Territorio bene comune
Pubblichiamo la relazione introduttiva al congresso fondativo della Società dei territorialisti, che si svolge a Firenze l’1 e 2 dicembre 2011
Le ragioni di una sfida
In questa introduzione approfondisco le motivazioni culturali e contestuali che hanno portato il Comitato dei garanti, in più di un anno di gestazione, alla decisione di fondare la Società dei territorialisti e delle territorialiste. Per le tematiche fondative che hanno portato questo gruppo di “topofili” a riunirsi per proporre il ruolo centrale del territorio, nelle sue piegature semantiche di luogo e di paesaggio (ovviamente al plurale), di fronte all’incerto futuro degli abitanti della terra, rimando inoltre alla bozza di manifesto pubblicata sul sito della Società e agli approfondimenti delle relazioni tematiche di questo congresso di Luisa Bonesio, Ottavio Marzocca, Rossano Pazzagli, Giancarlo Paba.
Le questioni poste dal contesto
E’ bene richiamare sinteticamente due elementi epocali dello scenario che caratterizza il tempo in cui fondiamo la società dei territorialisti/e: a) la crisi esponenziale degli equilibri ambientali (global change) entro i quali si sono alimentate, in sequenza storica, le narrazioni di progresso e di sviluppo, fondate entrambe sulla crescita economica illimitata e sulla tecnoscienza; b) la crisi di sistema che ha messo in causa le variabili strutturali della crescita economica globale in quanto fattore di produzione di ricchezza.
Due elementi di una crisi del capitalismo contemporaneo che sono stati messi in discussione, in quanto produttori combinati di crescenti povertà materiali e immateriali nel nord come nel sud del mondo, dai recenti movimenti sociali in forme radicali: prima contro la globalizzazione neoliberista (no global, alterglobal), poi direttamente contro il capitale nelle sue forme eteree del capitale finanziario (occupy Wall Street).
Questi due aspetti della crisi hanno generato le questioni di fondo cui la Società deve saper commisurare, pur nel proprio specifico campo di riferimento cognitivo e di azione, le proprie ragioni di esistenza e le proprie risposte strategiche.
Il global change: la pressante domanda di conversione ecologica del territorio
Qualunque esito avranno (per ora molto modesto) i tentativi di frenare in futuro le cause della crisi ambientale da parte dei governi e le loro politiche, gli effetti ambientali di lungo periodo già accumulati nel passato sono attualmente operanti, devastanti e parzialmente irreversibili, in forme e ritmi imprevedibili del loro andamento futuro: cambiamenti climatici, desertificazioni, alluvioni violente, esondazioni, frane, cicloni, innalzamento mari, scioglimento dell’artico, ecc., fenomeni
1 Questa introduzione costituisce una riformulazione e una integrazione della mia nota conclusiva al numero della rivista “Contesti” Verso la società dei territorialisti e delle territorialiste, All’Insegna del Giglio, Firenze, 2011
accompagnati fra l’altro da crescita esponenziale di profughi ambientali e di scarsità di cibo e aree coltivabili. Questa evidenza ha come conseguenza che misurarsi oggi con la urgente ricerca progettuale di habitat umani più rispettosi, nelle loro peculiarità locali, dei necessari equilibri fra insediamento umano e ambiente assume una doppia valenza: la prima di contribuire a individuare strategie per invertire le tendenze di lungo periodo che hanno provocato l’attuale crisi ambientale; la seconda di contribuire a difendere da subito gli insediamenti umani dalle conseguenze del cambiamento climatico.
I territorialisti devono dunque prepararsi a rispondere a questa duplice problematica, attrezzando le loro conoscenze e i loro progetti sia con nuove/antiche sapienze, interrogando i saperi di cura ambientale dei paesaggi storici, sia relazionandoli e rivitalizzandoli con tecnologie innovative appropriate2; nella consapevolezza che siamo di fronte al progressivo esaurimento del millenario processo coevolutivo fra insediamento umano e ambiente, e che il global change procede progressivamente lungo direttrici autonome a livello planetario, con effetti sempre meno controllabili dai saperi locali che hanno regolato il processo coevolutivo stesso; e che dunque alle regole di buon governo delle relazioni fra insediamento umano e ambiente occorre aggiungere regole relative al principio di precauzione relative alla imprevedibilità locale degli effetti climatici globali.3
Oltre la crisi dei mercati globali: la questione del ritorno alla cura del territorio per produrre ricchezza durevole Il divorzio tra natura e cultura, fra cultura e storia che caratterizza l’evoluzione del pensiero meccanicista e riduzionista moderno nei suoi percorsi di omologazione ha residuato la decadenza degli equilibri vitruviani, nell’ars aedificandi, fra firmitas, utilitas, venustas, equilibri riformulati da Leon Battista Alberti come requisiti delle attività umane (necessitas, commoditas, concinnitas); questi requisiti sono stati progressivamente ridotti alle sole utilitas e necessitas con la crescente sovra-determinazione dell’economia e dei suoi apparati tecnico finanziari. Questa sovra- determinazione ha indotto l’accentuarsi di fenomeni di etero-direzione sui principali processi di riproduzione della vita: l’acqua, il cibo, l’energia, la salute; affidandone la gestione ai grandi
2 Saremo in grado di mobilitare saperi per fronteggiare nuovi turgori dei mari? per preparare le valli alpine e appenniniche a resistere a violente valanghe d’acqua e a aridi deserti? per preparare le città a recuperare la memoria delle acque dei giardini dei palazzi di Siviglia e degli riad di Marrakech, a ricostruire microclimi edificando nuove/antiche relazioni fra città e campagna, a recuperare la memoria dei “ristretti” che circondavano di orti e giardini le città pugliesi, a re imparare dei sapienti immagazzinamenti della acque nei terrazzamenti dello Yemen e delle Cinque terre? La recente alluvione delle Cinque terre ha mostrato con evidenza da una parte la fragilità idrogeologica delle zone di abbandono dei terrazzi e di recente riforestazione, causa delle frane e delle valanghe d’acqua e fango riversatesi su Monterosso e Vernazza; dall’altra la perfetta tenuta idraulica, durante l’evento alluvionale, dei versanti terrazzati mantenuti in produzione.
