Dakar, Italia
Rubrica “Democrazia km zero” pubblicata sul manifesto di giovedì 2 febbraio 2012.
Ci siamo tutti addolorati, quando un tipo malato di nazismo si mise a sparare, per le strade di Firenze, ai senegalesi. Ci siamo impressionati vedendo come la loro comunità, in Italia ormai folta e insediata almeno da vent’anni, ha reagito a quella caccia all’uomo: con dignità, con rabbia naturalmente, ma con amicizia nei confronti degli italiani che non odiano gli stranieri. Ci stiamo però distraendo, adesso che i ragazzi senegalesi affrontano i fucili della polizia del loro paese. Ieri scontri molto violenti sono scoppiati nell’università di Dakar, dopo che il giorno prima una persona era stata uccisa, la terza in pochi giorni.
Quando andammo nella capitale del Senegal per il Foum sociale mondiale, nel febbraio del 2011, vedemmo una città certamente povera e polverosa, ma popolata di una quantità inimmaginabile di ragazze e ragazzi alti, neri e bellissimi, che affollavano le biblioteche e le aule universitarie. Abbiamo ascoltato il rap di strada che è una delle forme di protesta più diffuse, in città. Ora quei ragazzi hanno detto basta. In prima fila, a schivare pallottole, ci sono – scrive Le Monde – i rapper, i giovanissimi che hanno messo in rima il ritmo della loro indignazione. La causa scatenante è l’ostinazione con cui Abdoulaye Wade, 86 anni, insegue il suo terzo mandato di presidente della repubblica. Giudici suoi amici hanno deciso, contro la Costituzione vigente, che può correre per il terzo mandato, ed hanno annullato la candidatura di vari oppositori, tra cui il cantante Youssou Ndour. Giuristi indipendenti e prestigiosi giudicano che si tratta di una sorta di “colpo di stato costituzionale”. E i ragazzi cantano “tout sauf Wade”.
Perché, come spiega Le Monde, il Senegal, paese di 13 milioni di abitanti, sta crollando: nell’economia e nell’istruzione. E nella democrazia: non solo a causa del conflitto con la regione separatista della Casamance, ma proprio a causa della dittatura di Wade il paese, uno dei pochi in Africa ad aver avuto dall’indipendenza solo presidenti eletti, “sta retrocedendo sui diritti umani”.
La Francia, antico paese coloniale e con forti interessi nel paese, ammonisce Wade, gli fa sapere che “l’esercito non lo seguirà”. Ma quel che più importa è che il modello di economia imposta dall’occidente, dalla stessa Europa, è fallito. Già da mesi erano scoppiate rivolte nelle campagne contro l’accaparramento di terre – favorito dal governo – da parte di imprese europee e non solo (a Dakar era frequente vedere grosse auto scure con bandierine cinesi), che ora puntano sulle coltivazioni utili a produrre agro-carburanti. Tra queste, anche imprese italiane. Ma gli agro-carburanti mangiano gli uomini, cioè sottraggono loro cibo e li spingono ad imbarcarsi su precarie imbarcazioni dirette verso le isole spagnole, o in carovane che tentano di raggiungere il Mediterraneo e l’Europa, l’Italia.
Domanda: il ministro “all’immigrazione e alla cooperazione”, Riccardi, non ha nulla da dire su questa impennata dello “spread” tra le aspirazioni dei ragazzi di Dakar e la realtà della dittatura? Saremo tutti più buoni con loro, quando li vedremo vendere qualcosa nei mercatini di Firenze?




























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