una prospettiva municipalista federale e autonoma dell’alternativa al liberismo……a me sembra in chiave italiana ed attuale Murray Bookchin. Bravo Gigigi

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  3. Ore 16. Qui Radio Municipio scrive:

    […] /2013/02/06/wall-e-a-pisa/ […]

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