3 Ad esempio: ridurre drasticamente i luoghi dove è possibile costruire, con criteri puntuali per pianura, collina, montagna, coste, liberando più ampie fasce di pertinenza fluviale; trattare in modo integrato i bacini idrografici; organizzare sistemi diffusi e multifunzionali di trattenimento a monte delle acque (laghi, cisterne, terrazzi); recuperare saperi edilizi e urbanistici per la regolazione dei microclimi (urbani e rurali), sistemi di protezione delle colture e dei raccolti; ma soprattutto recuperare i presìdi attivi di cura del territorio da parte delle popolazioni locali e le strutture comunitarie capaci della gestione delle emergenze.
apparati della finanza globale e della tecnoscienza, provocando i noti processi di deterritorializzazione delle decisioni, della produzione, del consumo. Nel periodo di maturazione della crisi economica mondiale esplosa nel 2008, all’apice della globalizzazione finanziaria, il processo di allontanamento dal territorio si è compiuto con processi simili a quelli che avevano preparato la grande depressione del ‘29; ma, mentre la risposta a quella crisi è stato, con il new deal keynesiano, un grande progetto di investimento pubblico nello stato sociale e nella riorganizzazione socio-produttiva del territorio (dalla Tennesee Valley Autority (TVA) promossa da Roosevelt alle misure “autarchiche” in Germania, Inghilterra, Italia, Unione Sovietica), la risposta alla crisi attuale si è finora risolta negli aiuti alle banche e alle grandi corporations, vale a dire alla conservazione del sistema economico-finanziario globalizzato responsabile della crisi.
Le misure per il superamento della crisi stentano dunque oggi a produrre un “ritorno al territorio” che sappia ricostruire energie socio-territoriali per produrre risposte adeguate alle peculiarità dei diversi luoghi. Questo “ritorno” è infatti impraticabile dalle politiche globali: come sostiene Bauman, è cresciuta la distanza e la sproporzione fra poteri globali e politiche locali: un potere globale libero dalla politica e una politica locale priva di potere di intervento sulle variabili territoriali della crisi: dunque una globalizzazione della diseguaglianza, una ripetizione su scala planetaria della separazione che Castells denuncia fra “spazio dei flussi” (spazio globale “liberato” dalla politica) e “spazio di luoghi” (etero-diretto), con l’emancipazione degli interessi imprenditoriali da tutte le istituzioni socioculturali preesistenti.
Di fronte a questo acuirsi nella crisi del conflitto fra eterodirezione e autogoverno, un riequilibrio fra locale e globale diviene un requisito imprescindibile e prioritario rispetto a qualsiasi politica “globale”; anche se la risposta relativa alla ricostruzione delle basi materiali e territoriali dello sviluppo locale probabilmente non passa più per grandi investimenti pubblici, ma può essere immaginata come autoinvestimento sociale da parte di sistemi socioeconomici locali e delle loro grandi e inesplorate energie latenti.
Le domande di fondo con cui vi propongo perciò di misurarci sono: come sottrarre spazio all’eterodirezione dei grandi poteri e rinsaldare in un territorio le sinergie fra sistemi produttivi, credito e società locali in progetti di autodeterminazione di regioni e micro regioni, attraverso la valorizzazione dei beni territoriali e delle peculiarità identitarie? Rispetto agli anni ‘30, è necessario ripensare nuove forme di “autarchia”? Quali politiche e progetti sono in grado di produrre, sovranità alimentare, energetica, produttiva, chiusura locale dei cicli ambientali, nuove relazioni sinergiche città-campagna, ripopolamento rurale della montagna4, verso l’autodeterminazione e l’autogoverno? Come si allontana la morsa della globalizzazione economica, verso reti federaliste solidali di città, regioni, stati, per una “globalizzazione dal basso”?
Ma sorge a questo punto per i territorialisti italiani una ulteriore domanda: che ruolo gioca, per cercare risposte specifiche ai quesiti posti, essere in mezzo al Mediterraneo?
4 L’ubriacatura industrialista e metropolitana ci ha portati a condividere con altri due miliardi di persone l’avventura delle urbanizzazioni contemporanee delle pianure, quasi tre miliardi se aggiungiamo favelas, slums, città illegali, che ci sono per fortuna ancora lontane. Gli esegeti delle megacity ci parlano della futura “conquista di civiltà” di cinque miliardi di inurbati. A questo orizzonte ecocatastrofico, per molti osservatori ineluttabile, per altri foriero di meravigliose innovazioni nel vivere civile, i territorialisti dovrebbero opporre la ricostruzione della città come urbanità, della campagna come parte integrante della città, delle reti di città, del ripopolamento rurale (delle pianure erose dall’urbanizzazione, delle valli e delle montagne) come essenziale alla sovranità alimentare, ecologica, produttiva, energetica delle bioregioni e all’elevamento della qualità della vita e dei loro paesaggi urbani e rurali; rispondendo con forte innovazione progettuale alla domanda: megacity è irreversibile?
