Il Manifesto di Napoli
IL FORUM DEI COMUNI per i beni comuni, che si è tenuto a Napoli lo scorso week end, ha prodotto un Manifesto di Napoli. Eccolo.
La piattaforma politica per la realizzazione di una rete dei Comuni per i beni comuni: piena attuazione del referendum sull’acqua, processo costituente per un’Europa sociale, democratica e federale, sostegno alla Fiom, confronto con i movimenti, diritti ai migranti.
(Redatto sulla base della relazione introduttiva, del dibattito seminariale e delle relazioni in plenaria al Forum di Napoli sui beni comuni).
Le amministratrici e gli amministratori locali, insieme alle cittadine e ai cittadini che hanno partecipato a Napoli al primo Forum dei Comuni per i beni comuni, il 28 gennaio 2012, ritengono indispensabile la prosecuzione dell’esperienza iniziata a Napoli per costruire insieme una rete permanente di amministratori per i beni comuni, a partire dalla necessità di un impegno reale e concreto per i beni comuni e la democrazia partecipativa da parte di tutti coloro i quali intendano proseguire nel cammino intrapreso verso la costruzione di un’autentica alternativa che parte dal basso; in particolare, assumono come indispensabile l’assunzione di una piattaforma politica condivisa, su cui impegnarsi attraverso l’adozione di coerenti pratiche locali e l’apertura di vertenze nazionali; questa piattaforma si basa sui seguenti obiettivi:
1. Piena attuazione della volontà referendaria espressa lo scorso 13 giugno, attraverso una mobilitazione immediata contro l’art. 26 del Decreto Monti bis che riproduce inasprendola la legislazione abrogata dal referendum. Sono i ventisette milioni di cittadine e cittadini che hanno votato sì ai referendum sull’acqua e contro il nucleare a legittimare il processo dei comuni per i beni comuni: la loro voce, proveniente dai territori va trasmessa al Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio.
2. Pieno riconoscimento politico, almeno nella forma della pubblicità sui siti comunali, che i referendum, lungi dal riguardare la sola acqua, impongono una moratoria nella liberalizzazione della gestione di tutti i servizi (quesito referendario n. 1), nonché una critica al modello di sviluppo fondato sulle grandi opere e sulla concentrazione energetica (quesito referendario n. 3).
3. Ripubblicizzazione, cioè verifica dei passi politici e giuridici necessari per trasformare le Spa a capitale pubblico in Aziende Speciali Partecipate, sul modello di ABC Napoli, sia nel settore dell’acqua che negli altri servizi pubblici per scongiurare le alienazioni forzate di capitale pubblico di cui al Decreto Berlusconi-Tremonti del Ferragosto 2011 e al Decreto Monti bis.
4. Assunzione degli atti necessari per l’eliminazione del 7% di «remunerazione del capitale investito» dalla tariffa idrica, nonché pieno sostegno giuridico e politico della campagna di obbedienza civile iniziata dal Forum dei movimenti per l’acqua, rifiutando ogni taglio della fornitura idrica o di altre forniture essenziali nei territori di propria giurisdizione.
5. Denuncia della morsa insostenibile del Patto di Stabilità interno sulla finanza locale, e quindi sugli effettivi spazi di autonomia e autogoverno dei Comuni stessi; campagna di rottura collettiva, condivisa e coordinata, dei suoi vincoli a partire dalla discussione e dal voto dei bilanci di previsione per l’anno 2012; conseguente apertura di una vertenza conflittuale con il governo e il Parlamento nazionali per ottenere un allentamento dei suoi criteri applicativi, con l’obiettivo di escluderne, a partire dai bilanci dell’anno in corso, gli investimenti per le Aziende speciali e partecipate e le spese per i servizi pubblici essenziali, per il welfare e la cura ecologica del territorio.
6. Richiesta di un impegno pubblico dei parlamentari eletti nel territorio per far mancare i voti necessari al raggiungimento della maggioranza dei due terzi al progetto di riforma costituzionale per l’inserimento del vincolo al pareggio di bilancio.
7. Assunzione del processo costituente per un’Europa sociale, politica democratica e federativa, oltre e contro le attuali politiche dell’Unione e della Bce che stanno trovando nella revisione dei Trattati ulteriore conferma, come naturale e necessario terreno di sviluppo dell’iniziativa delle Autonomie locali per i beni comuni: conseguente pieno sostegno, anche tramite le relazioni già in essere con altri governi locali in Europa, della stesura e della promozione della Carta Europea dei Beni Comuni, così come già deliberato dal Comune di Napoli.