Una particolare attenzione a relazioni possibili con le sponde sud, est e ovest può essere densa di suggerimenti strategici per agganciare le riflessioni identitarie e le risposte alle domande al nostro contesto di riferimento storico e geografico, elaborando una visione originale e contestualizzata delle questioni internazionali, in particolare dell’Europa delle regioni e delle città, per fornire risposte ai due aspetti citati della crisi globale che sappiano interpretare saperi e sapienze di molte culture del mare nostrum5.
Il bene comune “territorio”
In questo contesto il territorio e i beni patrimoniali, materiali e immateriali, che ne connotano l’identità divengono un riferimento essenziale per progetti piani e politiche che abbiano l’ambizione di affrontare strategicamente gli effetti delle crisi che ho richiamato. Per il “paradigma” territorialista, il territorio, frutto di processi coevolutivi di lunga durata fra civilizzazioni antropiche e ambiente, è un immane deposito di sedimenti materiali e cognitivi, un’opera edificata con il lavoro di domesticazione e fecondazione della natura, “oggettivato” in paesaggi, culture e saperi, che si configurano come patrimonio collettivo, dunque “beni comuni” per eccellenza, che possono essere al centro delle sperimentazioni di modelli socioeconomici alternativi.
Il bene comune territorio, nella sua chiave interpretativa patrimoniale e di risorsa collettiva, pone problemi di conoscenza e trasformazione molto diversi dai beni naturali (la Terra, innanzitutto, e poi l’acqua, l’aria, le fonti energetiche naturali, i ghiacciai, le selve, i fiumi, i laghi, gli oceani e cosi via). Questi beni infatti precedono, travalicano l’azione dell’uomo, anche se è su di essi che le successive civilizzazioni hanno sviluppato i loro processi simbolici, culturali e materiali di domesticazione.
Il bene comune territorio (città, infrastrutture, sistemi agroforestali, paesaggi urbani e rurali) è appunto il prodotto dell’azione umana di domesticazione: un complesso di neoecosistemi, generati da processi coevolutivi di lunga durata, che hanno rimodellato larga parte della superficie terrestre, sedimentando nel tempo una ingente “massa” territoriale. Essi si configurano come sistemi viventi ad alta complessità la cui riproduzione (o mantenimento in vita), a differenza dei beni naturali, dipende esclusivamente dall’azione di cura continua da parte delle società insediate. Questa cura è divenuta sempre più flebile e distratta a fronte di crescenti processi di privatizzazione dei beni stessi e del loro uso e di pervasivi processi di deterritorializzazione della produzione e dei consumi.
Il problema principale di questa decadenza consiste nel fatto che non si può concepire una gestione del territorio come bene comune se esso è usato da una sommatoria di interessi individuali in una società di consumatori e proprietari ed è negato, nelle sue esigenze vitali di riproduzione, da insediamenti artificiali sorretti dalla civiltà delle macchine.
Dunque la riaffermazione della questione dell’uso collettivo di questo immenso patrimonio diviene una guida per la ricerca di nuove forme di conoscenza, produzione e riproduzione sociale del bene stesso a fronte del dominio esclusivo di stato e mercato.
A partire da questo conflitto fra istanze di uso collettivo del bene territorio e regime di proprietà (pubblica o privata), per approfondire il concetto di territorio come bene comune non è più sufficiente considerare il territorio stesso come bene pubblico (che lo stato, le regioni e gli enti locali possono vendere per far cassa, come sta avvenendo per molti beni demaniali); occorre che
5 Da questo punto di vista, l’attuale identità europea è piuttosto distorta, essendo fortemente incentrata sull’Europa continentale e sui suoi standard omologanti, come conferma la debolezza di comprensione e di strategie da parte dell’UE nei confronti dei recenti sommovimenti mediterranei nella loro pregnanza strategica, culturale, relazionale e geopolitica.
sia considerato, appunto, come un bene comune, che non può essere né venduto né usucapito, alla stregua delle terre civiche storiche6 e che è dotato di autonomia d’uso rispetto alla proprietà (privata o pubblica). Di qui parte la ricerca di forme di gestione, che si avvalgano di processi partecipativi di cittadinanza attiva che consentano di riprendere il senso (non necessariamente la forma storica) degli usi civici,7 ovvero: la finalità non di profitto, ma di produzione di beni, servizi e lavoro per i membri della comunità e, più in generale, beni e servizi di utilità pubblica; la comunità costituita da una pluralità di abitanti/produttori di una collettività territoriale, che in qualche modo si associano per esercitare un uso collettivo dei beni patrimoniali della società locale, non alienabili; questo uso, essendo collettivo, conforma le attività di ogni attore allo scopo comune della conservazione e valorizzazione del patrimonio, la salvaguardia e valorizzazione ambientale, paesistica, economica del patrimonio stesso in forme durevoli e sostenibili (autoriproducibilità della risorsa), sviluppando forme di autogoverno responsabile delle comunità locali.
E’ necessario dunque, affinché si possano dare forme di gestione collettiva del territorio in quanto bene comune, che si sviluppino forme di reidentificazione collettiva con i giacimenti patrimoniali, con l’identità di ciascun luogo, ovvero che sia promosso un cambiamento politico-culturale di crescita della coscienza di luogo attraverso lo sviluppo di cittadinanza attiva; questa crescita può consentire di riattivare consapevolezza, saperi e impegno per la cura del luogo e ricostruire propensioni al produrre, all’abitare, al consumare in forme relazionali, solidali e comunitarie.
A questo proposito, reinterpretando Marshall, Becattini scrive: “Libertà da intendersi come coscienza intensamente vissuta del bene comune, una società di uomini consapevoli del bene comune, di luogo, di gruppo, o altro, disposti a riconfigurarlo continuamente, quel bene comune, anteponendolo comunque, quando vi sia conflitto, agli appetiti individuali e di gruppo”.
Ricomporre i saperi per la conoscenza e la gestione del territorio “bene comune” L’approccio territorialista interpreta il mondo dal punto di vista dell’ars aedificandi intesa come statuto antropologico dell’umanità: il territorio, costellazione di luoghi dotati di identità, è esso stesso l’ambiente dell’uomo, natura fecondata nel tempo lungo della storia. In questo costituirsi di ogni luogo come prodotto corale di molte civilizzazioni sta il suo valore culturale e materiale di bene comune.
Il bene comune edificato dagli abitanti di molte generazioni in ogni luogo, nelle sue peculiarità identitarie, è indivisibile. E’ uno, unico al mondo. 8
Eppure abbiamo sempre più trattato queste unicità frammentandone e iperspecializzandone le descrizioni, le interpretazioni e conseguentemente, gli strumenti di cura dei loro “corpi” malati.
6 Elinor Ostrom insiste sulla razionalità di forme d autorganizzazione e di autogoverno nell’uso collettivo dei beni territoriali presenti negli usi civici storici, rispetto alla eterodirezione o all’uso privatistico dei beni stessi. 7 Gli usi civici (regole, comunanze, ecc. ) non sono beni comuni in senso proprio (non sono fruibili da tutti, ma solo dalla comunità territoriale che ne è proprietaria; tuttavia, alludono a forme comunitarie di gestione con principi che possono essere applicati alla la ricerca di forme di gestione sociale beni comuni stessi.
8 Nelle “Istorie fiorentine” di Machiavelli si narra di una lunga, estenuante storia di battaglie, espulsioni, congiure, rientri, conflitti fra popolo e nobili: tutti si dividono, si ricompongono, si ridividono, si riaggregano; ma sempre entro una straordinariamente invariante, spasmodica appartenenza all’identità urbana: Firenze , le sue strade i suoi quartieri, trasformati in campi di battaglia, in angoli di congiure, in luoghi di raduni, di fughe, di ritirate, di resistenze rispetto a cui si misura il potere, l’identità delle famiglie, la magnificenza civile, l’unicità del luogo nel mondo.
L’obiettivo di una ricomposizione delle scienze del territorio volta a interpretare l’essenza dei luoghi è duplice: ricomporre le conoscenze settoriali in una interpretazione patrimoniale interconnessa, strutturale, dinamica; fondare il progetto di territorio sulla messa in valore di questo quadro patrimoniale come bene comune, da parte dei soggetti che lo reinterpretano come risorsa collettiva attivando forme di produzione e riproduzione sociale del territorio.
Ma qual’è lo stato delle nostre conoscenze disciplinari e settoriali? Da tempo le interpretazioni, i piani, i progetti e le politiche di settore sui problemi del territorio sono sotto accusa per i loro effetti perversi su altri settori, per la loro incapacità a risolvere problemi complessi, per essere subordinati ad azioni territoriali di interessi privatistici sul territorio. L’accezione diffusa di progetto di territorio (che comprende luoghi urbani, sistemi territoriali, sistemi urbani e spazi aperti) si riferisce oggi alla risultante caoticamente stratificata della sommatoria, il più delle volte contraddittoria e conflittuale, al più “regolata” pallidamente dai piani e dalle politiche pubbliche, di progetti, piani e politiche settoriali di occupazione funzionale dello spazio regionale attivati da specifici portatori di interessi: grandi operazioni immobiliari, interventi della grande distribuzione, delle grandi infrastrutture, delle opere idrauliche e impiantistiche, localizzazioni industriali e piattaforme logistiche, progetti aziendali agroforestali, e così via; ma, essendo nell’epoca della globalizzazione, i territori, le regioni, le città dominati da crocevia di reti, istituzioni e capitali sovralocali, le azioni settoriali che investono un luogo non fanno riferimento ad un disegno strategicamente unitario e intenzionale di trasformazione territoriale del luogo stesso: un disegno che dovrebbe essere compito degli enti pubblici territoriali avanzare e governare verso un fine socialmente condiviso, qualora essi assumessero il territorio dei luoghi come bene comune. Questo deficit progettuale, che investe inevitabilmente le molte discipline che si occupano di territorio confinate nei loro recinti bibliografici, si da nel contesto di una divaricazione crescente fra fini economici di occupazione del suolo, di edificazione di opere sul territorio e orizzonti etici di creazione del benessere collettivo e della felicità pubblica, sempre più debolmente perseguiti dalla maggior parte delle amministrazioni locali che governano il territorio (complici o subalterne ai poteri economico-finanziari). Conseguenza di queste contraddizioni immanenti al governo del territorio, il “progetto di territorio”, pars construens di una cultura del territorio, risulta materia eterea, poco ancorata alla verifica sperimentale, ancora poco dotata di uno statuto scientifico multidisciplinare unitario.