8. Pieno riconoscimento del lavoro come bene comune e sostegno convinto delle iniziative che la Fiom sta ponendo in essere in tale direzione a partire dalla manifestazione nazionale dell’11 febbraio. Impegno a fronteggiare il modello autoritario e antidemocratico di Pomigliano in qualsiasi parte del territorio nazionale; assunzione politica in prima persona del reddito di cittadinanza come battaglia caratterizzante un’uscita dalla crisi economica che parta dalla più equa distribuzione delle risorse.
9. Attiva prosecuzione del confronto iniziato a Napoli con i movimenti e le forze sociali che si battono per i beni comuni e che mettono in atto pratiche dirette, anche tramite l’aperto riconoscimento politico che le occupazioni di immobili per esigenze abitative, sociali o culturali direttamente collegate ai valori costituzionali costituiscono un legittimo esercizio di diritti costituzionali e una valida pratica di cittadinanza attiva. Nessun amministratore presente richiederà né autorizzerà l’utilizzo della forza pubblica al fine di risolvere vertenze sui beni comuni.
10. Trasferimento senza onere alcuno ai Comuni, per la realizzazione di progetti di utilità sociale, di immobili e aree demaniali oggi inutilizzate; opposizione, in ogni possibile forma giuridica e politica, del cosiddetto federalismo demaniale come strumento di vendita e privatizzazione dei beni comuni; moratoria di ogni alienazione di cespiti ed indizione di apposite assemblee pubbliche per deliberare sulla pubblica utilità di ogni eventuale progetto che comporti dismissione di cespiti di patrimonio pubblico, che gli amministratori riconoscono appartenere ai cittadini e non agli enti rappresentativi.
11. Forte impulso allo sviluppo di processi di democrazia partecipativa su scala locale ed individuazione di nuovi istituti e figure che assumano una diretta responsabilità istituzionale nella promozione di un ampio processo di riconoscimento delle autonomie sociali e di diffusione del potere decisionale. Incentivare tutti gli strumenti di democrazia diretta a livello locale (referendum consultivi, propositivi, abrogativi) estendendo i diritti di partecipazione ai migranti e ai sedicenni
12. Sostegno alla stampa indipendente, strumento indispensabile di democrazia, in quanto indispensabile per la formazione e lo sviluppo di quella cittadinanza attiva che è necessaria per qualunque progetto di difesa e cura dei beni comuni. Anche l’informazione va considerata un bene comune.
13. Implementazione immediata di politiche di radicale conversione ecologica dei sistemi economici locali, improntate alla cura dei beni comuni nella produzione energetica, nello smaltimento dei rifiuti e nelle scelte di pianificazione territoriale; cessazione della politica dell’incenerimento dei rifiuti per investire invece su cultura e prevenzione, riduzione e recupero, riuso e riciclaggio; consumo di territorio zero, rinunciando a qualsivoglia forma di condono.
14. Impegno concreto e passi giuridici anche vertenziali, a partire dagli Statuti comunali, per il riconoscimento della cittadinanza e dei pieni diritti civili e politici per i migranti, anche tramite il ricorso all’istituzione della “cittadinanza municipale” in quanto prima possibile mitigazione delle conseguenze sociali di un modello di sviluppo fondato sulla guerra che enfaticamente si ripudia come immorale ed incostituzionale.
15. Riconoscimento dei nuovi diritti di cittadinanza digitale, attraverso la promozione di Internet e Wi-fi gratuiti e pieno accesso online ai dati e alle informazioni che riguardano atti e attività dell’Amministrazione.
16. Intervenire per riformare le istituzioni culturali locali, in termini coerenti con l’idea della cultura come bene comune, da governarsi sulla base di forme giuridiche partecipate, sull’esempio del Teatro Valle di Roma; impegno a fronteggiare la progressiva privatizzazione delle Università pubbliche ed in generale di tutte le forme del sapere e della conoscenza.
17. Modifica degli Statuti comunali al fine di inserirvi la nozione giuridica di beni comuni, così come definito dalla Commissione per la Riforma dei Beni pubblici (la cosiddetta Commissione Rodotà) e già riconosciuto nello Statuto del Comune di Napoli.
Infine, tutti i partecipanti ai Tavoli hanno espresso la propria genuina solidarietà nei confronti di tutti gli arrestati e la propria autentica indignazione per la recente offensiva giudiziaria nei confronti del movimento No Tav della Valsusa, esempio di comunità in lotta per decidere democraticamente sulle scelte che riguardano il proprio territorio.