Dunque “il ritorno al territorio”, alla sua centralità nella ricerca di risposte strategiche alla crisi (ecologica, economica, sociale, urbana) non può procedere a pezzi, a settori. “Settoriali” sono le epoche in cui le singole discipline intervengono a correggere gli effetti territoriali specifici di modelli di sviluppo dati, non a costruirli come nella TVA o nella bonifica delle paludi pontine. Nella fase “esplosiva” dello sviluppo economico, nella fase matura del fordismo, singole discipline, settori, soggetti hanno teso ad assumere il contesto territoriale, il suo “sviluppo”, come un dato esogeno rispetto a cui apportare correttivi settoriali, incrementando la diaspora delle specializzazioni disciplinari. Ad esempio:
-l’urbanistica del boom economico produceva “salario indiretto” tramite servizi, abitazioni sociali (quartieri di edilizia pubblica), trasporti collettivi, a correzione e compensazione della crescita esponenziale dei costi sociali dovuti alle tumultuose migrazioni e urbanizzazioni metropolitane indotte dal fordismo;
-le opere di ingegneria idraulica mitigavano il rischio idraulico (briglie, collettori, casse di espansione, ecc.), rincorrendo a valle dei bacini idrografici, con azioni “end of pipe”, le emergenze dovute da una parte all’ abbandono della regolazione idraulica delle montagne e dell’alta collina e dall’altra alla cementificazione e impermeabilizzazione di vaste piattaforme territoriali nei fondovalle e nelle pianure; -gli impianti di depurazione e di incenerimento, le marmitte e la limitazione del traffico, operavano a valle della produzione esponenziale di inquinamento e rifiuti indifferenziati;
-le scienze sociali affrontavano la trasformazione di pastori sardi, contadini siciliani, pescatori della laguna di Venezia in operai chimici omologati ad un unico mansionario e a modelli abitativi e di consumo standardizzati; studiavano misure di mitigazione del degrado sociale delle periferie metropolitane;
-l’ecologia chiedeva compensazioni in mq. di oasi naturalistiche per metro lineare di autostrada e insinuava corridoi ecologici a fianco dei tracciati delle grandi infrastrutture; -il rischio sismico veniva affrontato cementificando i cordoli delle volte gotiche (Assisi), delle case rurali in pietra o abbandonando la città storica per improbabili urbanizzazioni ex novo (L’Aquila); -le politiche dei beni culturali e paesaggistici preservavano a macchia di leopardo siti archeologici e monumentali, brani di natura (parchi, biotopi) e di cultura (centri storici) dalle regole dello sviluppo economico che governavano il resto (80, 90%) del territorio;
e cosi via.
Nelle epoche di crisi strutturali in cui si pone con evidenza il problema della costruzione di nuovi modelli socioeconomici (fra cui quelli fondati sulla reinterpretazione e riqualificazione dei patrimoni locali) il territorio viene messo in gioco nella interezza e interdipendenza delle sue componenti con il concorso sinergico di tutte le discipline che intervengono nella produzione di nuova territorialità. Si tratta di fasi “implosive”, in cui tutte le variabili territoriali e le loro relazioni sono contemporaneamente in gioco: il rapporto città-campagna, le infrastrutture, i sistemi sociali e produttivi locali, i modelli urbani, gli assetti agroforestali; il governo dei fiumi e dei bacini idrografici, delle espansioni urbane, delle città storiche, dei beni culturali e paesaggistici, e cosi via. Non sono in gioco solo gli elementi materiali della trasformazione, ma anche quelli immateriali: modelli socioculturali, stili di vita, milieu socioeconomici, modelli di governo del territorio, ruolo dei saperi contestuali e esperti, ecc.
Guardare agli esiti della crisi attuale significa perciò assumere la prospettiva di queste epoche di grande trasformazione, nelle quali la relazione fra diversi saperi disciplinari e diversi settori diventa fondante la possibilità di attivare progetti strategici di trasformazione territoriale.
Questa prospettiva di ricomposizione dei saperi si prepara da tempo nella crescita di percorsi concettuali e operativi contradditori rispetto ai mainstream disciplinari dell’epoca “esplosiva” della crescita. Molti sintomi la annunciano:
-le problematiche territoriali evolvono, in molte politiche, progetti e piani dall’ urbanistica al governo del territorio (integrazione multisettoriale di piani e politiche, governance, partecipazione, multiscalarità), per indirizzare progetti e politiche settoriali verso la promozione di modelli di sviluppo sostenibile. Questa integrazione costituisce il requisito essenziale per il passaggio da forme di pianificazione funzionale (razional-comprensiva) e regolativa rispetto agli squilibri dei sistemi di produzione e di mercato dati (nei quali territorio, ambiente e paesaggio avevano un ruolo strumentale), a forme di pianificazione identitaria (verso la cultura patrimoniale dei luoghi e dei paesaggi storici);
-le problematiche urbane rifocalizzano l’attenzione dalle politiche espansive con forte consumo di suolo agricolo e modelli di urbanizzazione diffusiva verso la rigenerazione e il recupero urbano, la riqualificazione dei rapporti fra città e campagna attribuendo alla agricoltura periurbana, nelle sue rinnovate competenze multifunzionali, compiti complessi di riqualificazione dell’abitare urbano, che a loro volta richiedono progetti e politiche multisettoriali e integrate;
-le problematiche agroforestali superano l’orizzonte dei programmi di ottimizzazione dell’economia aziendale rivolgendosi alla pianificazione integrata degli spazi aperti con l’introduzione nella programmazione di obiettivi e pratiche multisettoriali (agricoltura di qualità e tipica, salvaguardia idrogeologica, complessità ecologica, qualità paesaggistica, relazioni città campagna, reti corte fra produzione e consumo); e con la proposizione di nuove modalità del popolamento rurale che alludono a modelli e regole insediative che tengono conto dei valori culturali, ambientali e economici dei paesaggi rurali storici;
-le problematiche relative al patrimonio ambientale e culturale registrano una discontinuità fra le politiche di conservazione di aree protette naturali (parchi, botopi) e culturali (monumenti, centri storici) caratterizzate dalla separazione fra natura e cultura e fra conservazione (aree protette) e sviluppo (aree non protette) e una concezione patrimoniale integrata dell’ambiente (reti eco- territoriali) e del territorio (bioregioni, paesaggio) estesa a tutto il territorio regionale;
-in questo percorso le discipline archeologiche attribuiscono centralità ad un approccio territoriale, ovvero ridefiniscono il campo di osservazione dalla priorità del sito a quella del contesto, mobilitando interpretazioni multidisciplinari e multifattoriali; nel quadro di una tendenza più generale a considerare i sistemi di beni culturali come parte integrante e interconnessa del patrimonio territoriale e delle sue strutture invarianti; ciò comporta, ad esempio, i passaggi concettuali dal museo all’ecomuseo, dal sito al contesto topografico stratificato, dal monumento al centro storico e al territorio storico, dalle eccellenze paesaggistiche ai paesaggi rurali e urbani nella loro integrità territoriale e di uso (mondi di vita delle popolazioni);
-le problematiche energetiche si desituano dalla produzione a distanza da fonti fossili verso i bilanci energetici territoriali e alla produzione locale di energia da fonti rinnovabili; nelle esperienze più avanzate, si incentrano sulla produzione di mix energetici locali in coerenza con la valorizzazione delle qualità energetiche del patrimonio territoriale e del paesaggio;
-le discipline idrogeologiche spostano l’attenzione progettuale dai piani settoriali impiantistici di mitigazione del rischio idraulico e inquinologico verso piani integrati di bacino che mobilitano relazioni multisettoriali per rendere coerenti fra loro in piani strategici azioni relative alla sicurezza idraulica, la riqualificazione ambientale, il controllo delle pressioni, la valorizzazione ambientale e paesaggistica, la promozione dell’agricoltura di presidio, i corridoi e le reti ecologiche, i beni culturali, lo sviluppo locale, il turismo, la mobilità dolce, la navigabilità; e che attivano nuovi strumenti come i contratti di fiume e i piani di sottobacino;
-le problematiche infrastrutturali si riposizionano, in molti progetti e politiche, rispetto alle visioni del territorio che privilegiano l’attraversamento (piattaforme logistiche, alta velocità, grandi corridoi) verso visioni integrate delle infrastrutture come servizio alla fruizione del territorio e dei sistemi locali territoriali (mobilità dolce, recupero della viabilità storica su ferro e su gomma, sviluppo della fruizione capillare delle peculiarità dei beni territoriali e dei paesaggi locali);
-le problematiche relative ai sistemi economici locali evolvono dalle economie dei distretti industriali ai problemi dello sviluppo locale; trattando in questo passaggio sia i problemi relativi a sistemi economici con filiere integrate dall’agricoltura, all’artigianato, alle piccole e medie imprese, al terziario avanzato; sia i problemi di relazione fra tipologie dei sistemi produttivi e qualità dei patrimoni ambientali, territoriali, energetici e paesaggistici;
-le discipline geografiche evolvono verso lo studio delle relazioni fra il “mondo e i luoghi” evidenziando il ruolo dei milieu locali e dei sistemi locali territoriali nei processi di sviluppo;
-le discipline storiche, antropologiche e giuridiche sviluppano attenzione all’ambiente, al territorio, ai modelli socioculturali localizzati di lunga durata, ai modelli di governante e partecipazione, facendo interagire attivamente l’innovazione culturale con i processi di analisi e trasformazione del territorio; cosi come le problematiche filosofiche riaprono il discorso sulla Terra, sul paesaggio, sull’etica della cura, approfondendo le relazioni fra formazione del pensiero e luoghi;
-e cosi via.
Tutte queste tendenze di trasformazione dei campi disciplinari, sia evolutivi che oppositivi, portano ogni disciplina a trattare il territorio come un soggetto aperto a relazioni in movimento; dunque reclamano interazioni e confronti con altre discipline, realizzando “grappoli” multidisciplinari che possono evolvere verso l’interdisciplinarietà e la creazione di nuove discipline9; richiedono e promuovono azioni intersettoriali, progetti integrati, ricomposizione dei saperi contestuali e disciplinari.
In questa chiave il governo del territorio, in una auspicabile funzione di governo dei fattori che qualificano le trasformazioni socioeconomiche verso la produzione di ricchezza durevole, dovrebbe acquistare nuova centralità nelle politiche regionali e locali. Questa centralità si esplica, in alcune esperienze avanzate, con l’evoluzione degli strumenti con cui opera ( il piano regionale di sviluppo, il piano territoriale e il piano paesaggistico) da piani di settore economici e urbanistici a piani integrati che informano e condizionano gli altri piani. Le parole chiave di questa nuova filosofia di governo del territorio sono: interpretazione strutturale, identità, invarianti e statuto del territorio; scenari strategici, valore aggiunto territoriale, progetto di territorio, territorio di progetto; policentrismo, integrazione, governance, partecipazione, multiscalarità, reversibilità.
Nelle esperienze più avanzate di questi approcci integrati, lo statuto del territorio tende a configurarsi come un atto costituzionale condiviso che definisce l’identità di una società locale regionale e che ha durata di elaborazione e di esistenza più lunga dei singoli piani. Se è prodotto socialmente, esso non è atto conservativo dell’identità storica, ma è un atto costituente dell’identità collettiva che definisce i valori patrimoniali del territorio come bene comune e che definisce i caratteri dinamici del proprio futuro.