(Beppe Caccia, Alberto Lucarelli, Ugo Mattei, Sandro Medici, Norma Rangeri, Guido Viale)



























4 Commenti
Ho letto il Manifesto di Napoli e mi sono venute due brevissime considerazioni
Mi pare che nei punti elencati, nei contenuti del Manifesto (per molti versi ottimo e positivo) vi sia una scarsa attenzione – a volte mancanza – su alcune questioni. O meglio mi pare che ancora una volta su alcuni temi si stia in superficie o con approcci ideologici…. mi spiego.
Sulla questione della cittadinanza, ad esempio, giustamente si dedica un passaggio/punto ai migranti ma non si allarga, cioè non si dice che il primo bene comune che oggi va difeso sono le persone, specie quelle più in difficoltà, differenti o semplicemente prive di opportunità e di prospettiva futura. Se non si coglie questo nodo rischiamo di proporre movimenti che nella migliore delle ipotesi rimangono estranei a gran parte della popolazione: quella che deve fare i conti con i quotidiani invivibili, con la mancanza di prospettive future, con la difficoltà di arrivare a fine mese. Con tutti quegli uomini e donne che percepiscono con chiarezza il rischio di scivolare nella povertà e che reagiscono non con istanze collettive o vertenze sociali ma cedendo alla competizione, a chi propone spinte corporative e identità cattive; al rancore verso chi è percepito come differente o potenziale rischio. Insomma, citando Bonomi, io ho l’impressione che il movimento che si è incontrato a Napoli (che come ho scritto mi pare importante e forse unico luogo credibile per la costruzione di un’alternatva al liberismo) deve trovare la maniera per non chiudersi, tutto sommato, in un’area sociale protetta, almeno per quanto attiene i bisogni primari
Seconda questione, manca completamente ogni riferimento alle relazioni di genere e al contrasto di ogni forma di discriminazione sessuale, omofobica e transfobica. Credo che qui ci sia un limite del movimento. Rappresentato anche dalla strabordante presenza maschile tra i relatori del forum. Come per le questioni di metodo, credo che anche quelle legate al rapporto tra identità e appartenenze di genere differenti (in primis superare le asimmetrie di dominio nelle relazioni di genere partendo anche e da subito dai nostri luoghi) debbano essere assunte come parte della “struttura profonda” che può garantire reale cambiamento.
Infine credo che più netto dovrebbe essere il no alla privatizzazione del sistema dei servizi sociali e socio-sanitari e della scuola pubblica.
Non so, forse sono temi che nella discussione non ci sono stati o che hanno avuto una scarsa rilevanza e quindi non sono stati ripresi nel Manifesto conclusivo. Ma se è così allora sono un po’ più preoccupato
Andrea Morniroli
Condivido le criticità che Andrea sottolinea e condivido la necessità di individuare quella “struttura profonda ” in grado di garantire reale cambiamento. Il Manifesto su questo è debole perchè sono particolarmente deboli i punti 9 e 11 . Sulle questioni di genere il dibattito andrebbe stimolato. L’arretratezza “di genere” dell’incontro del 28 non la misuro solo sulla mancanza di relatrici donne (perchè di alcune ne avrei anche fatto a meno) nè sull’assenza di un punto dedicato al genere nel manifesto, questi sono solo sintomi di un malessere più profondo radicato anche nei processi (spesso verticistici leaderistici e legati a logiche di vecchi rappresentanza ) della nostra sinistra alternativa. Forse il vero nodo, quella “struttura profonda” di cui Andrea parla, è da individuarsi nella ricerca di forme realmente inclusive di partecipazione. Quelle forme che, a mio parere, sono intimamente connesse all’esclusione di un pensiero e di una pratica “di genere” in quel contesto .
Sui punti dedicati alla “partecipazione” forse un contributo lo potrebbe dare dkm0?
Anche da parte mia qualche considerazione a caldo. Innanzi tutto mi colpisce il fatto che il manifesto napoletano (lanciato in modo molto aperto verso le cittadine ed i cittadini) abbia ricondotto i punti d’impegno per i beni comuni tutti entro il livello istituzionale (in questo caso comunale: ma, anche se la scala è locale, non cambia nulla qualora la logica resti la stessa); e i movimenti sociali (compreso quello dell’acqua, che certo non si può dire immaturo e fragile o carsico) continuano ad essere visti come soggetti con cui “mantenere il confronto”; e non come soggetti riconoscibili e riconosciuti con cui “obbligatoriamente ed istituzionalmente”, orizzontalmente e pariteticamente condividere i processi decisionali (perchè della rete per i beni comuni insieme ai Comuni non dovrebbe formalmente far parte anche il forum dell’acqua?).