La costruzione dello statuto regionale (e delle sue articolazioni locali), esemplare topos favorevole alla ricomposizione dei saperi disciplinari, oltre a definire i caratteri identitari e i valori patrimoniali in cui si riconoscono le società locali che lo costituiscono, dovrebbe dunque individuare le grandi invarianti entro cui si articolano i progetti di territorio e i territori di progetto: le condizioni di equilibrio dei bacini idrografici, la struttura e gli equilibri della rete ecoterritoriale, le regole multisettoriali per l’elevamento della qualità del paesaggio e degli insediamenti, le prestazioni multifunzionali dell’agricoltura per l’elevamento della qualità dell’abitare la campagna e la città. E’ in questa visione statutaria e progettuale, in cui territorio, ambiente e paesaggio qualificano il ruolo fondativo dei loro beni patrimoniali nell’elaborazione di modelli
9 ad esempio sociobiologia, ingegneria naturalistica, archeologia del paesaggio, antropologia storica, local history, ecologia storica, bio-fitoarcheologia, archeobotanica…
socioeconomici autosostenibili, che prendono corpo le ragioni di una sfida: la costruzione della società dei territorialisti/e10.
La società dei territorialisti e delle territorialiste
In base ai ragionamenti fin qui svolti sintetizzo tre livelli di ragioni che motivano la fondazione della Società dei territorialisti:
- la prima ragione consiste nel fatto che il progetto di territorio come bene comune richiede innanzitutto una ricomposizione dei saperi iper-specializzati e settorializzati e la costruzione di sistemi di relazioni fra discipline di cui ho fornito un primo quadro esemplificativo; incorporando nei saperi disciplinari la pratica della valutazione incrociata degli effetti di ogni intervento settoriale sugli altri settori. In questa direzione la Società può costituirsi come un utile luogo di confronto, elaborazione teorica, promozione di avanzamenti scientifici e sperimentazione di casi di ricerca/ azione, verso la costruzione di un sistema integrato di scienze del territorio.
Scienze sociali e scienze della natura, in questo percorso ricompositivo e interagente, necessitano di un’area linguistica comune, uno spazio relazionale che sappia dare valore aggiunto alla conoscenza e alla progettualità rispetto alle singole discipline e che aiuti a interpretare e corroborare i saperi contestuali che derivano dalla crescita del patrimonio immateriale, in particolare della cittadinanza attiva.
- un secondo ordine di ragioni riguarda la finalizzazione del percorso ricompositivo delle diverse discipline al perseguimento del benessere sociale e della felicità pubblica: una finalità che misura eticamente per i territorialisti la qualità dell’avanzamento del dialogo multidisciplinare e interdisciplinare.
Con questa finalizzazione culturale, prepolitica, ma gravida di conseguenze anche politiche, la società dei territorialisti/e si prepara ad affrontare questa nuova forma di “ritorno al territorio” assumendone innanzitutto la necessità di una produzione e riproduzione sociale garantita da energie sociali, che sviluppano culture, progetti e azioni in controtendenza ai processi di globalizzazione economica.
Queste energie costituiscono in Italia un tessuto di cittadinanza attiva continuo e profondo, che percorre da sud a nord la penisola, per il quale la crescita di coscienza di luogo costituisce il primo atto di un percorso di riterritorializzazione fondato, assumendo il linguaggio di Patrick Geddes, sul processo coevolutivo (co-evolution) fra luoghi (place), stili del produrre (work) e stili dell’abitare (folk). Percorso che riconosce e denota pratiche sociali che alludono a modi di produzione della ricchezza durevole incentrati sulla valorizzazione dei beni comuni territoriali.
Questo movimento culturale si rivela in molti eventi, esperienze e forme che dovrebbero costituire il campo di indagine di un osservatorio permanente della Società. Ad esempio:
10 Questa sfida fa riferimento (cito in sintesi i Principi della bozza del Manifesto della Società): “ -al riconoscimento del ruolo fondativo dei luoghi nella evoluzione identitaria delle società umane; - all’inscindibilità di natura e cultura e del legame interattivo e coevolutivo delle società umane con la terra, del mondo urbano con quello rurale; -al ruolo della dimensione locale come approccio multiscalare alla valorizzazione delle differenze e peculiarità identitarie dei luoghi del mondo; -all’assumere gli abitanti, i loro stili di vita, il loro benessere, come finalità delle azioni di governo del territorio, per far decrescere il dominio delle relazioni economiche globali, e far crescere sistemi economici a base locali fondati sulla valorizzazione del patrimonio territoriale e sull’autogoverno dei fattori di riproduzione della vita”.
-nella molteplicità di associazioni comitati e delle loro reti che, partendo dalla contestazione di elementi specifici di degrado degli ambienti di vita (grandi impianti tecnologici, megainfrastrutture, degrado urbano, delle acque, del paesaggio, consumo di territorio agricolo, ecc), innescano la presa di coscienza da parte degli abitanti dei valori patrimoniali del proprio territorio storico e avviano la ricostruzione di saperi collettivi per la cura e la valorizzazione dei propri ambienti di vita come beni comuni, nell’ambito di più generali processi sociali di autorganizzazione delle società locali;
-nei cambiamenti della domanda sociale di qualità urbana e ambientale, nelle trasformazioni dei consumi alimentari, culturali, relazionali; interpretabili nella crescita di forme produttive e riproduttive a valenza etica (gruppi di acquisto solidale, commercio equo, reti corte fra produzione e consumo, banche del tempo, banche e produzioni etiche in capo agricolo, artigiano cognitivo);
- nelle politiche innovative di enti pubblici territoriali che propongono azioni di auto-sostenibilità attraverso la valorizzazione delle risorse patrimoniali locali in campo energetico, ambientale, urbano, territoriale e paesaggistico; attivando le energie sociali del milieu locale con la promozione di processi partecipativi strutturati;
- in alcuni piani e progetti regionali che assumono le peculiarità dei sistemi locali territoriali e dei loro patrimoni come essenziali a produrre ricchezza durevole e sostenibile;
- nelle azioni di ripopolamento rurale e nei nuovi patti città-campagna che restituiscono centralità al “modo di produzione contadino” nel produrre cibo sano, qualità ambientale e urbana, salvaguardia idrogeologica, qualità del paesaggio, alimentazione di prossimità delle città, ecc.
A partire da questi e altri multiformi contesti di trasformazione socioculturale, la “scuola territorialista italiana”, una delle componenti fondative della Società dei territorialisti, ha messo in atto negli ultimi anni forme innovative di analisi identitaria dei patrimoni territoriali, di scenari strategici condivisi;di progetti di bioregioni urbane, di parchi agricoli multifunzionali, di contratti di fiume, di processi partecipativi, di piani paesaggistici e urbanistici partecipati; in sintesi progetti di territorio socialmente prodotti volti a implementare in diverse tipologie di ambienti insediativi le teorie dello sviluppo locale auto-sostenibile, del federalismo municipale e solidale, della globalizzazione dal basso.
Questi progetti hanno messo in relazione saperi contestuali (olistici) e saperi esperti (specialistici), evidenziando l’esigenza di una ricomposizione di questi ultimi in forme trans, multi, extra disciplinari.
La società dei territorialisti/e che andiamo costruendo risponde a questa duplice sfida: fornire risposte alla domanda di trasformazione culturale che ci viene posta da eventi, azioni e movimenti che connotano il “combat” 11 che Françoise Choay propone contro la globalizzazione economica e per la valorizzazione dei beni comuni patrimoniali; e ricomporre a questo fine saperi specializzati e frammentari, costruendo linguaggi in grado di fornire risposte integrate ai problemi posti dalla domanda sociale di trasformazione.. .
11 …”le seul et vrai problème auquel nous soyons confrontés aujourd’hui dans le cadre d’une société mondialisée est de continuer à produire des milieux humains différents , sous peine de perdre, cette fois, non pas notre identité culturelle, mais bien une identité humaine, dont la diversité des cultures est l’indissociable condition ».
F. Choay, Le patrimoine en question. Anthologie pour en combat, pag. XLIII, Seuil, Paris 2009
- Una terza ragione riguarda l’esigenza di nuove discipline e nuovi mestieri: le scienze e le arti del territorio. La domanda ulteriore a questo punto è: esiste un esito formativo per il progetto della Società dei territorialisti?
Domanda che rimanda ad un’altra: si profila un “mestiere” (nella ricerca e nella professione) relativo alle scienze del territorio che motivi curricula formativi in questa direzione? Rispondo affermativamente a entrambe le domande, proponendo dunque questo terzo livello della sfida della Società dei territorialisti, quello formativo. Con la doverosa precisazione che non si tratta di subordinare pedissequamente i progetti formativi a una domanda consolidata di mercato, ma di contribuire, come associazione, alla qualificazione e allo sviluppo del mercato stesso, per innovare i campi della analisi, della pianificazione e del governo del territorio.
Contribuire alla costruzione di uno statuto scientifico multidisciplinare unitario diviene dunque compito primario dell’Associazione, in vista della scommessa culturale che cresca (e venga nel contempo promossa) una domanda di ricercatori e professionisti che i presentino personalità e expertises, individuali o di equipe, in grado di trattare problematiche relazionali “a grappoli” di discipline, sovente a cavallo fra scienze umane e scienze della natura o della vita; problematiche all’altezza di trattare unitariamente il territorio come base materiale e culturale della produzione di risorse collettive per la riproduzione della vita e per la produzione di ricchezza durevole.
Quando affrontiamo temi complessi come quelli che ho citato per motivare processi di ricomposizione dei saperi disciplini in atto, è chiaro che occorre mettere in movimento tutte le variabili che compongono una data organizzazione territoriale, riposizionandole e relazionandole sinergicamente fra loro verso un obiettivo integrato di trasformazione. Per questo occorre formare personalità dotate di attudine al ragionamento relazionale, al dialogo multidisciplinare, alla costruzione interdisciplinare e alla produzione di nuovi statuti disciplinari; e che sappiano tradurre questo atteggiamento culturale in nuovi campi della ricerca e della professione.
A questo fine è necessario promuovere esperienze, a partire dall’Università (ma non solo), come centri di ricerca, scuole, dottorati, corsi di laurea, che da una parte avviino percorsi formativi di nuove profili culturali e tecnici improntati alla scienza del territorio e dall’altra promuovano trasformazioni nelle istituzioni di governo del territorio volte a sviluppare azioni multisettoriali e integrate.
In conclusione: i tre livelli di ragioni che ho proposto per l’azione della società dei territorialisti: ricomporre i saperi della arti e scienze del territorio in un corpus disciplinare integrato, indirizzare questi nuovi saperi a piani, progetti e politiche che perseguano la felicità pubblica attraverso una visione integrata del territorio come bene comune; promuovere processi e istituti formativi atti a trasformare il mercato della ricerca e delle professioni con nuovi soggetti culturali, costituiscono altrettante motivazioni di una sfida: produrre un movimento culturale con la finalità di restituire ai luoghi e ai loro paesaggi il valore di opere d’arte collettive e, dunque, di beni comuni.




























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