Dunque la logica del “dentro/fuori” che poi si trasforma facilmente in logica del “sopra/sotto” permane tutta e non è affatto sostituita dalla logica dell’” accanto” , della “spalla a spalla”, della circolarità. Se non salta la prima, strumentalizzazioni, leaderismo, ideologismo (questo dove lo mettiamo???), maschilismo (non sarà qui la radice profonda delle questioni di genere?) etc. avranno sempre la meglio (Una cosa insegna con chiarezza l’acqua: che il metodo interno partecipato, orizzontale e “pluralista” è stato fondamentale per evitare, almeno fino ad oggi, che il movimento potesse essere trasformato in una piattaforma di manovra per qualche capo).
Ma perché questa nuova logica si faccia strada e diventi capace di produrre il cambiamento reale che i cittadini si aspettano occorre che quando si parla di beni comuni si metta chiaramente fra essi appunto la democrazia partecipativa, che è un contenuto costitutivo dei beni comuni (senza la quale né l’acqua né il lavoro etc. lo sono) e non un metodo che se si pratica va bene, ma se non si pratica fa lo stesso. Essa è il contenuto dei contenuti, che dà consistenza non accessoria ma sostanziale agli altri; un bene comune certo trasversale ed immateriale, ma senza il quale tutti gli altri (acqua, suolo, etc.) non potranno mai non solo diventarlo ma esserlo davvero.
Il problema è che per mettere la democrazia partecipativa in chiaro come contenuto sorgivo (e non solo come metodo), per enunciarla, chiamarla e lavorarci su con lo stesso impegno e la stessa determinazione con cui si lavora per l’acqua etc., bisogna essere convinti che essa sia IL CONTENUTO fondante per chiunque voglia in maniera non strumentale impegnarsi sui beni comuni. Ma se si è convinti di questo, occorre essere pronti a rivedere completamente non solo qualche strumento deliberativo , pure importante (referendum deliberativo, etc.), ma l’intero paradigma su cui si regge la democrazia rappresentativa con delega senza vincoli di mandato, il funzionamento dei partiti, la scelta dei candidati, i rapporti fra eletti ed elettori etc. etc..
Mi pare che nei movimenti questa consapevolezza ci sia molto di più che negli amministratori e nei partiti.
I laboratori territoriali (e quello di Napoli in primis) credo possano cambiare veramente le cose, partendo dalle realtà locali, se condividono o diventano diffusori di questa consapevolezza. Altrimenti si esporranno ad essere anch’essi massa di manovra per qualcuno (nei casi peggiori), oppure saranno un gruppo di persone di buona volontà che magari riusciranno ad ottenere qualcosa (una strada in meno, una ripubblicizzazione in più), ma che non attiveranno alcun cambiamento di sistema, seppure soltanto locale.
Di questo una buona parte dei cittadini attivi nei movimenti è consapevole: da qui la loro diffidenza e la preferenza per la seconda strada, pur di non cadere nella prima. Forse lo sono anche gli amministratori ed i rappresentanti dei partiti: da qui la loro attrazione per i movimenti, ma a condizione che si mantengano a dovuta distanza?
Invece ritengo che il manifesto di Napoli, rappresenti un primo segnale di controdenza, perché parte dalle “cose”, dal comune “così com’è in se stesso” , cioè qui ed ora. Si apra cioè nella “territorializzaione” della lotta e dell’elabarozione, uno spazio partico libero dalla morte o meglio dalla putrefazione della sinistra. Certo il rischio è, per il momento di rinuncare a filoni e culture che hanno qualificato l’identità della sinistra -e qui mi riferisco alle rilievo dei compagni qui sopra sulle insufficienze del dodumento- . Sospendere un’incerta soggettività, una sintesi complessiva che non può esserci è però un rischio da correre per aprirsi a quel comune che tutti vedono (il 99%) e per accoglere tutti. Inoltre convince l’attestarsi, iniziale, a livello di istituzioni territoriali (comuni in primis) per raccogliere le esperienze di movimento laddove sono in atto (penso ai NOTAV), per creare uno spazio parteciipativo dentro una fase di dittatura tecno-economica, per delinare dal basso un’idea di Stato, di “pubblico” che dovremo comunque prospettare. Insomma percepisco lo sforzo di uscire dal minoritarismo e dall’autoreferenzialità che ci divora, mentre credo che il dibattitto teorico debba essere retto non solo da “culture” (mediazioni), quanto da “filosofie” (dialogo), cioè da affinità e divergenze attorno al concetto di “decrescita”. Si può lavorare.